L'Archeomafia dilaga anche in Puglia

L’hanno definita “Archeomafia” e chi sorride sbaglia, perché evidentemente non conosce numeri e situazioni. Stiamo parlando di uno dei più grandi affari nelle mani delle associazioni criminali, a livello planetario.

Il business illecito dell’arte violata è il terzo al mondo per valore, dopo droga e armi. Oltretutto, l’archeomafia è anche una straordinaria occasione per riciclare denaro, utilizzando i beni trafugati come moneta di scambio per partite di droga e armi, in qualche caso addirittura come mezzo di ricatto nei confronti dello Stato. Nel caso dell’Italia, poi, il settore dell’arte appare incredibilmente congeniale alle infiltrazioni criminali, in quanto si tratta di un ambito tanto scarsamente regolato quanto estremamente fruttuoso.

Del resto, secondo una stima dell’Unesco parliamo di un traffico globale annuo di oltre 2 miliardi e 200 mila dollari solo per i reperti archeologici. E l’Italia, per la sua storia, per la sua cultura, risulta essere il maggior fornitore mondiale per il traffico illecito di opere d’arte. Si stima una cifra che potrebbe essere addirittura sottostimata ma che in realtà secondo molti potrebbe superare quella appena citata e riferita all’Unesco.

Il bacino del Mediterraneo è ovviamente una sorta di galleria d’arte a cielo aperto, un vero e proprio paradiso per i trafficanti. Non a caso Albania, Grecia, Turchia sono gli altri paesi spesso coinvolti nel contrabbando di beni culturali. Anche la Puglia ha purtroppo un ruolo in tutto questo. Tanto che nella classifica delle regioni italiane risulta essere al quinto posto (2020) per numero di reperti trafugati in una fase in cui sta scalando la graduatoria stessa. Nel 2018, infatti, era ottava.

Tanto più che neanche la pandemia ha fermato il traffico di opere d’arte. Le attività delinquenziali connesse ai beni culturali hanno trovato un florido sbocco nel commercio illecito a mezzo e-commerce. Il fenomeno che ancora oggi minaccia maggiormente il patrimonio culturale in Puglia e in Basilicata è sicuramente lo scavo clandestino che alimenta un traffico di importanti proporzioni. È da queste due regioni che gran parte dei reperti archeologici nazionali, spesso di inestimabile valore storico-culturale, vengono illecitamente trasferiti e venduti all’estero.

I cosiddetti “tombaroli” sono il primo anello della catena: saccheggiano i siti, rubando vasi, anfore, statuine, monete e frammenti preziosi. Ma sono anche i “parenti poveri” del giro, i manovali. Sono poi i committenti e i ricettatori che piazzano i pezzi sul mercato clandestino affinché arrivino agli acquirenti. Del resto, proprio i reperti archeologici rappresentano una sorta di affare nell’affare, trattandosi di beni sconosciuti fino al ritrovamento. Ovvero, non essendo mai stati catalogati possono sfuggire più facilmente alle ricerche degli investigatori.

I reperti possono così finire nelle case di facoltosi collezionisti, ma – e non c’è da meravigliarsi – anche nelle teche di importanti musei internazionali. Infatti, altri esperti “ripuliscono” i pezzi con false documentazioni che ne attestano la legittima provenienza. Un percorso pari a quello di dipinti e opere d’arte trafugati quasi sempre in ville private e, oggi un po’ più raramente, nei musei.

Peraltro, la beffa è che spesso questi preziosi manufatti vengono battuti nelle aste private, in celebri gallerie affollate, per non parlare del commercio sul web e dal vivo.

I numeri. Come sempre danno l’esatta dimensione del fenomeno. L’anno passato, nonostante i lunghi periodi di “chiusura” causati dal Covid 19, l’attività dei carabinieri del Nucleo Tutela patrimonio culturale di Bari sui territori di Puglia e Basilicata ha portato al sequestro di 1.329 beni (nel 2019 erano stati 531), di cui 126 di tipo antiquariale, archivistico e librario, 19 reperti paleontologici, 1.181 reperti archeologici e 3 opere d’arte contraffatte. Anche il valore economico stimato la dice lunga sull’importanza e la portata del fenomeno: oltre 1,5 milioni di euro per i beni autentici e 7 mila euro per quelli contraffatti, qualora fossero stati immessi sul mercato come originali.

Sempre nel 2020 il bilancio dell’Arma racconta di 90 persone denunciate per i reati di ricettazione, violazioni in materia di ricerche archeologiche, detenzione di materiale archeologico, contraffazione di opere d'arte, violazioni in danno del paesaggio; 28 sono state le perquisizioni eseguite.

Poi c’è l’azione coordinata preventiva in Puglia e Basilicata, che ha portato i carabinieri del Nucleo TPC di Bari a eseguire 108 controlli in esercizi commerciali, mercati e fiere di oggetti antiquariali; 5 verifiche alla sicurezza anticrimine di musei, biblioteche ed archivi congiuntamente agli organi periferici del Ministero della Cultura (MiC) con la finalità di individuare eventuali punti di criticità sui sistemi di difesa passiva; 86 controlli nelle aree archeologiche ritenute potenzialmente più esposte alle aggressioni criminali; 109 controlli su aree tutelate da vincoli paesaggistici; 1.066 controlli di beni culturali nella Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti.

Nel 2020, sono stati consumati appena 8 furti su beni culturali rispetto ai 13 dell’anno precedente, di cui due ai danni di istituti religiosi (come nel 2019).

I risultati. Di tutta rilevanza, in un settore in cui non si finisce mai di porre un argine al business illegale. Come detto, l’impossibilità di fare affari di persona, a causa dell’emergenza Covid, ha spostato il cuore del fenomeno sul web, attraverso i siti e-commerce che nel frattempo sono divenuti canale preferenziale.

Così il paziente e costante monitoraggio della illecita compravendita di arte online ha permesso il recupero di 1.181 reperti archeologici databili IV- II sec. a.C., dei quali 871 monete di “natura archeologica”. Nell’ambito del settore archivistico e librario sono stati rinvenuti e sequestrati 240 documenti antichi (databili nel periodo tra il XVI e il XIX secolo), trafugati dall’Archivio diocesano di Bisceglie. Si tratta di beni archivistici e bibliografici, di rilevantissimo valore storico e culturale, del valore commerciale stimato in 400.000 euro. Tra i beni recuperati da segnalare anche uno stemma araldico in marmo bianco, risalente al XVIII secolo, che venne trafugato nel 1992 da un palazzo del centro storico di Bisceglie e rinvenuto in vendita presso un antiquario di Riva del Garda.

È un lavoro certosino ma importantissimo e di altissima specializzazione. Per capire e verificare se si tratta di pezzi di valore servono indagini approfondite, che soltanto gli esperti della Soprintendenza possono effettuare. Quasi sempre, però, i reperti sono veri e quindi di grande valore.


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