La Regione allo sbando

Se ancora a qualcuno non fosse chiaro, ha perfettamente ragione il capo della Protezione Civile, Fabrizio Curcio: la pandemia che stiamo vivendo da oltre un anno è per le nostre generazioni l’equivalente della guerra mondiale per chi era nato nel primo ventennio del Novecento. Ed in guerra si combatte tutti i giorni, Sempre e comunque. E poiché siamo in guerra, non è possibile svegliarsi al mattino e chiedere al nemico di non sparare “perché oggi non ne ho voglia” o “perché ho mal di testa”. In guerra non esistono domeniche, non esistono giorni festivi. Non esiste niente. Si combatte e basta.

Le guerre bisogna poi vincerle. E per vincerle non basta essere i più forti o i più organizzati: serve una strategia. Se così non fosse, gli americani non sarebbero rimasti impantanati nella giungla vietnamita per sette lunghi anni (sui venti totali del conflitto) sconfitti più che dalla forza dell’avversario sul campo, dalle condizioni ambientali e dalla dissenteria provocata dalla asfissiante umidità. E nonostante facessero un uso a dir poco indiscriminato del napalm.

E allo stesso modo la Sesta Armata tedesca, prigioniera per sei mesi, in pieno inverno, nella sacca di Stalingrado, venne annientata più dal gelo e dalla fame che dai colpi sparati dall’Armata Rossa che l’aveva circondata. Tanto che a fine assedio venne aperto l’unico corridoio umanitario della Seconda guerra mondiale, per consentire ai soldati nazisti superstiti di ritirarsi.

In entrambi i casi, le truppe statunitensi e la Wermacht erano certamente più forti e meglio attrezzate dei rispettivi nemici. Ma scelsero la strategia sbagliata. Perdendo.

Il lungo preambolo serve a spiegare un concetto che dovrebbe in realtà essere chiaro a chiunque ancora utilizzi il cervello per il suo uso originario e dovrebbe anche chiarire che in guerra non c’è stanchezza che tenga. Si vince quando è finita. Se si vince…

Le domande conseguenti, vista la situazione che stiamo vivendo, sono due. La prima: abbiamo una strategia vincente di contenimento del virus?

La seconda: la gente ha compreso che se non si serrano le file adesso, rischiamo di non uscirne sebbene la luce in fondo al tunnel sia finalmente visibile?

Alla prima domanda dobbiamo rispondere con un vago “speriamo di sì”. Perché se si deve giudicare da come è stata gestita finora la situazione in Puglia è chiaro che fare peggio era forse impossibile. Non siamo i soli a dare questa valutazione. L’ex assessore alla Sanità della Regione Puglia durante gli anni della presidenza Vendola, Tommaso Fiore, non ha dubbi di alcun tipo, secondo quanto dichiarato in una intervista a Repubblica la scorsa settimana. Senza mezzi termini ha affermato che i pugliesi “assistono ad un disastro senza poter fare nulla” e non ha avuto dubbi su quanto abbiamo sostenuto in tempi non sospetti. Aggiungere posti letto per cambiare le percentuali di occupazione delle terapie intensive e passare repentinamente in fascia gialla è stato un clamoroso errore: “A inizio febbraio – ha detto testualmente – la Puglia ha fatto sapere al ministero della Salute di avere 100 posti letto in Terapia intensiva immediatamente attivabili, il governo li ha considerati validi ai fini delle percentuali e ci siamo ritrovati in zona gialla. Ma quei posti non erano staffati, cioè coperti dal personale necessario per attivarli: significa che esistevano soltanto sulla carta. Questo spiega perché oggi ci troviamo con gli ospedali al limite del collasso”. E ha aggiunto: “Da metà febbraio sono ripresi i contagi e adesso sono arrivati i pazienti negli ospedali. All’epoca dovevamo rimanere in zona arancione o addirittura rossa”.

Tesi ancora più estrema quella di Luigi Nigri, vicepresidente della Federazione italiana medici pediatri (Fimp), che in una intervista a Radionorba ha spiegato che “la soluzione non può essere una zona rossa teorica ma una organizzazione migliore nell’effettuazione dei tamponi, nel tracciamento e nelle imposizioni delle misure di isolamento e quarantena. Perché purtroppo c’è gente che è in quarantena e va in giro”.

Per Nigri “quando il picco arriverà in Puglia, ci troveremo dinanzi a uno scenario drammatico del si salvi chi può, se non si prendono provvedimenti”. Per il pediatra biscegliese, i problemi della Puglia di fronte alla pandemia nascono dal fatto che “manca una cabina di regia: qualcuno che a livello alto riunisca i medici di famiglia, i pediatri, i medici ospedalieri, che sono allo stremo, e giorno per giorno osservi le criticità e proponga soluzioni”. Insomma, si vive alla giornata, inseguendo il pallone, per usare una metafora calcistica, come quando si giocava sui campetti di periferia.

Anche la dottoressa Maria Chironna, responsabile del Laboratorio di epidemiologia molecolare del Policlinico, è tornata sull’argomento, spiegando come “l’attuale situazione epidemiologica risente di quanto accaduto qualche settimana fa”. Anzi, addirittura va indietro fino al Natale “perché su una curva in lenta discesa dopo le feste si è innestata la terza ondata, legata sia a una libera interpretazione della zona gialla sia alla diffusione, di mano in mano più sostenuta, della variante inglese”.

Dunque, la tesi che abbiamo fatto nostra da subito, ovvero che la scelta aprire la Puglia la settimana precedente San Valentino sia stata un gravissimo errore di interpretazione, è ampiamente condivisa. Ed è un errore francamente incomprensibile, se è vero che perfino l’assessore Lopalco nella prima settimana di febbraio si diceva talmente preoccupato della variante inglese che addirittura in uno dei suoi tanti interventi sulla stampa era arrivato ad auspicare una restrizione delle misure di contagio in tutta Italia. Poi, incredibilmente, neanche una settimana dopo, con una sorta di artificio contabile, ha consentito alla Puglia di scalare una fascia e di diventare gialla.

Tutto questo è, purtroppo, ampiamente supportato dai numeri. Marzo è stato un mese decisamente difficile. Lo dimostrano ad esempio le percentuali settimanali dei contagi, nel rapporto tra nuovi positivi e tamponi processati. Nella prima settimana del mese eravamo al 12,98%, già in risalita rispetto ad esempio al 9,25% della settimana di febbraio cominciata (guarda caso) il giorno dopo San Valentino. Ovvero prima che le riaperture e la zona gialla facessero danni. Poi marzo è diventato un crescendo: 14,53% nella seconda settimana; 15,26% nella terza; 16,24% nella quarta, quella che si è conclusa domenica 28. Per intenderci, siamo ai livelli del mese di novembre: il peggiore finora dopo dicembre. E non è finita, perché a quanto pare siamo lontani dal picco di una terza ondata che di fatto si è sovrapposta ad una seconda che in Puglia non era mai terminata.

E poi ci sono i morti. Come avevamo previsto con la proiezione della prima settimana, marzo ha finito con l’essere il mese peggiore dopo l’ultimo del 2020, con 881 vittime. Novembre, che pure ci era apparso terribile, ne aveva contati 759.

E al di là dei numeri, ci sono le situazioni: gli ospedali pieni, le terapie intensive sotto stress, il personale impegnato nella sanità allo stremo delle forze.

La risposta alla seconda domanda, invece, è meno tecnica e più “sociologica”. La gente è stanca e soprattutto ha di fatto quasi “imparato” a convivere col virus. Ma è solo una sensazione, se proprio gli esperti che abbiamo citato sopra spiegano come le modalità siano cambiate: l’età media è crollata, gli anziani sono colpiti meno (anche grazie ai vaccini) e soprattutto il contagio avviene in casa perché si tende a pensare che un estraneo possa essere in qualche modo pericoloso ed un parente no. Ma anche questo è un clamoroso errore di valutazione. A tutto ciò si aggiungono le difficoltà di gestione della pandemia da parte del sistema sanità. Il tracciamento è di fatto saltato da diversi mesi, i tamponi restano pochi e spesso chi ne chiede uno è destinato a lunghe attese; magari in casa mentre è positivo e finisce col contagiare i familiari. Per non parlare di quanti, positivi in attesa di tampone, se ne vanno tranquillamente in giro a fare la spesa.

In tutto questo, si innescano i meccanismi di cattiva sopportazione di quanto stiamo vivendo. I rigoristi sono visti come il fumo negli occhi, quasi volessero in realtà fare un dispetto alla comunità piuttosto che tutelarla in un momento di grave difficoltà eppure – speriamo – non distante dal traguardo. Il sindaco Decaro, non più tardi di qualche giorno fa, ha minacciato di inviare le forze dell’ordine laddove dovessero esserci assembramenti, feste clandestine e così via. Farebbe benissimo e non guasterebbe che anche la Regione intervenisse rendendo la zona rossa realmente rinforzata. Ma la prossima è la domenica di Pasqua. Siamo davvero certi che tutti rinunceranno alle tavolate?

Consentiteci qualche dubbio con il malcelato desiderio di sbagliare previsione.

Purtroppo, crediamo che abbia ragione il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, che in una recente intervista al Corriere della Sera, criticando le aperture ipotizzate da qualche politico buontempone che sembra vivere fuori al mondo, ha citato il filosofo tedesco Nietzsche: “Le persone non vogliono ascoltare la verità perché preferiscono non vedere distrutte le loro illusioni”.

Solo che con le illusioni in questo caso si può anche morire…


Tante categorie a 'caccia' del vaccino

Bene ha fatto il governo Draghi a imporre una sua scelta sulle modalità di vaccinazione, stoppando il caos che si stava creando con le Regioni: ognuno a briglia sciolta, in qualche caso perfino consentendo a chi non ne aveva diritto, né precedenza, di fare prima di altri.

E tralasciamo il discorso dei cosiddetti “furbetti”, che speriamo siano duramente puniti perché etica, nella vita, non può essere soltanto una parola.

Se si prova a guardare dal punto di vista di ogni singola categoria, ognuno a modo suo potrebbe avere ragione. Ma magistrati e avvocati, così come i giornalisti, possono godere di palcoscenici privilegiati su cui spiegare le proprie tesi.

Ma i dipendenti dei supermercati, quelli delle Poste, delle aziende di nettezza urbana– tanto per citarne alcune – non hanno questa fortuna. Eppure sono in prima linea, dal primo giorno, correndo rischi di contagio incredibili.

Così come i volontari, una pietra miliare nella storia della pandemia.

A Bari è partita una iniziativa, organizzata dal Centro di Servizio al Volontariato San Nicola, che punta a vaccinare volontari e disabili nel più breve tempo possibile: “E’ un argomento che stiamo portando avanti da un po’ di tempo – dice Rosa Franco, presidente del Cvs - perché in questo momento di pandemia, in cui l’apporto dei volontari è fondamentale, non consentire che rientrino tra le categorie di cittadini che possono essere immediatamente vaccinati, costituisce un grave problema per tutta la comunità.

Ci sono tantissimi volontari che da un anno a questa parte stanno offrendo gratuitamente la loro opera in vari contesti, dalla sanità al sociale spicciolo, che può essere quello di consegnare la spesa presso le abitazioni di coloro che hanno difficoltà ad uscire oppure di intrattenere alcune fasce di cittadini, come ad esempio i disabili. Ignorarli è andare contro noi stessi”.


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