La zona grigia che avvelena la nostra città

Zona grigia. Oppure Terra di Mezzo, per ritrovarci più in sintonia con il mondo descritto da uno come Massimo Carminati. È quello spazio tutto virtuale, che non esiste, ma che vale bene a descrivere quella sommatoria di luoghi, circostanze, avvenimenti, che mettono di colpo in contatto criminali e sedicenti persone perbene. Il punto d’incontro che non dovrebbe esistere tra “bene” e “male”. E nel mettere in contatto, una, due, tre volte, questi mondi, ecco crearsi appunto uno spazio virtuale ma praticabile in cui incontrarsi ancora per venirsi incontro meglio.

Quaranta anni fa, quando Giovanni Falcone e il suo pool di magistrati cominciarono ad affrontare il problema di Cosa Nostra, intuirono la presenza di quello spazio virtuale tra Potere e criminali. Lo intuirono soltanto, però; non riuscirono a provarlo. Tanto che, nei loro scritti, di “secondo livello” non si parlava mai. C’era un salto tra il primo livello – il mondo di sotto – e il terzo livello. Dopo decenni si è compreso che quel mondo, in contesti come quelli siciliani, calabresi, partenopei – più che campani tout court – non aveva senso esistesse. Semplicemente perché la presenza di due mondi distinti è dato ben accettato. E ha da tempo trovato i modi di superare la necessità di una sala di incontro. Alla stessa maniera, con gli anni passati, è stato invece sempre più chiaro che spazi di contrattazione tra mondi servono in quei contesti e quei luoghi in cui le mafie sono così “giovani” da avere ancora tutta una storia di relazioni da intessere. Bari, da questo punto di vista, secondo la gran parte degli analisti criminali è un campo privilegiato dove osservare dinamiche e dove studiare fenomeni. Perché a Bari, è chiaro, un Mondo di mezzo esiste. Ed è sempre più il vero protagonista delle narrazioni criminali.

A raccontarcelo, nell’ultimo mese, ci sono almeno tre episodi di cronaca che conviene osservare bene.

Il primo, solo apparentemente il più grave. A fine ottobre si è conclusa con ordinanze di carcerazione, la storia investigativa sulla seconda guerra di Japigia, quella breve e feroce che ha occupato le cronache estive del 2018 ed ha segnato la definitiva rottura di un asse portante tra le alleanze “geopolitiche” della Camorra barese. A combattere questa guerra da una parte il nuovo clan di Japigia, i Palermiti, sempre presenti nella narrazione criminale del quartiere, ma emersi ufficialmente dopo l’abbandono della “strada” da parte degli ingombranti Parisi; dall’altra i Rafascheri, eredi di Vincenzo, uno storico figlioccio di Eugenio Palermiti, e padroni del piccolo e un tempo negletto quartiere Madonnella. La guerra scoppia quando Madonnella diventa un quartiere troppo vicino al frizzante Umbertino per poter pensare di decidere e regnare autonomamente anche su un pezzo importante della movida barese – e di conseguenza poter controllare e sodisfare la crescente domanda di droga che la sera, da quelle parti, si sviluppa. E la guerra scoppia perché i figli del vecchio Rafaschieri non ci stanno ad acquistare la droga dai Palermiti, a condizioni che ritengono punitive, e preferiscono orientarsi verso lidi diversi, stringendo un patto con gli Strisciuglio.

I Palermiti non possono accettare di perdere una piazza così importante. La guerra è breve ma feroce. E dopo stese durate un paio di mesi e inseguimenti a tutto spiano in pieno giorno, il colpo di grazia: al “tondo” di Carbonara un commando dei Palermiti intercetta lo scooterone con a bordo i due fratelli Rafaschieri e lo investe con una pioggia di piombo. Walter, il più piccolo, viene ammazzato, Alessandro resta paralizzato. Ai magistrati, che il quadro lo hanno chiaro dall’inizio, però, si para davanti un ostacolo per nulla facile da gestire: il principale sospettato, figlio di Palermiti, su cui gravano una serie di riscontri puntuali, ha un alibi che sembra di ferro: a quell’ora, nel giorno dell’omicidio, ha beccato una multa nel comune di Sammichele di Bari.

Ci vogliono tre anni di indagini, intercettazioni – e soprattutto le indispensabili dichiarazioni di un pentito come Domenico Milella – per capire che l’alibi è una montatura coscientemente costruita a tavolino da Palermiti e dal Comandante dei Vigili di Sammichele, Domenico D’Arcangelo. Una multa che scagiona e salva da un ergastolo. In cambio di uno smartphone. Tocca aggiungere, neppure di gran pregio. Come tocca ricordare che già in altre occasioni lo stesso vigile si era reso – sempre secondo le dichiarazioni dei collaboratori – sempre fin troppo disponibile nei confronti delle esigenze dei clan di Japigia.

E se questa è di sicuro la vicenda più eclatante, a chiarire un leit motiv inquietante ci sono altri due fatti che spaventano. Il primo: a Bari, il reddito di cittadinanza illegittimamente percepito, i contribuenti ci hanno perso più di qualche centinaio di migliaia di euro. Tutti finiti pro-quota nelle tasche delle mogli di boss e affiliati alla Camorra barese che by-passavano i controlli, magistrati a lavoro, perché non è chiaro se questo avvenisse grazie alla complicità o alla semplice disattenzione degli enti, e percepivano sussidi in barba al divieto sancito dalla legge di assistere, con questa misura, soggetti sanzionati per associazione a delinquere di stampo mafioso o associazione con finalità di traffico di droga. Un fatto grave, soprattutto se si guarda ai cognomi coinvolti – tutti fin troppo noti per non destare qualche legittimo sospetto e far scattare più di un banale campanello d’allarme.

E ancora, le ultime dichiarazioni di Vincenzo Anemolo, che parla con una serenità disarmante del suo ruolo di informale “navigator” per tanti baresi. Uomini e donne, giovani e meno giovani, che a lui si rivolgevano nella speranza di risolvere il proprio problema occupazionale, ricevendo, in cambio di denaro, un posto di lavoro presso agenzie di servizi, un megastore, un istituto di vigilanza. A ben guardare, Anemolo sarebbe in ottima compagnia, visto che, a far data dal processo “Mala.doc” contro le CCR di Cavallari, e a guardare la parabola del suo concorrente storico, Franco Diomede, assunto all’AMIU, la presenza, ancora una volta ferreamente lottizzata, di camorristi, sodali e familiari, in partecipate del Comune e nelle Asl è cosa risaputa. E finora poco indagata. Triste e preoccupante suona quindi il monito del Procuratore Rossi, come quello del coordinatore della DDA Giannella, a margine di queste notizie: “La Zona Grigia esiste; proviamo profonda amarezza perché eravamo abituati a trattare il problema della criminalità organizzata partendo dall’idea quasi romantica che da una parte stiano i buoni e dall’altra i cattivi. Invece non è così e ce ne rendiamo conto continuamente”.


24 settembre 2018: un'altra pagina nera

È il 24 settembre del 2018, poco prima di mezzogiorno. Al “tondo” di Carbonara va in scena quello che resterà uno degli avvenimenti di sangue più feroci che la storia criminale cittadina ricordi. I fratelli Walter e Alessandro Rafaschieri sono intercettati da un commando rivale. L’inseguimento comincia pochi metri fuori dell’abitato di Carbonara e prosegue sull’arteria di snodo che conduce verso lo Stadio e la Tangenziale. Nessuno scrupolo, da parte di nessuno dei due contendenti, a far fuoco anche se la strada è trafficata e di mezzo ci può finire qualcuno. I due fratelli hanno la peggio; al commando non va così bene, visto che nella foga di inseguire e cercare di fuggire, finiscono per tamponare un’altra autovettura. Poco male; gli uomini, armati e a volto coperto, bloccano un’altra auto e armi in pugno se ne impossessano dandosi alla fuga. Ancora una volta, senza alcuno scrupolo per chi, in quelle vicende, non c’entra nulla.

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