La violenza dei clan c'è anche quando non si vede

Bari violenta. Violenta per davvero; non è il titolo di un film. E questo anche e soprattutto a dispetto dei dati statistici che pretendono di narrarci il mondo criminale in questi ultimi diciotto mesi. E se i numeri non sono buoni, per capire cosa c’è intorno, l’unica narrazione a cui possiamo affidarci è quella dei magistrati e degli operatori delle forze dell’ordine. L’unico strumento buono, di colpo, diventano le ordinanze di arresto, le motivazioni a sentenza. Oppure le considerazioni amare degli operatori del servizio volanti, del controllo del territorio.

Scopriamo così che i timori su una crescita reale della ferocia di tante organizzazioni erano tutti fondati. Ce lo raccontano alcuni fatti, alcune vicende. Ed è nel narrato di storie come queste che emerge chiaro il problema. In tutta la sua pericolosità.

Due fatti, su tutti. Due vicende tra loro slegate, ma figlie dello stesso contesto organizzato. Vicende avvenute a distanza, tra loro, sia nello spazio, sia nel tempo. Eppure intrise degli stessi identici significati. E delle stesse legittime preoccupazioni. Non traggano in errore le date ed il fatto che arriviamo oggi alla quadra su fatti “pre” lockdown: proviamo a ragionare di un mood generale e di un mondo che non riconosce più nessuna regola, nessuna remora. E che non ha argomenti per invertire la rotta, visto che giorno dopo giorno, operazione dopo operazione, nelle cabine di regia ci finiscono ragazzi sempre più giovani, con la testa sempre più guasta. E visto che ai grandi vecchi sta bene così; a noi la cassa e che se la intestino questi ragazzini “senza niente in testa” tutta questa ferocia.

Quartiere Carrassi. È il 2018, il 14 gennaio, quando qualcuno bussa alla porta di casa della madre di Fabiano Andolfi, fino ad allora conosciuto nel quartiere e dalle forze dell’ordine come uno dei tanti che sopravvivono ai margini del grande traffico di droga del quartiere – quello che sta in quegli anni saldamente nelle mani del clan Anemolo. Ad aprire la porta Fabiano Andolfi stesso, che sull’uscio si ritrova davanti i suoi sicari. Nessuna pietà: revolverate dritte al petto, al viso – e poco importa che l’anziana madre stia lì, impietrita, ad assistere alla scena. Pochi minuti dopo quelle revolverate, esplose a due passi dalla Casa Circondariale, e a risuonare è una salva sinistra di fuochi d’artificio: missione compiuta, chi deve sapere, sappia così. Sull’omicidio di Fabiano Andolfi magistratura e questura avviano una indagine serrata, ma molto silenziosa. Ci vuole qualche anno, ma i pezzi finiscono tutti quanti a dama. E la storia che viene fuori ha dell’inquietante. Non tanto per la banalità di un omicidio progettato ed eseguito nel breve volgere di poche ore, quanto per i retroscena a margine di quell’omicidio. Retroscena che ci raccontano di una Camorra che freni non ne ha più e che passa sopra, come un rullo compressore, anche sui suoi stessi presunti codici. Perché se è vero, come le ordinanze recitano, che Fabiano Andolfi era stato ucciso su ordine di Vincenzo Anemolo, ras di Carrassi, perché in odor di passaggio al clan Capriati – nemici giuriati per interposta dei Diomede, sin dalla fine degli anni ’80 – è anche vero che il peggio sta tutto dopo le pistolettate contro un potenziale traditore.

Perché è questione di minuti, i mortali dei fuochi d’artificio fuori del carcere fumano ancora, e uno dei due killer sta già ricattando Anemolo. È Filippo Cucumazzo, fino a quel momento garzone fidato, che reclama col boss per un trattamento tutto da riconsiderare. E non si accontenta di uno scooterone in regalo e di un innalzamento fino al quarto grado. Minaccia di raccontare tutto, di infamare il boss e i suoi gregari più alti in grado. Cucumazzo scherza col fuoco e Anemolo non ha voglia di perdere tempo. Organizza una trappola, ordina ad un altro tirapiedi di portare Cucumazzo a far serata e di avvelenarlo. Il piano fallisce, Anemolo e Cucumazzo vengono arrestati… e l’altro garzone, quello a cui il boss aveva chiesto di avvelenare un figlioccio, non perde tempo, correndo in questura a spifferare di tutto su tutte le storiacce del suo clan.

Vincenzo Anemolo, l’ultimo della vecchia guardia ancora fuori, spalle al muro e con l’eventualità di più di un ergastolo a seppellirlo, non ci pensa due volte e si pente. Finendo di stracciare, con questo punto e a capo imposto alla sua storia, quarant’anni di codici, frottole, favolette buone solo a inventarsi una storia – la giusta Camorra – che non è mai esistita. Una storia come questa non si trova da nessuna parte, nelle vecchie narrazioni. Un simile livello di violenza da una parte e di inaffidabilità, dall’altra, Bari non lo aveva mai visto. Non ci sono solo omicidi efferati per capricci infantili ed economie da morti di fame – Andolfi non era chissà quale broker del narcotraffico. C’è anche un rapporto malato e compromesso che si agita nei villi più profondi di questa organizzazione.

Un rapporto che ci racconta di limiti stravolti, di leve senza pazienza, pronte ad esercitare addirittura l’arma del ricatto e ad agitare senza remore uno spauracchio come quello del pentimento e della soffiata – inimmaginabile, per stessa ontologia mafiosa – anche in questo caso per pochi spiccioli e per qualche gradino su un cursus honorum che ormai, a detta di tutti, non ha più nessun significato.

Crisi dei valori? Limiti della ferocia e della sconsideratezza gettati ancora una volta oltre l’ostacolo? Sì, se guardiamo all’altra storia venuta fuori negli ultimi giorni.

Cambia lo sfondo – Enziteto – cambiano le date – dal 2018 si passa al 2019 – ma il quadro è ancora più desolante. Ed anche in questo caso, per una piazza di spaccio violata e per il sospetto che qualcuno si possa pentire, stese, violenze, ancora una volta il pestaggio di tutto un nucleo familiare, col detestabile codazzo delle botte anche su un bambino di sei anni e su una donna all’ottavo mese di gravidanza. Tutto solo e soltanto per punire l’intraprendenza di un piccolo spacciatore, Giuseppe Piscopo, che si era azzardato a mettere il naso fuori della sua zona, arrivando a spacciare in una porzione di Palese destinata ad altri membri del clan di Enziteto – quello comandato da Saverio Faccilongo, pienamente organico alla Federazione Striciuglio e vicino all’ala di Lorenzo Caldarola, più che a quella di Carlo Alberto Baresi. Minacce e botte, una prima volta. Poi, quando si diffonde il sospetto davvero tutto da provare che il giovane si stia convincendo a collaborare, parte la spedizione puntiva in grande stile. Il pestaggio di una donna incinta e di un bambino, la stesa coi kalashnikov che sparano ad altezza d’uomo contro un basso, un locale al pianterreno. Per un pugno di “pezzi” – le dosi, a Bari, si chiamano così.


Chi è Il boss di Carrassi detto

Vincenzo Anemolo, 56 anni, detto Bruce Lee. È una delle figure storiche della criminalità organizzata cittadina. Già da metà degli anni ’80 conosciuto come l’altro boss di Carrassi, quartiere che contendeva ai Diomede sulla trincea disegnata dal Politecnico, dal suo quartier generale nelle case popolari dietro il complesso universitario. In trent’anni di alternanza serrata coi Diomede ha maturato odio e rancore verso i Capriati e rinsaldato un legame fortissimo, mai sopito, con Andrea Montani. Negli ultimi anni, dopo le sventure dei Diomede, si era rimpossessato di tutta la zona tra Carrassi e Picone e aveva sancito un accordo di reciproco rispetto coi Caracciolese di San Pasquale, sviluppando un controllo praticamente totale su quel pezzo di Bari, anche grazie alla droga – tanta - garantita dagli altri amici di sempre, i Palermiti di Japigia.


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