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"La città della ricreazione a pagamento"

Bari, i progetti, le parole, gli slogan, la criminalità, la politica delle "primavere" tradite, la latitanza della borghesia, il ruolo... strategico della movida: facciamo il punto, senza veli e senza ipocrisie, con il prof. Onofrio Romano, docente di Sociologia dei mutamenti nella nostra Università. Uno sguardo disincantato agli ultimi 20 anni tra luci e ombre, tra immoralità e inettitudini


Bari: azzerati tutti i vertici dei clan cittadini. Bari non era stata mai così libera dal crimine, sulla carta. Eppure gli analisti si interrogano sul livello di professionalizzazione della Camorra Barese. E tanti cittadini continuano a non sentirsi sicuri. La droga continua a scorrere. E si continua a sparare. Nemmeno uno sforzo investigativo e processuale così titanico basta?

Non è decisiva la “testa” quando hai a che fare con una forma criminale tentacolare e matriciale come quella barese. Magari meno militarmente organizzata, ma più fluida, più incistata nei quartieri, nella società. Il corpo deve campare. L’istinto di sopravvivenza prevale, dunque si va avanti come si può. Del resto, la “domanda” non manca. E questo rinvia alla connessione tra ambienti criminali e borghesia barese sulla quale tu hai tante volte attirato l’attenzione. Inascoltato. Su questo vige un vero e proprio tabù.

Non possiamo negare un impegno per la legalità da parte di questa Amministrazione. A cominciare dalla “rivolta delle fornacelle”, Sindaco e Giunta hanno chiarito da che parte stare. Precisando: alla magistratura la repressione, alla politica la programmazione e l’amministrare – in chiave preventiva e risolutiva. Evidentemente, però, qualcosa continua a scollarsi tra intenzioni, narrazione e risultati.

La presa di posizione del Sindaco in quel frangente è stata encomiabile. Si è assunto un rischio non da poco, che non dev’essere minimizzato. Quel tipo di intervento è in linea con una politica generale di rilucidatura e marketizzazione della città che non può ammettere la sopravvivenza di abusivismi eclatanti. È in gioco uno sforzo pluriennale di ricollocazione della città. Quello che, però, occorre chiedersi è se la camorra barisienne non si sia già attrezzata per integrarsi dentro la nuova cornice. Se non abbia cioè già assunto competenze, buone maniere e protocolli per partecipare alla captazione dei flussi di denaro connessi al nuovo assetto cittadino. Gli affidamenti diretti e sottobanco d’antan sono stati sostituiti dai bandi. Tutti sanno, amministratori compresi, che l’ombra dei clan si è insinuata spesso dentro le cordate dei partecipanti e intervenire, in questo caso, è molto difficile. La fornacella la vedi. Il faccendiere mescolato tra gli operatori di settore non lo tangi. Le forme criminali mutano con il mutare della città. Bari poi è dotata di speciali capacità mimetiche (penso sia il tratto che la contraddistingue rispetto tutte le altre città del Sud) sulle quali si esercitano tutti gli strati sociali. I boss alla sbarra sono probabilmente già “scaduti”. I nuovi “manager” hanno tutt’altra allure.

Una città viva è una città che non ha paura. Bari non dorme mai. Porzioni intere di città vivono un rinascimento grazie all’intervento di tanti imprenditori e ristoratori. Verrebbe da rispolverare il vecchio slogan “Bari da bere”. Il pallino, però, così, resta nelle mani dell'impresa. Il traino resta il profitto. La movida è la sola motrice di energie?

Ricordo ancora le lacrime del Sindaco ai tempi del primo lockdown per lo spettacolo dei locali chiusi nelle vie del centro. “Tutti i nostri sforzi vanificati dal maledetto virus”. Credo sia stato l’unico o, comunque, uno dei pochissimi eventi che in questi anni si siano meritati lacrime così autorevoli. Ebbene sì, la movida è tutto. È la finalità ultima delle politiche cittadine. Un vera e propria Weltanschauung. Le retoriche della rigenerazione urbana, la partecipazione, i servizi, la mobilità, i diritti di cittadinanza, la sostenibilità ecc. precipitano nella città-parco giochi, dove abitanti e turisti consumano un’eterna ricreazione a pagamento.

Rigenerazione. Una parola con cui i baresi hanno imparato a convivere, refrain della narrazione amministrativa. La rigenerazione di porzioni di città: non solo restyling ma momento di riflessione progettuale. Così si narra. Parco Rossani resta un luogo pericoloso e inospitale, i cittadini di Sant’Anna e San Pio si sentono abbandonati, il Libertà fa i conti con la sfida dell’ex Manifattura Tabacchi. Tutti esempi di una rigenerazione che doveva “liberare il bene” – slogan caro alla precedente “primavera politica”. E invece…

Nessuno può negare il forte attivismo “rigenerativo”. Ma il pesce puzza dalla testa. Si tratta di interventi che rispondono a logiche generali discutibili. Innanzi tutto, c’è una questione di sostenibilità degli interventi. E questo chiama in causa l’approccio di policy dell’Ue e, a cascata, di tutti gli altri livelli governativi. Di norma questi fondi finanziano l’opera, l’investimento iniziale; ai locali viene scaricato il fardello della gestione, per la quale i soldi non ci sono. Si fa un parco e non si capisce chi e con quali risorse debba innaffiare gli alberi, come provvedere alla sicurezza ecc. Non è una dimenticanza: è frutto di una precisa ideologia dell’auto-attivazione. Si scommette che una volta “messi in moto” dall’opera o dall’infrastruttura gli attori locali poi abbiano testa, tempo e denaro per occuparsene. Sono interventi di disciplinamento della popolazione che non possono funzionare in territori dove la maggioranza delle persone ha altro a cui pensare (tipo: che cosa mettere in tavola a mezzogiorno). E poi c’è questa contraddizione tra la manfrina della co-progettazione (i cittadini che partecipano al disegno dell’opera) e l’assoluta orbitalità degli interventi, il cui profilo, funzione e scopo sono sempre e solo predeterminati dall’alto. Ci sarà da divertirsi quando al Libertà atterreranno gli “scienziati” nella rigenerata Manifattura Tabacchi.

Parlando di “Primavere”, la politica pugliese, barese ne ha conosciute, dall’inizio millennio! Stagioni intese a liberare nuove energie sociali e di cittadinanza in un percorso di partecipazione. La prima nasceva proprio con la candidatura di quello che all’epoca era ancora, “solo”, un giovane magistrato antimafia. Quanto hanno riflettuto, quelle stagioni, su questa faccia “sporca” di Bari? E quanto il loro intervento può definirsi efficace?

Si è detto che con la Primavera, per la prima volta, la borghesia professionale della città smetteva di porsi al servizio degli interessi privati (compresi quelli criminali) per darsi alla cura del bene pubblico. Un’effervescenza in questo senso c’è stata. È fuor di dubbio. Ma anche lì c’erano limiti. Pensando di poter sostituire la politica col moralismo, quella borghesia, una volta accesa la miccia, è tornata a casa. O si è insinuata a titolo personale nei gangli delle amministrazioni. Ha favorito l’ascesa di amministratori senza macchia e senza peccato, pensando che a quel punto la missione fosse compiuta. La critica ai partiti era certamente fondata. Infondata, invece, era la feroce “ideologia” anti-partitica, che ha impedito loro di sostituire i vecchi arnesi con aggregazioni nuove che mediassero tra cittadinanza e istituzioni. Ora ci lamentiamo delle intemperanze di Emiliano, delle sue disinvolte alleanze, ma questo non è altro che il risultato del vuoto creato da quella stessa borghesia che oggi guarda schifata il Governatore. E i vuoti, come si sa, in politica si riempiono.

Una rivoluzione nella politica, quella stagione l’ha lasciata: il protagonismo di un civismo a connotazione personalistica. Anche quella fu identificata come via per una inedita partecipazione fuori dai partiti. In Puglia però, continuano a sciogliersi consigli comunali per mafia. E dal caso Mariella a quello Ferri, passando anche per altre inchieste su un pezzo del mondo delle civiche, continuano ad essere invadenti voto di scambio e costruzione criminale di consenso elettorale. Gli anticorpi che questa partecipazione doveva generare?

È esattamente il frutto di quanto detto sopra. Per anni ho denunciato che, anche ai tempi d’oro del vendolismo, le liste a supporto degli eroi della Primavera erano infarcite di detentori di bacini personali di voti che usavano i partiti di sinistra come taxi oppure se li creavano da soli. Noi ci mettevamo i “leader”, loro prendevano i voti. Così, in vent’anni non abbiamo costruito uno straccio di classe dirigente, contando stupidamente sul rapporto diretto tra leader e cittadini.

Soprattutto, non abbiamo costruito egemonia politica. In una ricerca condotta con l’Istituto Cattaneo, io e Paolo Inno abbiamo analizzato in profondità il paradosso per il quale, dopo vent’anni di Primavera pugliese, la sinistra a Bari vince alle amministrative e, al contempo, perde alle politiche (e in periferia in maniera più che proporzionale). Su questo credo che in città non ci sia mai stata alcuna riflessione. Inutile piangere sul latte versato.

Fenomeni complessi hanno soluzioni che non conoscono semplicità. Ma una via maestra e dei principi cardine, caposaldi da cui partire?

A che cosa dovrebbe servire? Principi e vie maestre hanno un senso solo se una comunità ha desiderio di farsene carico. Ma io sono convinto che la stragrande maggioranza dei baresi e delle élite cittadine non siano per nulla sensibili. Si sentono in una fase ascendente e felice. Avvertono di essere nel pieno di una rinascita della città e che le ombre siano del tutto fisiologiche. Non questioni strutturali, ma al massimo effetti di immoralità e inettitudine personale, risolvibili con scambi di persone. Ad esempio, Decaro al posto di Emiliano: et voilà!

UNA GRANDE PRODUZIONE SCIENTIFICA

Onofrio Romano insegna Sociologia dei mutamenti nel Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Roma Tre. Si occupa di teoria sociale, postmodernità, lavoro, consumi, partecipazione politica, Sud. Tra i suoi ultimi lavori: Towards a society of degrowth (Routledge 2020), La libertà verticale (Meltemi 2019), Georges Bataille. Depensare la crescita (Jaca Book 2019), Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare (DeriveApprodi 2019, con Carlo Formenti).

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