L'archeologia? È un gioco di squadra

La ricerca archeologica è capace di risalire, attraverso lo studio delle varie stratigrafie storiche, alla conoscenza del passato e dei suoi cammini, delle sue tappe. Un passato che il presente riconsegna allo studio ed alla (si spera) salvaguardia dei posteri. E i posteri siamo noi.

Reperti, ritrovamenti, resti: in molti casi anche ruderi a cielo aperto che la ricerca non ci dona così, all'improvviso e senza impegno, ma con anni ed anni di studio ed attenta perlustrazione dei territori. L'archeologia fa dunque riemergere quei segni del passato e delle civiltà che essa stessa ha studiato e catalogato, tali da poter poi riconoscerle in ciò che da quelle storie residua ed arriva a noi.

In Puglia possiamo vantare un grande archeologo, noto a livello nazionale ed oltre per la caratura dei suoi studi ma anche, se non soprattutto, per la capacità di fare sintesi divulgativa attorno alla necessità che i saperi possano incontrarsi a tutela di un passato capace di incontrare concretamente il presente.

Ci riferiamo a Giuliano Volpe, terlizzese di origine, docente all'Università di Bari di Metodologia della ricerca archeologica.

Laurea a Bari, dottorati a Napoli (Archeologia della Magna Grecia) e San Marino (Discipline storiche), sue alcune ricerche importanti; suoi titoli editoriali di successo, pubblicazioni che richiamiamo nel box.

Archeologo con formazione di medievista, è stato professore di Archeologia cristiana e medievale a Foggia, ateneo dove per cinque anni (2008-2013) è stato Rettore. È docente di Archeologia tardoantica alla Scuola Archeologica Italiana di Atene. Non pochi gli incarichi di prestigio ricoperti.

È stato, infatti, tra il 2014 e il 2018, presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali e paesaggistici del ministero (Mibact). È ancora oggi un collaboratore del ministro Dario Franceschini.

Tra i suoi interessi di ricerca: la ceramica romana, l'antico commercio mediterraneo, le ville romane, i paesaggi agrari, la cristianizzazione delle città e delle campagne. È un archeologo subacqueo. Tra i lavori di scavo più noti, quello della villa romana e tardoantica e dell'abitato altomedievale di Faragola (Ascoli Satriano, Fg).

Ecco l'esito di una piacevolissima conversazione con il docente.

Professor Volpe, la sua una attività costante nel tempo attorno ai temi della ricerca archeologica, del grande "patrimonio" italiano e mediterraneo, ma anche di sintesi e manualistica sulle metodologie della ricerca stessa. Interessante il concetto di "archeologia pubblica". Quale il campo specifico del suo interesse nell'archeologia e quali gli orizzonti della sua ricerca?

Grazie intanto per l'opportunità offertami. La Daunia è sicuramente, da sempre, al centro dei miei studi sui territori pugliesi. Proprio in queste settimane sto personalmente allestendo, ovviamente con un team specializzato, una campagna di scavo sul Gargano, a Vieste, nell'isolotto di Santa Eufemia, luogo dell'antica città di Uria. Altri studi coinvolgono necessariamente l’altra sponda adriatica: l’Albania, da sempre fonte di curiosità per gli archeologi pugliesi. Ecco, l’Adriatico è un tema considerevole di ricerca per noi. A settembre avvieremo invece un importante progetto dedicato a Siponto, oggi frazione di Manfredonia ma insediamento noto come prima colonia di diritto romano di Puglia, non latina ovviamente, titolo che spetta invece a Lucera. C'è da capire ancora molto sull'evoluzione del centro, di cui ad oggi conosciamo davvero poco. Saranno ricerche a cura sia dell'Università di Bari sia di quella di Foggia. Ho sempre creduto, infatti, nella collaborazione tra i nostri atenei pugliesi, un ottimo modo per rispondere ai ritardi ed alle croniche insufficienze dei nostri apparati di ricerca al Sud. Già da rettore di Foggia avviai, non a caso, diversi percorsi e dottorati di ricerca in collaborazione tra i due enti.

Non possiamo non chiederle, dunque, della condizione attuale della ricerca scientifico-archeologica in Italia ed al Sud, in Puglia in particolare. Spesso, a torto o a ragione, si accusa lo Stato centrale di dedicare poche risorse a questo tipo di ricerca. È ancora così? Possiamo cogliere qualche segnale positivo, in tal senso?

Indubbiamente ci troviamo ad operare in contesti non sempre facili. Ma insisto: quel che davvero serve è una logica di alleanze e gioco di squadra tra le università pugliesi e meridionali. Solo così potremmo davvero cercare di combattere questo divario con le strutture omologhe del Nord, un divario che sicuramente ad oggi esiste. Non è un problema di qualità dell'offerta didattica, anzi, ma di strutture e di risorse. Né questo deficit si risolve solo con l'arrivo di finanziamenti in aiuto del Sud e della Puglia, pure indispensabili. Una logica per cui potrebbero esistere, come conseguenza, atenei di serie A ed altri di serie B. Dobbiamo prima fare rete noi, utilizzando così al meglio, ed in senso realisticamente produttivo, questi eventuali contributi. I segnali positivi sono quelli leggibili in questa necessaria direzione di interazione. E devo dire che, specie negli ultimi anni, non mancano di certo.

Altro tema importante ed ineludibile, quello della tutela dei 'segni' del passato come valore e testimonianza storica, antropologica, culturale. L'Italia ha un patrimonio in questo senso vastissimo ed unico al mondo. Qualcuno dice, paradossalmente, anche 'a causa' di questa ricchezza, con qualche quasi 'fisiologica' situazione di abbandono o scarso controllo. Cosa pensa a riguardo, lei che sul "Patrimonio" ha anche scritto una pubblicazione monografica e di grande interesse?

Sono temi che mi appassionano, vero. Anche in un’ottica non solo esclusivamente scientifica ma anche di impegno diciamo pure ‘politico’, frutto di forte passione civile sul tema dei beni culturali. In questo ambito ho elaborato il concetto di “archeologia pubblica”, da lei richiamato in una delle sue domande. L’archeologia, cioè, come materia di studio che però serva sempre più alla società contemporanea tutta, come strumento di conoscenza della storia e poi, conseguentemente, civico. E conoscere la storia attraverso ciò che arriva fino al nostro presente contribuisce concretamente alla costruzione di una identità civica. Una identità anche dinamica: l’archeologia ci insegna infatti i passaggi ed i cambiamenti accaduti ad un determinato territorio, in una dimensione di passato non amorfa ma che si manifesta come complesso palinsesto di continue innovazioni. E così si valorizza realmente un territorio ed anche la sua bellezza, un valore che diviene ‘utile’, mi verrebbe da dire quasi provocando, anche oltre ogni sterile estetismo. Quel che apprendiamo del passato, in questa dimensione per forza di cose multidisciplinare, può abbracciare le culture creative, l’economia sana e sostenibile, le forze più attrattive e brillanti di quello stesso territorio che si va a studiare e perlustrare. È questo anche il concetto, se si vuole, di “archeologia partecipata”. L’archeologia, in altre parole, elabora processi sul lungo periodo storico ma può e deve essere globale e capace di guardare al futuro: ecco la necessità anche dell’uso delle nuove tecnologie, certo non subalterno ad esse ma integrato tra i saperi.

Un’archeologia, insomma, che riacquista una sua centralità…

Certo, ma anche una sorta di indipendenza scientifica. Non vorrei far polemiche, spesso però ci vediamo costretti ad agire quasi in mero regime di “concessione”, come se la ricerca fosse, appunto, una concessione data a noi studiosi e non una necessità dello Stato stesso. Mi riferisco a norme alle volte troppo stringenti e burocratiche, alle quali siamo costretti ad attenerci -com’è giusto per principio che accada, naturalmente- prima di ogni scavo o lavoro. Urge però più elasticità, in questo senso. Mi chiedo, in certi casi, che fine faccia, per noi archeologi, l’articolo 33 della Costituzione, che parla espressamente di “scienza libera”. Ma andiamo avanti serenamente con la ricerca.


ecco I libri dello studioso pugliese

Tra i diversi libri a firma del professor Giuliano Volpe, vale sicuramente citare il più volte richiamato nell’intervista “Archeologia pubblica”, un concetto ma anche, in primis, il titolo di un volume edito da Carocci nel 2020. Un libro che sta facendo scuola, è proprio il caso di dire. Con la pugliese Edipuglia, negli anni scorsi, l’archeologo terlizzese ha invece pubblicato, tra gli altri, “San Giusto. La villa, le ecclesiae” (a sua cura, a firma poi di vari autori), “Herdonia” (con Joseph Mertens”), “Passeggiate archeologiche”, “Il bene nostro”, “Le vie maestre”. Data invece al 2015, per Electa, “Patrimonio al futuro. Un manifesto per i beni culturali e il paesaggio” ed al 2016 l’assai fortunato “Un patrimonio italiano. Beni culturali, paesaggio e cittadini”, apparso per i tipi dell’editrice Utet.

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