La rivoluzione digitale parla barese


Fincons, Atos, Lutech, Ntt Data, Deloitte, Pirelli, Lottomatica Digital Solutions e Nexi, in tre anni hanno portato a Bari 800 posti di lavoro. EY digital, Burda Forward e prima Exprivia e Auriga sono altri pezzi di un puzzle che ha reso Bari una delle aree del paese che è stata in grado di intercettare maggiormente il trend della transizione digitale che ha caratterizzato questi anni.

Gli elementi che hanno portato imprenditori a scegliere la Puglia e Bari nello specifico sono tanti. L’obiettivo spesso annunciato dal presidente di Confindustria Bar-Bat Sergio Fontana è quello di fare della puglia una piccola Silicon Valley italiana. Posta così lascia più pensare ad parallelismo suggestivo e non ad un piano di sviluppo del territorio. Eppure nei fatti così non è. Nonostante siano diversi gli interrogativi che orbitano attorno al settore, non ultima la sostenibilità sul lungo periodo di queste realtà, quello che al momento c’è è la varietà dell’offerta all’interno del panorama tecnologico. Fondamentale è il ruolo della formazione, i due atenei si sono dimostrati fin da subito in grado di rappresentare una sponda importantissima. Prezioso sarà il lavoro dei prossimi anni in cui bisognerà che i corsi di laurea si rendano funzionali ai profili professionali richiesti, così da creare un placement in grado di rilanciare il ruolo di Uniba e Poliba, sebbene quest’ultimo veda già un buon tasso d’occupazione tra i suoi laureati. Il rapporto virtuoso con il territorio, per esempio, lo ha dimostrato nelle scorse settimane Ntt Data. Lo scorso 20 maggio il colosso nipponico e l’ateneo guidato dal Magnifico Francesco Cupertino ha siglato un protocollo d’intesa in cui si prevedono forme di collaborazione in partnership per lo svolgimento di attività di ricerca, sviluppo tecnologico ed innovazione nell’ambito delle attività di didattica e formazione per supportare la trasformazione digitale delle aziende, attraverso un uso sempre più estensivo delle nuove tecnologie. Oltre ad erogare stage e tirocini per gli studenti dell’Ateneo, l’azienda giapponese intende anche costruire in partnership con l’Università progetti di ricerca e sperimentazione, ospitare presso la propria sede lo svolgimento di corsi post lauream e finanziare borse di studio. Ovviamente gli ambiti saranno Cloud Native Technology, Cybersecurity, IoT, Blockchain, HyperAutomation, Data Intelligence e Intelligence Automation, Opensource, Integration Platform, Customer Relationship management, Digital Supply Chain e Enterprise Resource Planning. Il problema a cui il colosso pone rimedio è quello dei profili adatti. Non è passato in sordine il recente appello proprio dell’azienda con sede in corso Vittorio Emanuele: le competenze richieste spesso non rispecchiano quelle possedute dai candidati.

«Se guardiamo ai più importanti processi in atto a livello globale non possiamo fare a meno di notare come il tema della digitalizzazione continui a rappresentare una assoluta priorità per lo sviluppo delle aziende, delle pubbliche amministrazioni e dei territori nel loro complesso», aveva detto Giuseppe Di Franco, Executive Vice Presidente di Atos e Amministratore Delegato di Atos Italia nel giorno in cui aveva annunciato l’arrivo dell’azienda a Bari. I francesi hanno previsto di arrivare a 400 assunzioni entro il 2024, ampliando così il loro tasso di assorbimento di risorse sul territorio. Di Franco aveva spiegato che «è sempre più evidente come i processi di trasformazione digitale rappresentino un elemento fondamentale non solo per la diffusione e il rafforzamento di nuovi modelli di business ma anche per sostenere i processi di decarbonizzazione e transizione ecologica». Anche in questo caso però c’è il pericolo che non ci siano i profili adatti da assumere. È la risposta che la città dovrà fornire al momento storico che stiamo vivendo. In materia di adattabilità entrambi gli atenei presenti in città hanno dimostrato di essere pronti, negli anni hanno seguito i mutamenti sociali sia pur vincolati dagli indirizzi del Miur che condizionano l’apertura di nuovi corsi di laurea. «Il Politecnico di Bari investe già da anni nella digitalizzazione e nel settore IT – aveva spiegato il Magnifico Rettore Francesco Cupertino – già da settembre prossimo, istituiremo un nuovo corso di Laurea Magistrale in Trasformazione Digitale e aumenteremo i posti disponibili per i corsi di Ingegneria Informatica. Questo per creare opportunità a favore di studenti e imprese in un settore in costante evoluzione».







Tra i principali artefici dello sviluppo industriale del territorio c’è il vicesindaco di Bari Eugenio Di Sciascio, scelto dal sindaco Decaro dopo i sei anni che il numero due di Palazzo di Città aveva trascorso alla guida del Poliba rendendolo una delle realtà accademiche più importanti del paese.

Il post sulla bacheca del sindaco ha un certo impatto. Ormai sono tantissime le realtà hi-tech in città

E qualcuno lo abbiamo anche saltato.

Come si costruisce la base su cui si possono realizzare questi interventi?

È la città ad essere cresciuta, tutta. È bella, funziona bene ed è diventata affidabile. Penso sia quest’ultima parola quella fondamentale. La città e la Puglia si presentano come realtà dove investire non è un pericolo, sono posti credibili in cui siamo in grado di presentarci in maniera unita. Come sistema.

In che senso?

Collaboriamo con la regione, collaboriamo con Puglia sviluppo, i tempi di qualsiasi cosa sono ragionevoli. Facciamo sponda con Ateneo e Politecnico, grazie ai quali possiamo contare su giovani talenti fondamentali in termini di ricerca.

La risposta è nell’insieme quindi?

Si sono unite una serie di condizioni di contesto a cui va aggiunta l’attrattività e la domanda di base che c’è, attraverso cui ci siamo potuti proporre come città in cui valeva la pena investire. Questo si sta rivelando vincente come modello.

Ha detto «ci siamo potuti proporre», tecnicamente come lo si fa?

Allora, va fatta una distinzione. Ci sono aziende che sono cresciute qui, non sono poche quelle che hanno cuore e testa nella città metropolitana. Penso ad Exprivia, Auriga e Open World, nati e cresciuti qui. Dimostrazione che prima non c’era proprio il deserto.

Quelle comparse negli ultimi anni invece?

Il periodo che io individuo con l’arrivo di Fincons ha dato il via ad un processo, questo è indiscutibile. C’è stata l’intuizione che potessimo intercettare un’azienda diretta verso il nord, addirittura la Svizzera. È stato l’ad dell’azienda a rendersi conto che qui c’era il territorio giusto, i talenti e una buona inclinazione alla ricerca. È stato lui a domandarsi perché andare a fare tutto a Milano quando qui le persone sono brave, ci si relazione bene e ci stanno anche dei finanziamenti. Questo è stato il primo elemento. Nel caso di Fincons sono venuti loro.

In altri casi invece?

Altre volte come nel caso di E&Y e Y digital, nasce tutto dal mio rapporto con l’allora presidente nazionale. Ho avuto modo di raccontare loro la realtà, loro sono venuti. Hanno visto che c’era la possibilità di trovare persone brave, di creare un rapporto con il territorio e con le sue istituzioni importante così si sono stabiliti. In due anni e mezzo hanno assunto più di 400persone, nonostante nel mezzo ci sia stata la pandemia. E ci tengo a sottolineare che non sono tutti ingegneri e informatici. E&Y non ha mai avuto finanziamenti dalla regione, questo testimonia che non esiste un unico modello. Altre realtà invece hanno sfruttato gli aiuti della regione che sono comunque un elemento di attrazione che ci deve stare.

Il suo passato nel settore che ruolo ha giocato?

Certo alcuni arrivi sono stati legati alla mia conoscenza con alcuni dirigenti, mi sono presentato e ho raccontato loro il nostro modello. Li ho solo invitati a vedere, è sempre la cosa migliore da fare. Molti però li abbiamo qui perché sono venuti, come si suol dire, “con le gambe loro”. Qualcuno ci ha contattati, qualcun altro non ci ha nemmeno avvisato. Il comune denominatore penso di poter dire che sia l’interesse verso il territorio, verso come questo si è presentato e l’esito positivo delle loro valutazioni. Chi fa un investimento, con o senza finanziamenti, fa delle valutazioni ampie. Non si muovono certo sulla fiducia.

Chi sono gli interlocutori di riferimento?

Si sono spesso confrontati con l’amministrazione regionale, quella comunale, con il Politecnico e l’Università.

Le istituzioni accademiche hanno giocato un ruolo fondamentale?

Questo io lo sottolineo sempre, è questione di investimenti innovativi. Funzionano se hai un riferimento in termini di ricerca e sviluppo di soluzioni. Anche questi sono fattori di attrazione.



POLO TECNOLOGICO? UNIVERSITÀ DECISIVA

Il successo o l’eventuale fallimento della città come polo di riferimento tecnologico del mezzogiorno dipenderà inevitabilmente dal ruolo dei due Atenei. Mai come in questo frangente storico dal livello di formazione ed istruzione dei baresi dipenderà il destino di un comparto. Il lavoro svolto già in passato da Uniba e Poliba è stato uno degli elementi determinanti per convincere realtà imprenditoriali ad investire, avere la sponda della ricerca a pochi passi è un elemento troppe volte per noi considerato scontato. Ora ai ragazzi il coraggio di crederci e a chi guiderà le strutture universitario il compito di formare i professionisti del domani. Non un claim usurato, quanto un vero appello ad intervenire. Bari polo tecnologico è un concetto legato a doppio filo a Bari città universitaria, rettori, amministratori locali e, perché no, studenti sono stati avvisati.

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