La Puglia 60 anni fa inseguiva il futuro

Siamo ad un sessantennio ormai dagli anni sessanta, anni particolarissimi nella storia d’Italia del ‘900. Già, perché, in una prospettiva europea, anzi occidentale, quelli sono stati gli anni della seria ripresa economica, in Italia anzi del cosiddetto ‘miracolo’, il famoso boom, arrivato da noi anche sui grandi schermi. Nato con rosee prospettive, nel festoso clima dell’atmosfera rilassata dei suoi primi anni, il secolo si avviava lungo percorsi difficili e poi addirittura tragici. 

Le dittature d’ispirazione bolscevica, fascista, nazista; i terribili lutti della guerra; l’indicibile scempio dei lager e dei gulag. Dolore e disumanità, barbarie. Poi, dopo le macerie belliche e l’immensa sofferenza umana, l’inevitabile e necessaria ripartenza. Ma gli anni ’50 sono stati ancora quelli, specie in Italia, della riemersione dalle macerie, certo con una politica attenta a porre le basi del successivo miracolo. Ecco poi i ’60. Evasione, “La dolce vita” (il cinema come sempre dice già tutto, alla sua maniera), i mezzi di consumo, il frigorifero, la lavatrice, per non parlare della tv, già arrivata a metà degli anni ’50 con la Rai ma solo ora realmente diffusa nelle case degli italiani. L’economia del Bel Paese si avviava a diventare una delle più ricche dell’area, appunto, occidentale. La Fiat, già prosperante durante il periodo fascista con la Balilla, grazie all’esplosione delle auto di caratura ‘familiare’ (la mitica 500 data al 1957, ma ci sarà poi anche la 600), detta sempre più legge. E l’Italia va, si mette in cammino. Anche nel senso letterale: in viaggio, cosa quasi inesistente per l’italiano medio fino a pochi anni prima. Le vacanze estive di venti giorni almeno, le nostre città svuotate, si potrebbero citare ancora altri film. Insomma, è la storia –tutto sommato recente- d’Italia. E il Sud? Come reagì anche la nostra Puglia a tutto ciò? Cosa accadde, concretamente, da noi? Al di là delle rivoluzioni anche di costume negli stilemi di vita quotidiana, come si modificò la vita dei pugliesi e cosa fu messo in cantiere qui in Puglia perché anche questa regione potesse sempre più crescere (e crebbe, certo che crebbe)? Sarebbe lunghissimo elencare come, nella realtà si mise in moto il Paese tutto. 

Gli anni cruciali furono quelli relativi al quinquennio 1958-1963. Anni importanti. La liberalizzazione degli scambi, la nascita della Ceca e dell’Eni (1953), la tanto attesa riforma agraria, la Cassa per il Mezzogiorno (già prima, pur con tutti i suoi limiti), l’adesione al Mercato comune europeo nel ’57, la pianificazione e la messa in rete autostradale ed altro ancora. Quanto al Sud ed alla Puglia, ci siamo fatti aiutare da un’autorità in materia: il prof Federico Pirro, studioso di storia economica, prezioso editorialista della Gazzetta del Mezzogiorno e docente di Storia dell’Industria all’Università di Bari. 

“Per le aree del Mezzogiorno fu essenziale la nuova politica industriale realizzata con l’idea indovinata dei ‘poli di sviluppo’ –attacca con convinzione Pirro-. La legge 634, varata il 29 luglio del 1957, avviò una nuova grande stagione di crescita industriale nelle nostre regioni meridionali, trainata dalle Partecipazioni Statali, ma partecipata anche e soprattutto da grandi gruppi privati, mentre in alcune aree del Mezzogiorno (Sicilia e Basilicata, per intenderci) vennero trovati anche petrolio e gas metano che contribuirono a favorire l’insediamento di alcuni strategici settori manifatturieri”. 

Grande il ruolo ricoperto in tutto ciò da Enrico Mattei, immaginiamo. “Certo, ma anche a Bari: il 2 gennaio del 1962 entrò, non a caso, in produzione il Pignone Sud, voluto proprio da Mattei –conferma Pirro-. Ma era già nato il produttivo triangolo industriale Bari-Brindisi-Taranto, nel 1959 erano iniziati i lavori di costruzione del Petrolchimico a Brindisi, il 9 luglio del 1960 venne posata la prima pietra del Siderurgico di Taranto. Poi vennero toccate anche le aree di Foggia e del Salento dallo sviluppo industriale”. Taranto, già. Terra anche di dolore, forse anche di triste disillusione, oltre che di crescita economica e di successo. Polemiche, lutti, annose situazioni su cui è intervenuta la magistratura. Un dibattito cocente e che è diventato sempre più una questione nazionale, a tutti gli effetti. Ma su questo Pirro è deciso: “Non nego di certo i problemi, ma il Siderurgico di Taranto non è una disillusione, lasciamo queste deduzioni agli estremisti dell’ambientalismo locale. Come dicevo, proprio pochi giorni fa si è ricordato il sessantennio della posa della prima pietra. Ancora oggi, nonostante tutto, l’acciaieria di Taranto è la più grande fabbrica manifatturiera d’Italia per numero di addetti diretti pari a 8277 unità. Un dato assolutamente non trascurabile. Un qualcosa che resta un vanto per il Sud e per la Puglia”. Andiamo avanti. Come cambiò l’ottica dei pugliesi con l’avanzare del boom e come il resto d’Italia guardò a questa nostra terra, così mutata? 

“Crebbe di molto –ricorda il nostro interlocutore- l’attenzione dell’opinione pubblica alle problematiche della crescita economica, grandi convegni si organizzarono a Bari nei primi Anni Sessanta per disegnare il futuro della crescita economica della regione o per tracciarne già i primi bilanci. La Fiera del Levante in quegli anni, tra la fine dei cinquanta e l’inizio dei sessanta, funzionò veramente da grande tribuna italiana in cui di discusse di sviluppo del Sud in ottica nazionale. La Puglia acquisì una sua decisa centralità”. 

Anche da qui – oltre a tutto quel che Pirro ha ricordato - la celebre definizione della Puglia come la “California del Sud”. Non solo. Con riferimento alla nostra regione e all’area barese, infatti, quest’anno si ricorda anche il sessantennio dalla nascita dell’Asi, il consorzio per l’Area di Sviluppo Industriale di Bari. 

“Certo, un’esperienza a mio parere decisamente positiva perché ha dotato l’area intercomunale Bari-Modugno di un agglomerato attrezzato e raccordato alle vie di comunicazione che non ha nessun altro comune della Città metropolitana di Bari, con l’eccezione di Molfetta, anch’essa tra l’altro facente parte dell’Asi”. 

Ma oggi, proprio sul tema dell’industria, a che punto siamo e quali le prospettive per la Puglia e la Terra di Bari in particolare?.

 “Per quanto riguarda lo sviluppo industriale, bisogna rafforzare - conclude il prof. Pirro - i settori già esistenti, soprattutto meccatronica, farmaceutica, oil&gas, Ict e biomedicali. Sarebbe determinante, inoltre, saperli connettere sempre di più alle catene nazionali ed estere di valore, ambiti in cui molti impianti sono del resto già inseriti. Ma la Città metropolitana –nell’insieme dei suoi 42 comuni– è già una grande area industriale di rilievo nazionale e mediterraneo, bisogna solo esserne pienamente consapevoli. La sfida è tutta qui”.


Nel 1960 la nascita del consorzio asi

Sessant’anni, dunque, anche dalla nascita dell’Asi, consorzio dell’Area di Sviluppo Industriale di Bari. Ente pubblico dal 1991, vide sin da subito coinvolti nelle sue attività la Provincia, i Comuni interessati e la Camera di Commercio di Bari. Nato appunto nel 1960, il consorzio mise in cantiere il fondamentale quadriennio dal ’61 al ’64: nacquero, così, la Breda Fucine Meridionali, la Manifattura Tabacchi, la Sobib Coca Cola e la Pignone (oggi Nuovo Pignone). Gli investimenti, mai gravati sui bilanci dei Comuni consorziati, permisero una certa efficacia all’ente ed alle sue iniziative. Negli anni dal 1965 al 1975, ecco arrivare anche, tra le altre industrie, la Philips, la Fiat, la Bosch, la Firestone. Una storia importante, segnata però, anche piuttosto recentemente, da polemiche politiche ed ambientalistiche circa alcuni nuovi impianti e il relativo impatto col territorio.

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