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La scuola riparte, con il freno a mano

Finito il tempo dei banchi a rotelle. Finito anche quello delle soluzioni improbabili per scongiurare la diffusione del Covid. Finite le file all’ingresso e il termometro puntato alla tempia, è solo un ricordo del passato. Così gli studenti, rigorosamente senza mascherine, sono tornati tra i banchi di scuola. Ma i problemi, quelli che hanno vessato la scuola italiana per anni, sono tornati tutti. E già dal primo giorno di scuola. Il 12 settembre scorso, infatti, in molti istituti baresi (e non solo) la partenza è stata… a singhiozzo: uscite alle 12 e 15 anziché alle 13 e 45, per esempio. Tanto per non farsi mancare niente, ci sono stati classi che hanno iniziato le lezioni alle 11 per terminarle alle 13. Difficilissimo da gestire per le tantissime mamme lavoratrici che hanno un solo figlio. Impossibile se di figli ne hanno due.

"Vorrei capire perché – tuona una mamma - io che ho ripreso a lavorare ad agosto, devo subire il ritardo di un Provveditorato agli studi che non ha ancora provveduto all’assunzione di collaboratori scolastici e, a seguire, dovrò subire la chiusura per elezioni in un Paese dove ci raccontano di voler offrire migliori garanzie alle madri lavoratrici? Siamo stanche - conclude - stanche come categoria, come generazione, come persone".

“Un grande problema – spiega Roberto Calienno (Cisl Scuola) – perché le scuole pugliesi di ogni ordine e grado, ad oggi, non possono garantire ai loro studenti vigilanza, sanificazione straordinaria in caso la pandemia dovesse riprendere forza, e infine i servizi mensa”. E non solo. A mancare nelle scuole ci sono proprio i docenti. Eppure, l’esercito dei precari nelle scuole pugliesi conta 8.559 supplenti chiamati in cattedra a ricoprire le sedie rimaste vacanti.

“Di fatto – spiega Calienno - le nomine a supplenza superano di gran lunga le statistiche a causa di regole poco chiare, approssimazione ed errori evitabili sulle assegnazioni delle supplenze che avviene mediante un algoritmo ministeriale di difficile interpretazione. Quindi accade spesso che, applicando questo algoritmo, vengano chiamati a coprire cattedre, docenti già di ruolo che naturalmente rinunciano. E via a cercarne un altro con lo stesso sistema”. Ecco spiegata la perdita di tempo e i conseguenti disagi. “Si deve tornare – prosegue - alle convocazioni in presenza, forse meno ‘tecnologiche’, ma sicuramente più efficaci e trasparenti”.

A mancare nelle scuole non è solo il personale Ata e molti docenti ma anche gli insegnanti di sostegno. Altra questione che ogni anno si ripete assieme alla solita vergogna che si consuma nelle aule: bambini e ragazzi con difficoltà cognitive, costretti a trascorrere le ore di scuola abbandonati a loro stessi. “Ci sono 6mila posti in deroga – spiega ancora il sindacalista. Se il sostegno è un diritto, considerando anche l’altissima richiesta che avanza dalle scuole, è allora forse arrivato il momento di stabilizzarli. Queste ragazze e questi ragazzi hanno bisogno di continuità. E invece ogni anno si ritrovano a cambiare insegnante. Così – sottolinea - non garantiamo il meglio per loro”.

Disordine, ma anche malcontento nelle scuole. I contratti nazionali dei docenti sono scaduti nel 2018. Stipendi da fame considerando l’importante crisi economica che sta attraversando il paese e le spese che aumentano per tutti. Basti pensare che un professore della secondaria di II grado nei 25 anni finali della sua carriera percepisce complessivamente circa 250mila euro in meno dei suoi colleghi europei.

In altre parole per cambiare il corso delle cose occorrono almeno 300 euro netti al mese in più a dipendente; se poi vogliamo recuperare il gap europeo, allora l’aumento deve essere di circa 600-650 euro. L’esiguità dei compensi assegnati al personale della scuola italiana diventa poi ancora più inspiegabile, se si tiene conto che oltre la metà dei lavoratori della scuola è laureato, ma lo stipendio annuo risulta il più basso dei comparti pubblici.

C’è poi l’ombra del covid che comunque non è ancora completamente alle spalle. “Quella della pandemia, avrebbe potuto essere l’occasione per dare una nuova dignità strutturale alle nostre scuole, prosegue Calienno. Invece non è cambiato nulla. Il sistema di areazione è rimasta una lontana proposta e mentre le indicazioni ministeriali chiedono di lasciare aperte le finestre, ci si dimentica che ci sono aule dove non è possibile farlo”. E per quanto riguarda il caro bollette e l'ipotesi della settimana corta? "E' da escludere - tuona. Noi dobbiamo puntare al tempo pieno, non certo a impoverire ulteriormente le realtà scolastiche", conclude.

Il dopo pandemia ha riportato, quindi, ai problemi mai risolti: il personale che non c’è, le strutture fatiscenti e vecchie. Con il sostegno che è un diritto ma che di fatto non lo è e con famiglie lasciate sole. Una vergogna all’italiana, insomma. Eppure solo qualche giorno fa, il premier uscente Mario Draghi ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa che “le scuole sono aperte, ancora una volta, dopo l’anno scorso, in buon ordine, tutti gli insegnanti sono in classe malgrado le previsioni di disastri, di disagi, di mancanza di centinaia di migliaia di insegnanti. Tutte le previsioni – ha detto - si sono rivelate sbagliate. Tutto è andato diversamente perché il ministro Bianchi e il Ministero dell’Istruzione hanno lavorato da gennaio per un ritorno in classe ordinato e non due mesi prima”. Sempre e comunque sino a prova contraria.

Scuola e università: l'italia spende poco


L’Italia spende per l’istruzione 8.514 euro per studente, il 15% in meno della media delle grandi economie europee (10mila euro). Se si guarda alla spesa pubblica, il nostro Paese investe per scuola e università poco più dell’8% del budget statale a fronte del 9,9% medio registrato nell’Unione europea. La Francia è al 9,6%, la Germania il 9,3%, la Svezia il 14%. Anche rispetto al Pil, quella italiana è la spesa più contenuta: 4% contro la media Ue del 4,7%. Per tutti i settori scolastici, più di noi spendono anche paesi come Giappone, Stati Uniti, Canada e Brasile e se è vero che la spesa di uno Stato aumenta al crescere dell’istruzione, è altrettanto evidente che in Europa siamo davanti solo alla Romania in numero di laureati, rapportati all’intera popolazione.

Se è vero che l’Italia vanta un sistema di istruzione che – per qualità e professionalità – fa scuola ovunque, il nostro Paese è anche quello che investe meno nell’educazione dei cittadini e le ultime statistiche disponibili dimostrano che dalla storia, i diversi governi che si sono succeduti, non hanno imparato molto né tantomeno hanno provato a spostare la traiettoria degli investimenti pubblici verso il sistema scolastico.

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