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L'autonomia differenziata? Frammenti d'Italia

Apparentemente, quello che sembrava un vero e proprio blitz d’inizio mandato è andato male. Ma guai a rilassarsi e a mollare: in gioco non c’è soltanto il futuro della nostra terra, dei nostri ragazzi, dei servizi di cui ciascuno di noi usufruisce; in gioco c’è il futuro del Paese. Non appaia esagerato, perché se dovessero venire meno il principio di sussidiarietà e di uguaglianza per i cittadini garantiti dalla Costituzione, e caposaldo della Repubblica, si finirebbe col disgregare tutto: sotto il profilo sociale, economico, produttivo e culturale.

Stiamo parlando dell’Autonomia differenziata e della bozza che il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, ha provato a far passare nella Conferenza Stato-Regioni, per fortuna senza successo. Al punto che non solo ha ricompattato le regioni del Mezzogiorno (opportunamente “capitanate” dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e dall’omologo campano Vincenzo De Luca), ma ha sollevato non poche perplessità nella sua stessa maggioranza. Non a caso il governo a stretto giro ha collegato l’autonomia differenziata al presidenzialismo, con un percorso parlamentare consono rispetto all’eventuale stravolgimento della Costituzione. La situazione ha inoltre indotto perfino il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ad una indiretta quanto immediata “tirata d’orecchi”. E per farlo il presidente ha scelto – guarda caso – la città del ministro Calderoli, dove si teneva l’Assemblea nazionale dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni d’Italia), il cui leader è il sindaco di Bari, Antonio Decaro.

Mattarella è stato esplicito, parlando con chiarezza di “coesione nazionale”, richiamando alla responsabilità e ricordando il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione, che vale, ha sottolineato, sia “per i cittadini che per i Comuni”.

Il presidente si è rivolto ai sindaci, ma era come parlare a nuora perché suocera potesse intendere. Insomma, il cuore del ragionamento è stato: pari dignità da nord a sud.

Ma che cosa è accaduto con la bozza Calderoli? Per semplificare, diciamo che a tre regioni (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) sarebbero passate le 23 funzioni attualmente gestite dallo Stato. In pratica, tre stati autonomi all’interno della Stato centrale, con l’impossibilità da parte di quest’ultimo di intervenire. In sostanza, si priva il Parlamento del potere di legiferare, peraltro senza poter in alcun modo intervenire, se non per prendere atto delle decisioni prese dalle Regioni. Nello specifico, per chiarire ulteriormente la questione, in materie come scuola, università, asili nido, trasporti, assistenza ad anziani e disabili, infrastrutture, energia, la competenza sarebbe tolta a Roma in modo che le tre regioni possano vedersela per proprio conto a prescindere da quello che accade, e viene deciso, per il resto del Paese. Per fare un esempio tangibile, prendiamo la scuola: non avremmo più una scuola nazionale ma tante scuole regionali. Con alunni e studenti di serie A e B, così come i docenti. Si frammenterebbe l’Italia in tante piccole realtà territoriali diverse tra loro in tutto. Dove chi è già ricco lo diventerà ancora di più e chi è povero non avrà alcuna possibilità di migliorare. Del resto, non serve essere economisti per sapere, o capire, che il gettito fiscale del Veneto è il doppio rispetto a quello della Calabria. Nel caso della scuola vorrebbe di fatto dire che Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna potranno avere docenti regionali, programmi differenziati, concorsi locali. Le Regioni potranno fissare ogni anno il fabbisogno occupazionale e di conseguenza indire bandi locali e assumere direttamente il personale scolastico. Tutti saranno incentivati al trasferimento da un aumento di stipendio che potrà essere realizzato grazie all’aumento delle risorse a disposizione. Oltre a creare studenti di serie A e di serie B sarà completamente disarticolato il contratto nazionale di lavoro del settore. Insomma, si tornerà alle “gabbie salariali” e sarà messo in discussione il carattere pubblico dell’istruzione e di conseguenza la base del diritto allo studio, peraltro garantito dalla Costituzione. I nostri ragazzi, figli, nipoti e generazioni a venire, potrebbero essere condannati a crescere in un sistema scolastico di serie B, impoverito nei contenuti e non competitivo, con grave danno per il loro futuro. Quando presenteranno un curriculum, quando parteciperanno ad un concorso, quando cercheranno un posto di lavoro lontano dalla loro terra.

Una vergogna.

Eppure, il principio di sussidiarietà è stato appena applicato, ma al contrario: con il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) il Sud ha appena “rinunciato” a parte dei soldi che gli sarebbero spettati a favore del Nord, facendosi carico dei problemi nazionali e unitari, proprio per favorire la ripresa economica del Paese dopo i due anni di pandemia e la crisi energetica in atto. Il tutto, mentre l’Unione Europea ha in qualche mondo vincolato i circa 200 miliardi concessi all’Italia proprio al recupero del gap socio economico e strutturale tra Settentrione e Meridione. In pratica, avremmo dovuto avere almeno il 70%, ne prenderemo solo il 40. Ma questo ovviamente non conta. Perché non conviene farlo contare.

In tutto questo, ci sono poi i cosiddetti “Lep”, acronimo che sta per Livelli essenziali di prestazione. Sarebbero il “calcolo” dei reali fabbisogni del Sud, che almeno nell’ultimo ventennio (abbondante) non sono mai stati calcolati in continua violazione dell’art. 3 della Costituzione, che recita testualmente: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Tutti: al Nord come al Sud o nelle isole. A prescindere da chi siano e dal conto in banca.

I Lep sono una “invenzione” proprio di Calderoli, che nel 2009 fu il primo firmatario della legge sul federalismo fiscale, dopo l’approvazione del centrosinistra nel 2001. Sono sostanzialmente i servizi che fanno la differenza nella qualità della vita. Così Calderoli stavolta ha…dimenticato se stesso, anche se nel Mezzogiorno tutte le regioni sono al di sotto del livello di quelle del centro e nord d’Italia. Non a caso in tutte le classifiche sulla vivibilità le città del Sud sono in fondo. È lo stesso meccanismo, tutto sommato, che ogni anno consente di sottrarre circa 60 miliardi di spesa pubblica al Mezzogiorno, che puntualmente finiscono al Centro Nord. In totale spregio della Costituzione.

Così, secondo la sua bozza, prima tiriamo fuori i ricchi (così non pagano per gli altri), poi nell’arco di un anno (forse) calcoliamo quello che serve.

Ancora vergogna.

Insomma, da una parte abbiamo un Sud che fa assistenzialismo al Nord, quando dovrebbe essere il contrario, dall’altro siamo di fronte al sistema più veloce ed incisivo per disgregare definitivamente la coesione socio-economica e culturale del Paese.

In tutto questo, si registra l’assordante silenzio dei nostri parlamentari, soprattutto quelli di maggioranza. Sempre pronti ad intervenire quando si tratta di slogan per utilizzare termini come “legalità” e “sicurezza” (peraltro da dimostrare…) ma tutti zitti in questo caso. Quando dovrebbero sbattere i pugni sul tavolo e spiegare a gran voce che il Sud non può e non deve essere truffato da un manipolo di colleghi evidentemente al servizio di una parte del Paese e non di tutti gli italiani.

Insomma, se non si fa attenzione si rischia di andare verso quella che il docente universitario barese Gianfranco Viesti, in un volume pubblicato qualche anno addietro da Editori Laterza ha definito “Secessione dei ricchi”. E purtroppo non è affatto una battuta.

Anche perché un Paese che miri ad innalzare il suo livello di competitività e di servizi dovrebbe unificare e non separare. Ma questo è un concetto di sussidiarietà. Evidentemente difficile da accettare da chi non ha gli strumenti culturali per poterlo comprendere.


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