La pandemia è una minaccia per l'equilibrio dei bambini

Un un anno scolastico normale, ovvero senza pandemie globali in corso, metà novembre per le maestre e i bambini delle scuole elementari e medie vuol dire solo una cosa: preparazione per la prossima recita di Natale. E invece siamo nel 2020, anno bisestile per eccellenza, con una emergenza sanitaria che non accenna a rientrare e che ha posto un freno a tutte le attività, da quelle produttive a quelle istituzionali, come l’andare a scuola. 

Già poche settimane dopo lo scoppio dell’emergenza sanitaria, lo scorso marzo, non pochi addetti ai lavori si sono interrogati sugli effetti che la quarantena avrebbe provocato sulle fasce più giovani dove la socializzazione e il confronto con l’altro sono alla base. Uno studio condotto dal dipartimento di neuropsichiatria infantile dell’Ospedale pediatrico Giannina Gaslini di Genova, ha sottolineato gli infausti effetti del lockdown sui bambini, dimostrati nell’aumento dei disturbi del sonno, dell’irascibilità, sfociando talvolta in vere e proprie crisi di ansia.

A sostegno di questi dati, ha contribuito anche la ricerca sui comportamenti dei bambini prima e dopo il lockdown condotta dall’IRSS Fondazione Stella Maris di Pisa, in collaborazione con l’European Academy of Childhood Disability, che ha sottolineato come a una drastica riduzione della socialità e delle terapie fatte in presenza, sia corrisposto un uguale incremento della patologia. Nei bambini affetti da problematiche neuropsichiatriche con una età compresa tra i 6 e i 18 anni è stato osservato un “aumento di comportamenti, ossessivi sino ad arrivare a comportamenti correlati a un disturbo post traumatico”. Dati confermati anche dall’istituto Superiore di Sanità, che ha notato come a una inferiore incidenza di mortalità causata da Covid19 nella fascia dai 10 a i 18 anni, corrisponda una maggiore somatizzazione degli effetti a livello psichico. 

“Abbiamo osservato che durante questo difficile periodo, caratterizzato da molte novità e dalla necessità di sviluppare nuove abilità adattive, bambini con funzionamento già caratterizzato da disregolazione emotiva e comportamentale, si attivavano rispetto a soglie di stimoli molto più basse, mettendo in atto  risposte più intense e prolungate nel tempo, con difficoltà a recuperare un equilibrio del tono di base” spiega Dafne Loliva, psicologa cognitiva comportamentale che da anni lavora con bambini affetti da disturbi dell’apprendimento. 

L’interazione tra le caratteristiche pe-culiari di questi bambini e il bisogno imposto dalla didattica a distanza di essere pronti in tempi brevi a recepire i contenuti, ha creato spesso un cortocircuito e una rinuncia all’apprendimento.

La DAD, didattica a distanza, si è dimostrata un efficiente strumento per sopperire alla mancanza delle lezioni in presenza, ma a un prezzo davvero alto. Il 90% del campione dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni che hanno partecipato al progetto “Ragazzi in quarantena” condotto dall’Istituto di Mario Negri di Milano hanno sostenuto che nei mesi di lockdown ciò di cui hanno sentito maggiormente la mancanza è stato proprio il rapporto con i pari. A questo poi si è aggiunto anche il problema di portare a casa un ottimo rendimento scolastico, causando negli adolescenti un motivo ulteriore di ansia e preoccupazione. 

“Il problema spesso è stato anche l’aspettativa irrealistica riposta su questi bambini, per questo - spiega la dottoressa Loliva - è necessario abbassare gli standard e permettere il raggiungimento anche di obiettivi personalizzati rispetto al profilo dei singoli studenti, pur di non perdere la motivazione e la curiosità ad apprendere” 

In questo nuovo scenario, l’apporto familiare è diventato nuovamente la chiave di volta per garantire il benessere psicofisico dei bambini. 

“Come ogni novità, anche la didattica a distanza se presentata dal genitore in maniera chiara e prevedibile al bambino, sarà più facile per lui da comprendere e accettare. Le stesse emozioni negative - incalza la psicologa -che è possibile sperimentare di fronte al pc (affaticamento per le molte ore vissute in maniera frontale, la deprivazione degli stimoli sociali), andrebbero accolte, nominate e normalizzate dall’adulto per permettere al bambino di non sentirsi sempre meno all’altezza e competente rispetto all’apprendimento a distanza. La chiave sta sempre nella capacità di genitori e insegnanti di attribuire ai bambini pensieri e sentimenti sulla base non di quelle che sono le urgenze degli adulti, ma dei loro bisogni naturali, che spesso hanno più a che fare con l’accudimento, il calore, il gioco e la fiducia che non con la necessità di completare il programma didattico dell’anno o di fare esattamente tutti i compiti del giorno seguente”.

Ma in una situazione come quella causata dal Covid19 dove mantenere la distanza è l’unico modo per preservarsi dal contagio, la DAD sembra essere – ad oggi - l’unica strada percorribile. Con la speranza che, ad anno nuovo, insieme al vaccino si giunga a una nuova soluzione che consenta ai ragazzi di poter mantenere i rapporti sociali e scongiurare così i rischi di compromissione degli aspetti cognitivi, motivi e relazionali che una chiusura prolungata delle scuole naturalmente comporta.


Problemi psicologici: impennata in 4 paesi

Dall’8 marzo, il Covid19 ha assorbito tutte le forze del sistema medico ed ospedaliero. Una lotta senza quartiere che ha messo nel cono d’ombra tante altre malattie, fisiche e mentali, di cui ci si continua ad ammalare. In particolare, è stato dimostrato che il Covid19 ha comportato un aumento delle malattie mentali legate al clima di incertezza creatosi e al lungo periodo di isolamento. Dati allarmanti, quelli presentati il 10 Ottobre, giornata dedicata alla salute mentale, dall’Istituto Elma Research: una ricerca condotta in Francia, Spagna, Germania e Italia ha dimostrato come il numero di persone che in seguito all’impatto della pandemia ha dichiarato di soffrire di problemi psicologici è salito oltre il 50%, sfiorando addirittura il 69% in Spagna.

Un dato confermato anche dall’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha dichiarato come i servizi dedicati alla salute mentale siano stati messi in ginocchio nel 93% dei Paesi di tutto il mondo, tanto che solo un Paese su 10 è stato in grado di reggere il carico. Uno scenario preoccupante che rischia di allargare ulteriormente il divario tra Paesi ad alto reddito e quelli a basso reddito. I settori più colpiti, quelli che offrono assistenza alle fasce più deboli: anziani e giovani, seguiti dai servizi di counseling, psicoterapia e di assistenza al contrasto delle dipendenze.


Scrivi all'autore