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In Puglia l'estate scotta sempre di più

Cominciata la stagione estiva, da nord a sud – Puglia compresa ovviamente – è cominciata la lamentela del “caro ombrellone”, ovvero quanto ci costa una giornata al mare (con parcheggio, ombrellone e lettino difficilmente sotto i 50 euro, in moltissimi casi anche molto oltre) soprattutto se ci si va con la famiglia. Si parla di un rincaro medio non inferiore al 10% rispetto all’anno passato. Ed è qui che casca l’asino.

Non appaia populismo. In Italia come in Puglia, siamo di fronte ad un colossale affare riservato a pochi, i gestori, appunto, che incassano cifre a molti zeri lavorando un numero inevitabilmente ristretto di mesi ma in cambio pagano canoni demaniali talmente irrisori da sembrare quasi inverosimili. Ma la polemica sul caro ombrelloni se non affrontata nel merito, rischia di essere fuorviante o fine a stessa. La domanda vera, infatti, dovrebbe essere un’altra: il prezzo pagato vale i servizi che si ricevono in cambio?

Non sempre la risposta è affermativa e naturalmente non è neanche accettabile quella che alcuni gestori hanno fornito alla stampa locale che si è occupata della questione, tipo “…ma la Puglia non è la più cara d’Italia”. Siccome non stiamo…giocando per vincere lo scudetto, sarebbe più ovvio uscire dalla solita logica del “pochi, maledetti e subito” che sembra guidare a prescindere la stragrande maggioranza degli operatori turistici della nostra regione. A cui manca un salto di qualità culturale che non sembra all’orizzonte.

La Regione Puglia in questo senso si era portata avanti nel luglio 2020, approvando la proposta di legge del consigliere Ruggiero Mennea, contenente le modifiche alla legge 11 del febbraio del 1999 (disciplina delle strutture ricettive e delle attività turistiche) e la tabella esplicativa che contiene i requisiti obbligatori per la classificazione degli stabilimenti balneari.

Questa classificazione doveva essere operativa dal 2021, ma è rimasta lettera morta per la levata di scudi della stragrande maggioranza degli operatori, in particolare i salentini. In sostanza, gli stabilimenti sarebbero stati catalogati in “stelle marine”, con lo stesso criterio degli alberghi e dei ristoranti, da una fino a cinque stelle. In questo modo, ciascun cliente avrebbe potuto fare una scelta consapevole, anche in relazione alla propria capacità di spesa a livello familiare. Ma naturalmente questo non è stato condiviso soprattutto da chi gode di una clientela “fissa”, ovvero di lidi in prossimità di centri abitati. Dove la differenza non la fa quasi mai la qualità dei servizi ma la distanza da casa. Per cui restare con una o con due stelle, poteva anche significare perdere clientela e quasi certamente non averne di nuova. E magari l’investimento necessario a “guadagnare” un numero minimo di stelle apparentemente non sembrerebbe neanche “giustificato” in termini economici. A che serve spendere se il tornaconto è assicurato comunque?

Per ottenere le stelle, insomma, è necessario investire. I requisiti, che sono 64, sono decisamente all’avanguardia e al passo con i tempi: personale in divisa con targhetta di riconoscimento; cabine spogliatoio accessoriate; zone sicure per la balneazione con l’esposizione della temperatura dell’acqua; rete wifi; teli da spiaggia su richiesta e spazi attrezzati riservati ai bambini, con relativa animazione. Inoltre (ed eravamo alla vigilia dell’emergenza Covid) ombrelloni disposti gli uni dagli altri a distanza confortevole; attenzione alla raccolta differenziata, allo svuotamento dei cestini e ai posaceneri; servizi di pulizia e disinfezione almeno una volta al giorno, docce calde con sapone, shampoo, asciugacapelli, attaccapanni. E, ultimo ma non ultimo, se si vuol fare del turismo e dell’accoglienza un punto di vanto, assistenti con padronanza delle lingue straniere.

Va detto che nella levata di scudi dei gestori in tanti hanno protestato su un altro passaggio: il ristorante, come se fosse un obbligo. Ma non è così, sebbene nella classificazione abbia importanza averlo o meno e se i piatti serviti siano freddi o caldi e se siano serviti o meno al tavolo.

Inoltre, i gestori sono obbligati a fornire informazioni sulla qualità dell’acqua. Insomma, più requisiti sono compresi nel prezzo, più stelle saranno attribuite al lido.

Come si nota, saremmo di fronte ad un cambio epocale. Che però si è scontrato con un muro, tanto che a distanza di due anni nulla è stato attuato.

Eppure, non tutti sono contrari. Tra Savelletri e Torre Canne c’è ad esempio un lido “Il Santos” che è guidato da un gestore che potremmo definire “illuminato”. E’ una sorta di oasi, praticamente quello che ogni lido dovrebbe essere. Nel quale, sostanzialmente, ciascuno di noi dovrebbe poter trovare le stesse comodità che ha in casa. Non è impossibile, come spiega Fabrizio Santorsola: “E’ cambiato il mercato, è cambiata la concorrenza – dice – : oggi essere Puglia significa doversi confrontare col resto del…mondo perché la globalizzazione attraverso i trasporti, la comunicazione e i media consente di fare confronti, di valutare, di scegliere con cognizione di causa. L’Albania, la Croazia, la Grecia (i Paesi frontalieri) sono a tutti gli effetti nostri competitori. Fare il salto di qualità significa diversificare l’offerta, migliorandola. Andare in spiaggia, insomma, dovrebbe essere come andare in albergo: se decidi di scendere in un quattro o in cinque stelle, sai che pagherai una certa cifra. Se scegli un due stelle sai che pagherai di meno. Ma sai anche che si dovrà usufruire di minori servizi. E così l’imprenditore che non potrà permettersi, o non vorrà permettersi, un lido sostenibile sotto il profilo dell’ambiente; senza il personale multilingue, senza un wifi che consenta di navigare sul web anche in spiaggia, senza servizi di alto livello, otterrà una classificazione che porterà a imporre prezzi commisurati al livello di servizi offerti. Non è uno scandalo, ma semplicemente un modo di stare nel mercato, scegliendo il target di riferimento. Più servizi, più stelle dovrebbe essere la normalità”.

In sostanza, non è più tempo del “mordi e fuggi”, serve salire di livello e solo la qualità del servizio può fare la differenza. Chi non comprende che oggi il turismo sostenibile si può tranquillamente coniugare col turismo di lusso, chi non vuole smettere di trattare l’ospite come un pollo da spennare dovrebbe giustamente restare ai margini del mercato: “Il salto di qualità a tutto tondo che serve – confessa Santorsola – deve essere fatto in primis dagli imprenditori ma anche dalla politica, perché se si rimane prigionieri di interessi di chi promette serbatoi di voti (spesso virtuali) non si andrà da nessuna parte”.

Insomma, siamo di fronte ad un dato di fatto che molti non hanno ancora compreso: restare sulla cresta dell’onda senza passare di moda non è, e non sarà, semplice. Serve essere competitivi allargando l’orizzonte e mettendosi in gioco. Uscendo, per dirla tutta, dalla logica del “pochi, maledetti e subito” che troppo a lungo ha guidato le nostre scelte in tema di turismo come concetto ampio, a 360 gradi. Peraltro, nell’era di internet e dei social network scivolare sulla classica buccia di banana è facilissimo. Farsi travolgere è pericolosamente semplice.

Caso mai non fosse chiaro, il mare bello non basta più. I nodi, prima o poi, verranno al pettine.

Affari milionari e affitti irrisori

Nelle ultime settimane le cronache hanno regalato ai lettori una polemica che a molti è apparsa quasi surreale: quella sul rinnovo delle concessioni balneari e di conseguenza sui canoni demaniali, ovvero su quanto i gestori delle spiagge pagano di fitto allo Stato, attraverso Regioni e Comuni. Il governo era chiamato a decidere sull’applicazione di una direttiva europea, la Bolkestein (2006/123), mettendo sul mercato le concessioni per le quali resta fissata al 31 dicembre 2023 la data di scadenza.

Il tocco surreale è ovviamente quello della politica, perché per intervenire su un articolo (il due) di una legge già approvata a febbraio (il cosiddetto DL Concorrenza), sono scesi in campo i poli opposti: la Lega da una parte ed il Pd dall’altra. E sono scesi in campo non dalla parte dello Stato, ma dei gestori. Per sbloccare la situazione è servito un accordo (peraltro da definire nei dettagli) sugli indennizzi a quanti dovessero perdere la concessione.

Ma nel frattempo i gestori se la cavano con un canone annuo di poche migliaia di euro a fronte di incassi spesso milionari e le casse pubbliche (Regione e Comuni) raccolgono solo le briciole. Per intenderci, il Papeete Beach di Milano Marittima (quello reso famoso da Salvini) con un fatturato di 700 mila euro annui, paga 10 mila euro di affitto.

In Puglia ci sono circa 2.500 concessioni demaniali, 1.500 delle quali riguardano gli stabilimenti balneari. Secondo stime di parte, in tutta la regione si svilupperebbe ricchezza per oltre 200 milioni di euro all’anno. Ma poiché è praticamente impossibile quantificare con esattezza, c’è chi è pronto a sostenere che parliamo almeno del doppio, dando per scontato che lo scontrino sia sistematicamente battuto. Eppure, la Puglia è fra le regioni che ricavano meno dagli stabilimenti balneari: circa 7 milioni di euro annui, contro gli 11 milioni di Toscana e Liguria. Ma con un numero di lidi di gran lunga superiore, visti gli 800 chilometri di costa.

Secondo l’ultimo report di Legambiente sul tema, risultano ancora da versare allo stato 235 milioni di canoni non pagati dal 2007. Per la Corte dei Conti, nel 2020 lo Stato ha incassato 92 milioni e 566mila euro per 12.166 concessioni “ad uso turistico” a fronte di un giro d’affari che la società di consulenza Nomisma ha quantificato in 15 miliardi di euro all’anno.

Altroconsumo ha preso poi in considerazione dieci spiagge italiane per una comparazione. Tra queste Gallipoli, risultata seconda assoluta nei rincari dopo Alassio, in Liguria, con le tariffe della prima settimana d’agosto: 282 euro a persona. Una famiglia di 4 persone spenderebbe un migliaio di euro.

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