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L'astensione, il voto e la "fregatura delle istituzioni"

Riguardo all’astensione elettorale vi sono due “scuole di pensiero”. C’è chi lo considera un fattore di assoluta importanza sul piano sia politico che sociale e culturale ma anche chi tende a non drammatizzare più di tanto.

Quanti non drammatizzano sono sostanzialmente disincantati riguardo alla utilità del voto ovvero non se ne curano perché magari fanno parte dei ceti vincenti: coloro ai quali interessa essere nelle “stanze dei bottoni”, ove meno si è più si comanda.

Invece chi drammatizza rispetto alla eccessiva astensione dal voto o ripone una fiducia incrollabile nel voto per le sorti della democrazia, oppure ritiene che il voto sia la principale e magari unica maniera attraverso cui partecipare alla cosa pubblica.

Tendo a congetturare che in Italia la maggioranza delle persone e pressoché tutto il ceto “politico” inclini (non a parole, ma nei fatti) verso le tesi di quanti non drammatizzano: altrimenti l’attuale tasso di astensione nelle varie competizioni elettorali, già molto alto, sarebbe avvertito come una grave défaillance e ci si sforzerebbe di individuare concretamente i possibili rimedi. Mentre questo dibattito sui rimedi proprio non esiste!

Che la ricerca dei rimedi non appassioni granché lo dimostra il fatto che, pur essendoci già il voto postale (quello degli italiani residenti all’estero), nessuno pensa a istituire similari procedure di voto a distanza, oppure utilizzando le nuove tecnologie. Quindi ci adattiamo alla situazione per cui ciò che conta è avere la maggioranza nel Parlamento, non nel corpo elettorale.

Tutto ciò avviene a valle delle dinamiche dell’astensione: sono il modo con cui noi le “metabolizziamo”, per così dire. Invece cosa accade a monte? Cioè quali sono le cause dell’astensione? Le ricerche convergono. Una recente conferma, in modo impietoso, che alla base c’è la convinzione che “le istituzioni mi fregano” (65% del campione), quindi non c’è da fidarsi di nessuno. Amaro convincersene, ma questo è il punto. L’84% degli elettori afferma che i partiti e i politici non si preoccupano delle persone comuni, percentuale che sale all’89% fra gli elettori dei ceti medio-bassi. La diffidenza verso le élites è del 76%, che sale al 79% nel Sud.

Insomma chi ritiene che le istituzioni “ci fregano” e che le élites sono lontane dai bisogni della gente cosa fa? In parte non si reca più a votare, in parte vota – sempre come ultima chance, finché non lo fa più – i politici e i partiti che si dichiarano i più antisistema: questo fenomeno lo definiamo più propriamente “populismo” ed è altrettanto pernicioso perché alla distanza rappresenta una ulteriore disillusione che conduce a rimpolpare le schiere degli astenuti.

Niklas Luhman, il grande sociologo tedesco scomparso nel 1988, scrisse durante gli echi del ’68 un libretto dedicato alla “Vertrauen” (Fiducia). Tradotto dal Mulino con una bella introduzione del nostro Raffaele De Giorgi. Va ancora letto, e riletto.

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