L'universo degli insospettabili

Lockdown e COVID non hanno fermato, a Bari, il lavoro dei magistrati del pool antimafia. Nei giorni passati, alcune operazioni di polizia e alcune carcerazioni hanno dimostrato come massima sia l’attenzione degli inquirenti sulla piaga della criminalità organizzata in città. E se di Camorra si parla, a Bari, ormai questa fa coppia fissa con la parola spaccio. Marijuana, hashish, ma anche cocaina a prezzi quasi stracciati ed eroina, tanto nella versione da buco quanto nella più subdola e pericolosa formulazione Cobret - da fumo - destinata al mercato dei giovanissimi. 

Il mercato della droga costituisce per i clan la cassa continua, mantiene centinaia di affiliati. In alcuni casi garantendone la sopravvivenza. Per i magistrati, il business che va disarticolato, per far crollare il castello. Perché con quel traffico, i clan assicurano gli utili per gli aderenti, mantengono le famiglie dei carcerati e assicurano a chi sta dietro le sbarre un fisso settimanale. E perché a Bari, soprattutto nei quartieri marginalizzati, l’utile mafioso costituisce il valore aggiunto in termini anche di reclutamento, offrendo immediatamente una alternativa reale e tangibile all’esclusione sociale. 

C’è altro, però, che preoccupa da tempo i magistrati. Un fenomeno più volte denunciato anche da queste colonne: la velocità con cui la Camorra sta manipolando le forme e i meccanismi dello spaccio, attuando vere e proprie mutazioni che le permettano di mimetizzarsi meglio, di rompere l’argine delle piazze di spaccio - confinate, blindate e per questo facilmente assediabili e tracciabili - e penetrare tessuti e circuiti diversi, per rifornire anche quelli di stupefacente e garantirsi mercati e acquirenti nuovi, lontano da occhi indiscreti.

Così si spiegano gli arresti della settimana scorsa contro una batteria di criminali colpevoli, secondo le accuse, di essere i fornitori di un gruppo di spacciatori, alcuni minorenni, per famiglia e provenienza esterni al circuito delle famiglie di Camorra. Ragazzi che, almeno in prima battuta, nessuno avrebbe nemmeno sospettato di poter collegare ai clan baresi e allo spaccio di droga. 

Ai vertici di questo gruppo, i fornitori, i fratelli Giorgio e Maurizio Larizzi, legati alla figura di Ignazio Larizzi, storico braccio destro di Antonio Capriati. Non è chiaro se questo dettaglio possa assurgerli ancora al ruolo di affiliati organici alla cosca del Borgo Antico ma basta a inquadrare tanto il lignaggio quanto la autorevolezza di queste due figure. Erano loro, secondo l’accusa, a rifornire ragazzi della cosiddetta Bari Bene di stupefacente da rivendere ciascuno nei propri circuiti - altrimenti irraggiungibili per figure riconoscibili, compromesse, marchiate, come loro. E infatti, le indagini si sono concentrate maggiormente proprio su quartieri che istintivamente verrebbe da escludere, quando si enumerano i pezzi di città segnati in qualche modo da una presenza endemica della Camorra. Picone, Poggiofranco; parliamo di questi quartieri. Tant’è che l’indagine che si conclude con questi arresti, comincia proprio a Poggiofranco, con la gambizzazione di un diciassettenne. Un fatto misterioso che, nel 2017, destò particolare preoccupazione. A Poggiofranco, fino ad allora, non si era mai nemmeno pensato potesse succedere. L’indagine, invece, svela come proprio quel ragazzo, all’apparenza estraneo ai giri del crimine organizzato, fosse invece un riferimento preciso per il mondo dello spaccio sommerso del quartiere e per due clan - Palermiti e Diomede - che, all’epoca, si contendevano il controllo del traffico di droga in quella zona e soprattutto nel circuito degli insospettabili. I Palermiti, secondo i magistrati, fecero gambizzare il ragazzo perché aveva scelto di mettersi al servizio del gruppo avversario. 

Scavando in quel mondo, in quel sottobosco fatto di ragazzini di buona famiglia al soldo dei clan, i magistrati hanno poi scoperto che esisteva una rete di rifornimento di questi spacciatori, esterna ai primi due clan, promossa dai fratelli Larizzi. I clan all’epoca in lotta erano affermati, determinati, feroci. Gruppi così ben armati e attrezzati da non essere mai scesi in guerra uno contro l’altro, proprio per evitare l’esplosione di un conflitto che avrebbe portato con sè sangue, morte, pressione delle forze dell’ordine. Per quel ragazzino, per il suo portafogli clienti, si arrivò a gambizzare un minorenne e a rischiare l’apertura di una guerra. A dimostrazione di come sempre più i clan siano attenti a curare questa nuova forma di commercializzazione della droga. 

È quello contiguo al “mondo di sopra”, all’universo degli insospettabili, lo spaccio che i clan difendono con più attenzione, ormai. Perché è quello che garantisce innanzitutto maggiori guadagni - visti i portafogli degli acquirenti medi, di sicuro più gonfi dei pochi spicci di un tossico qualsiasi o di un ragazzino “di quartiere”. Ma anche, e soprattutto, perché è la forma di spaccio che meglio assicura un radicamento in circuiti e mercati stabili, referenziati, capaci di rimanere sommersi soprattutto grazie alla aura di insospettabilità di acquirenti e anelli finali della catena di distribuzione. 

È un mondo, quello dello spaccio cosiddetto liquido, esterno alle forme granitiche delle vecchie piazze di spaccio, che a Bari sta fortemente prendendo piede. Nelle scuole superiori, come cavallo di troia per garantirsi una generazione di clienti da intossicare. Ma anche e soprattutto a margine della movida serale, in quartieri come Madonnella, da tempo diventati la frontiera lungo la quale i clan si combattono una guerra feroce, per quanto a bassa intensità. 

Altre inchieste, finite a dama nelle settimane passate, hanno dimostrato con quanta determinazione i Palermiti siano stati capaci di difendere la loro posizione sul mercato, tanto dal gruppo di Bari Vecchia immigrato nel quartiere, quanto dalle tentazioni dei fratelli Rafaschieri di emancipare il loro quartiere - Madonnella - dal controllo diretto del gruppo di Japigia. 

In entrambi i casi, ancora, l’oggetto del contendere erano sempre le chiavi di accesso di un mondo altrimenti non penetrabile con facilità e discrezione dai clan: quello dello spaccio liquido, disciolto nella movida o nascosto a margine degli studi professionali e ben lontano dai palazzoni del CEP e di Enziteto o dai giardinetti del Libertà.

La Camorra Barese, da tempo, la sta dimostrando così, la propria modernità: inventando sistematicamente modi diversi per raggiungere mercati e circuiti diversi. In questo, sconforta ammetterlo, l’alleato dei clan è sempre uno: la profonda sottovalutazione del fenomeno che da sempre, sin dalle origini, accompagna la parola mafia a Bari.  


La Camorra barese e gli stessi nomi di sempre

Larizzi: un cognome che parla, nel mondo della Camorra Barese. Porta subito alla mente uno dei triumviri di Antonio CApriati, fondatore del clan di Bari Vecchia. Ignazio Larizzi, assieme a Domenico Monti e Nicola D’Ambrogio, erano gli uomini di strettissima fiducia del boss, quando il clan metteva radici nel borgo antico. E se di Monti e D’Ambrogio s’è detto e s’è scritto tantissimo, poco si sa della figura del terzo, Ignazio Larizzi, fuori gioco per l’ergastolo dopo il processo Borgo Antico. Il suo cognome ritorna, a creare un collegamento tutto da provare tra i due promotori del sodalizio, suoi figli, e il clan di Bari Vecchia. Tutto da provare perchè, a margine del processo Ariete, un pentito ha accusato i vertici del clan di aver commissionato, nel 2017, l’omicidio di Maurizio Larizzi, scomodo proprio per la sua tendenza a muoversi in autonomia senza condividere successi e segreti.

Scrivi all'autore