Le alluvioni a Bari tra paure e ricordi

In questi giorni ed in queste settimane fa freddo, indubbiamente. Così continuerà nei prossimi, immediati mesi. Il freddo si avverte, il freddo ti punge, il freddo semplicemente c'è. Ed è bene che sia così, considerato il naturale avvicendamento delle stagioni e delle precipitazioni, assai gradite in Puglia per via della siccità che sicuramente attanaglierà i nostri campi -e dunque la nostra agricoltura, già martoriata da più ambiti- nei mesi primaverili ed estivi. E così, assieme al freddo ed alle temperature glaciali, è bene anche che piova, per carità. E però un problema c'è, storico dalle nostre parti e vedremo perché. Il problema relativo a quando piove, sì, ma troppo. Un problema che da sempre colpisce in maniera dura Bari, proprio Bari città. Ma non deve solo piovere per creare guai. Il peggio, infatti, accade quando piove quel troppo che il nostro territorio -più precisamente il nostro terreno- non riesce a gestire e ad evitare che diventi, appunto, una questione problematica. Anche in questo la storia ci è maestra. In questo pezzo parleremo della neve e delle nevicate storiche baresi e pugliesi e poi delle piogge che hanno spesso messo a ko Bari, inondando il centro cittadino. Memorie storiche, dunque, su alcuni casi di cadute di neve rimaste nel patrimonio collettivo di tutti, anche privato (le palle di neve, i pupazzi, i giochi dei piccoli), anche fotografico (la neve, si sa, porta inconvenienti e disagi ma anche una bella occasione scenografica). E poi le piogge, altrettanto storiche, autorevolmente inserite in questo, se si vuole, curioso apparato della memoria stessa della città e della nostra terra. Una terra imbiancata con la neve e poi sottoposta a dura prova con le precipitazioni piovane per peculiari aspetti legati alla geomorfologia delle nostre aree. Una Puglia, già dai tempi antichi, notissima e persino celebre per il suo carattere di arsura del territorio ed una zona barese che ha invece semmai ereditato gli alvei dei suoi, pure antichi, fiumi o torrenti, le nostre attuali lame: croce e delizia perché, da un lato, bellezza paesaggistica e naturalistica di biodiversità e ricchezza, dall'altro, vie di scorrimento delle acque a valle dalle zone più interne. Dove 'valle' significa la città di Bari, soprattutto quella moderna e contemporanea, la Bari cosiddetta "murattiana", insomma, dove le più grandi acque che arrivano per sfociare nelle località più marine (si pensi a Fesca, per esempio) qui lasciano -lasciavano, più che altro- un quantitativo ingente e non trascurabile di acqua stessa, alle volte proprio come imprigionata e serrata dalla conformazione urbanistica del centro di Bari, geometricamente atto a far sì che, purtroppo, quelle acque non trovino facili vie di fuga. Un po' come se l'acqua trovasse una sorta di labirinto dedalico da cui poter evadere con non poche difficoltà. Ed è questo che è accaduto in alcune storiche vere e proprie alluvioni occorse a Bari, specie nella prima metà del Novecento. Le nevicate più famose sono invece state quelle del 1956 e del 1929. La discesa di neve dal cielo del 1956 è sin troppo nota. Ci ha pensato anche la grande Mia Martini, con testo del compianto Franco Califano, a perpetuarne il ricordo con un testo stupendo, quello secondo cui "Roma era tutta candida, tutta pulita e lucida". Roma, vero. Ma anche Bari e grandissima parte d'Italia ed Europa. Tanto è vero che quella del 1956 è 'la' nevicata un po' per tutti. Facile ricordare anche come, durante quella che, personalmente, più ricordiamo, ossia la nevicata dei primi di gennaio del 1993, tutti i più grandi dicessero a noi, allora, infanti: "Ma non hai visto quella del '56...". Ed era vero. Si sa anche come ogni epoca anagrafica sia convinta di essere migliore della successiva, asserendo con forza alla più giovane questa convinzione. Vale anche per la neve. Ma la generazione dei giovanotti del '56, a sua volta, non aveva sicuramente visto quella del febbraio del 1929, meno nota anche a livello storico. Fu del resto un anno, il '29, passato alle cronache ed alla storia più per la crisi economica di dimensione planetaria che per altro. Wall Street, il mondo ad un passo dal patatrac, il grande impero economico a stelle e strisce alla sua prima, grande e preoccupante, crisi. Cosa volete che sia la neve? Eppure, anche quella colpì praticamente tutto il Bel Paese, dalla provenienza baltica. Certo, si hanno meno foto rispetto all'evento di metà anni Cinquanta. La memoria e la 'memorialistica' comuni cominciano a vacillare, nel senso che, ahinoi, sempre meno testimonianze possono ormai raccogliersi direttamente sull'evento. Anzi, diciamo pure che vanno purtroppo letteralmente azzerandosi. E però quella nevicata è rimasta nella memoria scritta, si pensi ai quotidiani ed alla stampa dell'epoca (leggi: Gazzetta del Mezzogiorno), che con la giusta enfasi e con qualche slancio retorico ne parlarono. Né mancarono le emergenze ma Bari, tutto sommato, resse. Una città che molto più difficilmente ha retto alle piogge forti. Ed ecco qui diverse annate rimaste ad indicare difficoltà non da poco. Si contarono anche lutti e distruzioni. Da qui anche la scelta di costruire foreste artificiali sulla Murgia in più parti, per prevenire a monte -è proprio il caso emblematico di dire- un'opera di salvaguardia della 'caduta' a valle delle acque. Tutti problemi che avevano segnato la città sin dalle epoche più lontane. Fu un timore presente persino in età medievale e tardomedievale, con l'illuminata duchessa di Bari Bona Sforza già a chiedersi come fare per poter ovviare all'incombenza drammatica dell'acqua e della troppa acqua.

Fosse stata conservata tutta quest'acqua, sarà poi detto in età contemporanea, si sarebbe anche potuta risolvere l'atavica piaga della siccità, giacché, come noto, il nostro suolo carsico si lascia passare ed attraversare dall'acqua senza poterla trattenere. E così siamo andati a prendere l'acqua dal Sele e dell'Irpinia grazie all'Acquedotto "Pugliese", una terra, l'Irpinia e la Campania, che abbiamo poi molto aiutato, in segno di riconoscenza, quando l'Appennino ha paurosamente tremato nel tristemente noto sisma del 23 novembre del 1980. Ma quali sono state le annate più tragiche per le alluvioni? Indubbiamente il 1905, il 1915 ed il 1926, con anche il 1954. Eppure, già in pieno Ottocento c'erano stati episodi simili. Il problema coinvolse, dunque, sia i Borbone sia i francesi murattiani, con risultati parziali e contenuti in termini di prevenzione. Dopo gli anni Venti -o comunque nel XX secolo-, invece, le misure di cui si è detto. Il 6 novembre del 1926 ci furono ben 19 morti e 50 feriti. Il centro di Bari fu completamente inghiottito dalle acque. Ancora oggi in alcune parti della città è facile notare delle scritte murarie che indicano il livello raggiunto in quei frangenti difficili dalla massa d'acqua.

Ma quel che accadde fu la conseguenza di errori storici, spesso a causa di costruzioni che, come sempre è accaduto -ed ancora accade oggi, in più parti del Paese-, andarono a deviare il corso naturale dei torrenti oppure a costruire binari per le ferrovie dove il suolo non avrebbe potuto permetterlo. A queste conclusioni sono giunti, in maniera ormai unanime, anche alla luce di episodi più recenti (le acque potenti e critiche del 2005), gli studi di geologi e ricercatori specialistici, ne parliamo anche nel nostro box a fianco. In sintesi, ciò che di negativo non ha potuto la neve, a Bari ha potuto invece la pioggia. L'acqua, quell'acqua su cui già Bari si affaccia e che non pochi problemi ha creato nella storia e da cui, pure, più volte ci si è dovuti difendere.


In un libro di Mossa la lezione della storia

Per mettere a fuoco tutte le questioni di natura geologica assai utile il testo "Le alluvioni di Bari: ciò che la storia avrebbe dovuto insegnare", a firma di Michele Mossa, edito da Adda proprio quest'anno, nel 2021. Il volume analizza le alluvioni storiche della città di Bari, confrontate con quella recente dell’ottobre 2005, citata nel nostro pezzo. Le lame, nello studio, la fanno da padrone. Descritte anche "le caratteristiche idrologiche essenziali delle alluvioni, evidenziando come l’effetto dell’impatto antropico indisciplinato e caotico, unito ad una non corretta pianificazione sia all’origine di eventi catastrofici". Leggiamo così sul sito di Adda.

Quindi, l’attenzione nei confronti della protezione del territorio deve essere sempre alta, al fine di evitare situazioni ad elevato rischio. Questo libro ce lo insegna.


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