La scomparsa della vergogna tra credulità e credibilità

C'è qualcosa di... stupefacente nell'aria che respiriamo noi pugliesi. Inutile soffermarsi più di tanto su quello che sappiamo già: la natura ci ha regalato e disegnato una terra bellissima, ricca di diversità morfologiche, completa. La povertà, le occupazioni, gli scambi, la tradizione hanno plasmato un'arte del cibo che è alimentata da prodotti genuini curati con amore e sapienza.

Per questo siamo da sempre un territorio dalle grandi potenzialità. Già potenzialità, perché la realtà ci viene restituita dalle statistiche, dalle indagini, dai rapporti. Il dramma è che per lo più si tratta di documenti trascurati: leggerli comporta investimento di tempo, lo sforzo di comprenderli, la dotazione di strumenti necessari per "decodificarli". E questo, a dispetto della stupida teoria "dell'uno vale uno", non è per tutti.

Oggi non lo è ancora di più perché l'appagamento del "sé" ha uno sbocco non in un'opinione strutturata sulla formazione, l'istruzione e l'analisi, ma semplicemente sul like, sul populismo, sulla stravaganza (assurta a valore), sulla diffusione del verosimile in luogo del vero, sulla condivisione delle reazioni emotive suscitate da eventi effimeri. Le parole, i concetti, le analisi, persino i numeri perdono senso e, soprattutto, significato.

L'esigenza di capire è stata seppellita dal desiderio di reagire. Bisogna manifestarsi, a qualunque costo, trovando rifugio in "comunità" digitali che condividono l'ignoranza. Il tema è assai più serio di quel che si possa credere. Lo è perché è una minaccia seria per la convivenza sociale.

L'intelligenza connettiva, generata dalla rivoluzione digitale, è arma a doppio taglio, capace di promuovere formazione, istruzione, cultura, ma anche disinformazione consapevole e inconsapevole.

La giungla di prese di posizione a buon mercato, il "rumore" assordante delle sciocchezze dette e diffuse in quantità industriale, la ricerca spasmodica di rappresentazione sociale e la mancanza di consapevolezza hanno polverizzato persino la "vergogna". La scomparsa della vergogna è un tema decisivo in questo percorso. La carenza di strumenti e di conoscenza per esprimersi su un tema non frena più alcuno.

I social sono l'ambiente ideale di questi comportamenti, perché, grazie all'illusione della gratuità, hanno reclutato quel "popolo della rete" che è tanto pernicioso quanto inconsistente. È lì che si coltiva l'illusione di un'identità da proporre a un pubblico che per la stragrande maggioranza di noi si esaurisce in una manciata di connessioni.

In questo scenario giocano un ruolo attivo, ma con esiti differenti, politici e giornalisti. Sia gli uni sia gli altri sono figli dei nostri tempi. I primi ridotti al ruolo di somministratori di slogan propagandistici e di bugie. Eticamente riprovevole, ma assai efficace nel rastrellamento dei consensi. Non a caso sono tra i più accaniti utilizzatori del social perché si tratta di uno strumento diretto, privo di mediazione e come tale capace di bypassare il filtro e il senso critico che i media dovrebbero garantire.

I secondi soprattutto tra quelli cosiddetti tradizionali (radio, tv, giornali), si sono fatti risucchiare nella spirale commerciale: trasferimento degli investimenti pubblicitari sul digitale, perdita di copie o di ascolti sui temi di rilevanza politica, economia e cultura. È stato inseguito un modello di informazione istantanea che, alla prova dei fatti, ha generato un impoverimento del mestiere, un accesso persino casuale alla professione, un'omologazione e un'imperizia che ha il massimo della... competenza nel "copia e incolla" o in quell'ibrido da brivido che è l'infotainment.

I media hanno smesso di mediare e hanno lasciato il campo libero alla propaganda politica, alle fake news, alla disinformazione. C'era e c’è bisogno di distinguersi, di marcare una differenza per non finire nello sciame. Solo così la credibilità potrà avere ragione della stupefacente credulità.


Scrivi all'autore