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L'ora tragica che portò dolore e povertà

Il 10 giugno del 1940 giunse, proverbialmente, "l'ora delle decisioni irrevocabili". Benito Mussolini, duce del fascismo, alla fine del decennio (gli anni '30) del massimo consenso e all'inizio del lustro della fine, dichiara la guerra, ufficializza l'entrata dell'Italia nel conflitto. La seconda guerra mondiale, già iniziata nel settembre del 1939, entra nel vivo. Tripudio, folla plaudente, il consenso appunto alle stelle. Fu l'apoteosi. Come sempre, i punti più alti non tornano più. E se tornano, tornano indietro. Lungi da noi ora un'analisi sull'andamento della guerra, sul rapporto del regime fascista col Paese, sulle cause della fine e della distruzione di quello stesso rapporto. Chiediamoci cosa successe quel giorno, cosa successe, poi, subito dopo. Anche nella nostra Puglia e nel nostro capoluogo, a Bari. Inizio della guerra, risposta del territorio, disponibilità logistiche offerte persino ai campi per i nemici (1941), accadimenti su quegli stessi campi qualche anno dopo. Anni drammatici e dirimenti. Anni di straordinaria e truce frammentazione: tra le coscienze, non solo politiche. Perché la guerra, brechtianamente, non ammette e non permette vincitori ma solo vinti. L'Italia fu vinta ma ancor di più lo fu la coscienza profonda del Paese: ne uscimmo con le ossa rotte e con tutto, tutto da ricostruire, nell'economia e nell'anima. Bari, come tutta l'Italia, inutile negarlo, accolse con entusiasmo l'entrata nel conflitto. Le cronache storiche riferiscono senza tema di smentite circa l'ingente quantitativo umano accorso nelle piazze a festeggiare. Qui potrebbe aprirsi tutta una discussione sul potere delle masse, anzi meglio: sulla capacità da parte dei regimi novecenteschi di influenzare e dominare quelle masse stesse. Ecco, il controllo delle coscienze, altro tema antico. E così quei sistemi di governo dittatoriale meritarono poi pienamente l'appellativo di regimi, appunto, "di massa". Bari non poteva sfuggire. La stessa Bari, la stessa Italia che poi festeggiò prima l'uscita dalla guerra e la firma dell'armistizio nel 1943 e poi la caduta del fascismo nel 1945. Tra gli entusiasti ed i partecipi, in una direzione o nell'altra, la grande "zona grigia" così chiamata dagli storici, quella di chi non si impegnò poi né nella direzione ancora fascista -e dunque repubblichina a Salò- e né in quella partigiana e resistenziale contro gli occupanti tedeschi ed i loro collaboratori (gli stessi fascisti, italiani: ecco anche il concetto, più che legittimo a livello storico, di guerra civile). Bari e la Puglia, come noto, soffrirono poco i frangenti più drammatici del biennio fatidico 1943-1945. Tranne episodi cruenti e sempre commemorati a livello storico e civile, qui non c'è stata una Marzabotto o una Sant'Anna di Stazzema o una strage di Gubbio, per fare solo degli esempi. E però ci furono momenti da catalogare al di fuori della logica strettamente bellica ed inquadrabili in quelli di tragedie anche dal sapore prettamente umano. A Bari, intanto, già dal 1941, erano stati costruiti dei campi per i prigionieri nemici. Uno dei più grandi quello di Torre Tresca. Qui nel 1945 si consumò la vicenda quasi incredibile del generale Nicola Bellomo, barese, ucciso alla fine dagli inglesi, uomo che in precedenza aveva praticamente salvato la città di Bari dai nazisti. Ma andiamo con ordine. Abbiamo fatto cenno al campo di prigionia di Torre Tresca. Qui l'atto finale del caso Bellomo. Oggi di questo campo non resta che una chiesetta, con palazzi simbolo di una imperfetta e mai realmente realizzata ricostruzione. "Intorno una distesa di rifiuti e di materiali edili, fra cespugli e vegetazione spontanea, racchiuso tra la tangenziale, il nuovo asse nord-sud (via Tatarella), un breve tratto di strada Torre Tresca o delle Canestrelle, ed il canale deviatore (il Canalone), scavato in epoca fascista, con le sue casematte realizzate durante la seconda guerra mondiale". Leggiamo così in uno dei recenti propositi di visita guidata in loco che spesso sono organizzate da cittadini ed associazioni culturali o di riscoperta del territorio. Ed eccoci a Nicola Bellomo (1881-1945), morto perché accusato ingiustamente di crimini di guerra e fucilato dagli inglesi, nel 1951 decorato dalla Repubblica Italiana con la Medaglia d'argento al Valor militare. Già distintosi nella prima guerra mondiale e poi in varie altre operazioni belliche pure nella seconda, nel 1941, da uomo stimato dai suoi superiori soprattutto per la sua notoria dirittura morale, fu richiamato in servizio (il 15 gennaio), con il grado di generale di brigata: gli fu affidato l'incarico di comandante del Presidio Militare di Bari. Fu subito famosa un'operazione a sua stretta e capacissima cura. Guidò personalmente le ricerche di un gruppo di incursori inglesi che, paracadutatisi nelle campagne nei pressi di Calitri (AV) nella notte tra il 10 e l'11 febbraio 1941, avevano distrutto con cariche esplosive il ponte-canale Tràgino e danneggiato il ponte-canale Ginestra dell'Acquedotto pugliese. Fu l'operazione Colossus. In questa fase la radice di quanto accadde poi. "In soli tre giorni di ricerche, i bersaglieri e i carabinieri (coadiuvati dalla popolazione civile), agli ordini del generale Bellomo, riuscirono a catturare tutti i 35 uomini del commando, che vennero poi rinchiusi nel campo di prigionia di Torre Tresca". Così una ricostruzione biografica sul generale Bellomo. Dopo la cattura, intanto, il generale impedì ai civili di eseguire una sommaria esecuzione dei sabotatori. Due ufficiali inglesi, però, la notte del 30 novembre 1941 (erano il capitano George Playne e il tenente Roy Roston Cooke) riuscirono a fuggire dal campo di prigionia, ricatturati alcune ore più tardi. Qui Bellomo, di fronte ad un nuovo ed ancor più sfrontato tentativo di fuga da parte dei due, ordinò di aprire il fuoco: il capitano Playne fu ucciso, mentre il Tenente Cooke fu solo ferito. Sia l'inchiesta italiana a cura dell'esercito e sia quella inglese assolsero subito Bellomo, specie di fronte al provato nuovo tentativo di fuga. Il 9 settembre 1943, il giorno dopo l'armistizio, intanto, Bellomo raccolse alcuni nuclei di militari italiani presso la caserma della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e della Guardia di Finanza. Si capì poi che si stava semplicemente preparando la difesa di Bari dall'attacco portuale da parte dei tedeschi. La città fu difesa anche dai cittadini della città vecchia. È noto. E Bellomo aveva anche fornito di piccole munizioni queste particolari aree della città. Gli inglesi stessi poterono poi sbarcare a Bari in completa sicurezza. Ma accadde presto l'irreparabile. Il 28 gennaio del 1944, infatti, la polizia militare britannica lo arrestò nel suo ufficio "per aver sparato o fatto sparare contro due ufficiali britannici, causando la morte di uno di essi e il ferimento dell'altro". Il 14 luglio 1945 subì il deferimento davanti alla Corte Marziale. "Se ci fossero responsabilità, queste sarebbero solo mie perché io ero generale, tutti gli altri erano miei subordinati, ubbidivano soltanto ai miei ordini". Così Nicola Bellomo durante la propria difesa. La Corte, il 28 luglio 1945, dopo poco più di un'ora di camera di consiglio pronunciò la sentenza di condanna a morte, eseguita mediante fucilazione presso il carcere di Nisida. Bellomo rifiutò di inoltrare richiesta di grazia. Il generale Bellomo fu l'unico ufficiale italiano fucilato, per "crimini di guerra", a seguito di una sentenza emessa da un tribunale militare speciale britannico. Nicola Bellomo, un generale, un generale barese.

SUL CASO BELLOMO UN LIBRO DI FEDERICO PIRRO

Non possiamo non segnalare sulla figura del generale Nicola Bellomo -di cui scrisse, tra gli altri, anche Indro Montanelli-, tra gli innumerevoli studi, anche un libro, edito diversi anni fa, del validissimo e assai compianto collega Federico Pirro, giornalista a tutto tondo ma con la preferenza per il giornalismo culturale e poi specificatamente per la divulgazione di carattere storico. "Il generale Bellomo: liberò Bari dai tedeschi fu fucilato dagli inglesi", il titolo del volume, edito da Palomar nel 2004. Pirro compie un'efficace indagine sul caso, tra approfondimento di natura storica e, diremmo, storiografica e ricerca dell'afflato umano attorno alla vicenda Bellomo. Non sono mancati altri studi e momenti di divulgazione (Fiorella Bianco, Mursia edizioni), tuttavia il libro di Pirro conserva una sua particolare originalità.

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