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L'anno orribile dell'olivicoltura: serve strategia

Non c’è pace per la campagna olivicola 2022. Come se non bastassero gli aumenti vertiginosi dei costi e la scarsità della produzione legata alla siccità, nelle ultime settimane si sono aggiunte migliaia di storni che mangiano ognuno fino a 20 grammi di olive al giorno.

Vi sarà capitato di alzare gli occhi al cielo e vedere stormi giganteschi, composti da centinaia di uccelli (gli stormi, appunto) che a volte oscurano il sole. Bene, questi grandi raggruppamenti di volatili, che si aggiungono ai temibili pappagallini, stanno causando danni consistenti, soprattutto agli olivi delle aree tra Bari e Brindisi, oltre che sul Gargano, con perdite di produzione che vanno dal 30 al 60%, secondo la Coldiretti.

Una situazione che rischia di diventare endemica, perché i cambiamenti climatici, con l’innalzamento delle temperature, favoriscono il proliferare degli storni, che a causa delle elevate temperature da migratori sono diventati stanziali, e delle specie tropicali, come i voracissimi pappagallini. Inoltre, il passaggio degli stormi lascia sugli ortaggi quantitativi tali di escrementi da rendere impresentabili i prodotti sul mercato.

Insomma, un rompicapo di difficilissima soluzione che si aggiunge, come già detto, alle difficoltà determinate dall’aumento dei costi di produzione e al calo della produzione causato dalla siccità. Tanto che Confagricoltura e Associazione frantoiani di Puglia lanciano l’allarme: olivicoltori che lasciano le olive sugli alberi senza raccoglierle, frantoiani che non avviano la molitura, giacenze abbondanti. In sintesi: il 2022 rischia di diventare l’annus horribilis dell’olivicoltura pugliese. I numeri la dicono lunga: calo della produzione di oltre il 40% rispetto allo scorso anno; aumenti fuori controllo dei prezzi dei concimi, dei carburanti, degli antiparassitari e della trasformazione (il costo della molitura si aggira sui 22 euro al quintale, quasi il doppio dell’anno scorso). Inoltre, ci sono circa 200mila tonnellate di olio prodotto l’anno scorso e ovviamente stoccato nei magazzini, il 76,8% è composto da olio extravergine di oliva. In Puglia è stoccato il 32% dell’olio nazionale, circa 65mila tonnellate, in grande maggioranza extravergine di oliva.

Una situazione che riguarda anche la Spagna, dove il calo di produzione è previsto intorno al 32%. La Commissione Europea stima un calo complessivo in tutta l’Ue di circa il 28%, con la sola Grecia in controtendenza, con una produzione stimata di oltre 300mila tonnellate, che le permetterebbe di scavalcare l’Italia nella classifica dei Paesi produttori.

Gli effetti di questa annata tremenda, oltre che sui produttori e sui lavoratori del settore, si scaricheranno ovviamente sui consumatori. Già tra luglio e settembre il costo dell’olio evo è aumentato del 50% ma, alla luce di quello che sta accadendo, è inevitabile che i prezzi lievitino ulteriormente. E questo crea preoccupazioni ulteriori, perché i consumatori, che hanno visto erodere il proprio potere d’acquisto, stanno già riducendo i consumi, oltre che modificare le proprie scelte qualitative. Un meccanismo perverso e dalle conseguenze potenzialmente devastanti per un settore che è fondamentale per l’agricoltura e per l’intera bilancia economica della nostra regione. Difficoltà che si aggiungono ai dieci anni di Xylella e che impongono una riflessione seria sulle scelte di settore, sulle strategie e sulle produzioni da incentivare.

Da segnalare l’interessante iniziativa di un gruppo di sindaci meridionali che hanno scelto di acquistare a prezzo equo quantitativi simbolici d’olio da donare alle Caritas, affinché siano destinati alle famiglie indigenti, per dare un segnale ai grandi gruppi commerciali, e che chiedono di incentivare l’uso di olio extravergine d’oliva e altri prodotti agricoli a km 0 nelle scuole, negli ospedali, nelle università, negli istituti penitenziari e più in generale nella ristorazione collettiva.

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