La stampa libera è bene prezioso: diffidate di veline e... velinari

Non diamola per scontata la libertà di stampa. Per comprendere quanto sia importante l'informazione libera e non condizionata da poteri piccoli e grandi, dobbiamo ricordare cosa accadeva novant'anni fa, quando i giornali, la radio (la televisione non c'era ancora), i film Luce, il cinema e il teatro erano eterodiretti dal Ministero della Cultura Popolare (Minculpop). Ed è giusto farlo il 25 aprile – quando scrivo questo articolo -, anniversario della liberazione dall'occupazione nazista e dal regime fascista.

Il Minculpop decideva le cose che il popolo doveva sapere, quelle che doveva ignorare e quelle in cui doveva credere. In soli due anni, tra il 1923 e il 1924, il fascismo soppresse la libertà di informazione con una serie di decreti legge. Da allora l'ufficio stampa della presidenza del consiglio divenne sempre più potente, moderno e organizzato, fino a trasformarsi – nel 1937 – in ministero.

La macchina del consenso era inarrestabile. Sette giorni su sette, dalla mattina alla sera, il Minculpop diramava le sue disposizioni alla stampa tramite note di servizio, che gli addetti ai lavori chiamavano veline perché scritte a macchina su numerosi fogli molto sottili separati l'uno dall'altro dalla carta copiativa.

Le veline erano segrete, inviate direttamente ai direttori responsabili o dettate al telefono da un funzionario. Si poteva solo obbedire e uniformarsi alle direttive. D'altronde Mussolini lo aveva chiarito il 10 ottobre del 1928: "Il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime…la stampa nazionale, regionale e provinciale serve il regime illustrandone l'opera quotidiana, creando e mantenendo un ambiente di consenso intorno a quest'opera…".

Le veline del Minculpop dettavano la linea su ogni argomento. Sono custodite nell'Archivio centrale dello Stato e in altre banche dati. Eccone alcune:

"Non pubblicare le corrispondenze dei nostri bombardamenti aerei in Africa Orientale (7 dicembre 1935)". "Non dire, nemmeno in senso buono, che gli italiani sono agnelli. Non accennare mai al pericolo tedesco (3 gennaio 1936)". "Non pubblicare articoli e disegni che possano esaltare l'ibridismo di razza. 'L'Italia Letteraria' è stata sequestrata per questa ragione (22 maggio 1936)". "Non interessarsi mai di nessuna cosa che riguardi Einstein (26 dicembre 1936)". "Ignorare completamente tutto quanto si riferisce all'inchiesta per l'uccisione dei fratelli Rosselli (15 gennaio 1938)". "Notare come il Duce non fosse affatto stanco dopo quattro ore di trebbiatura (4 luglio 1938)". "Non pubblicare fotografie e disegni di donne raffigurate con la cosiddetta 'vita di vespa'. Disegni e fotografie debbono rappresentare donne floride e sane (17 luglio 1939)". "Pubblicare la nota contro il 'lei' del seguente tenore: abolite nei rapporti personali il 'lei' femmineo, sgrammaticato, straniero, nato due secoli or sono in tempi di schiavitù. Per sedici secoli gli italiani lo hanno ignorato (25 settembre 1939)". "Pubblicare solo le fotografie del Duce con la folla, oppure della sola folla; non pubblicare nessuna di quelle con Duce solo o con le autorità (7 ottobre 1941)". "Nei figurini della moda femminile le gonne vanno leggermente allungate oltre il ginocchio (5 maggio 1943)". "Gli articoli allarmistici e deprimenti apparsi su qualche giornale sono stati deplorati. I commenti devono essere ispirati a tonalità di maschia energia (17 luglio 1943)".

Il Minculpop ha diramato migliaia e migliaia di veline, fino alla caduta del regime. Si deve sempre diffidare delle veline e imparare a distinguere l'informazione dalla propaganda.


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