In 8 anni Bari punto di riferimento europeo


Parla Vito Cramarossa che ha portato in città la mostra di World Press Foto

Lo storytelling contemporaneo si nutre con prepotenza di immagini provenienti da ogni angolo del mondo, ma il fotogiornalismo e le narrazioni multicodice sono da sempre alla base dell’informazione. Da oltre 60 anni la Fondazione World Press Photo, con sede ad Amsterdam, ha sviluppato un contest internazionale per raccontare i mutamenti della società attraverso il lavoro dei fotoreporter e l’associazione pugliese CIME è il partner che da otto anni ha portato la mostra a Bari. Anche per il 2021 il Teatro Margherita è diventato lo spazio che ospita 159 scatti, tutti selezionati fra le 74.470 le fotografie giunte da 4.315 fotografi di 130 paesi. A parlarcene è Vito Cramarossa, direttore della società CIME.

Il lavoro delle Fondazione World Press Photo parte nel 1955 con un contest internazionale, qual è il valore di questa manifestazione oggi?

Da oltre mezzo secolo World Press Photo mette sotto un faro il lavoro dei fotoreporter, che nel frattempo è cambiato soprattutto per l’avvento del digitale. Questo evento aiuta i documenti fotografici a diventare storici, poiché viene effettuata un’analisi della notizia, realizzato un importante fact checking e si dà un palcoscenico alla professione del fotoreporter. Il contest, dunque, diventa una scusa per dare rilievo alle foto e alle notizie, mettendo in esposizione 3 vincitori per ciascuna delle 8 sezioni. Il World Press Photo, infatti, non è solo una mostra di fotogiornalismo, ma è una vera lezione di storia contemporeanea. Se ad esempio mettiamo insieme tutte le mostre realizzate nel corso degli anni, troveremo certamente dei temi comuni, come ad esempio la questione dei migranti.

Com’è cambiata la professione del fotoreporter negli ultimi anni e quali fattori determinano la circolazione delle immagini?

Il mondo è stato letteralmente stravolto dalle informazioni: prima ne arrivavano poche e oggi ce ne sono fin troppe. Si tratta di un fiume in piena che va filtrato e il compito delle agenzie e delle testate giornalistiche è proprio quello di fornire informazioni verificate. Quindi l’utente deve fare affidamento su fonti autorevoli o deve puntare su quelle che si creano una concreata autorevolezza. È chiaro poi che i social e il “fattore click” hanno portato molte testate a rendere le notizie puro intrattenimento, sebbene proprio il numero di visualizzazioni sia un elemento ormai importante per tutte le testate. Prima i fotoreporter partivano con valigie pesantissime, arrivavano negli hotel e facevano diventare il proprio bagno una vera e propria camera oscura. Scattavano 50 o 100 foto, le sviluppavano e ne sceglievano 1 da mandare al giornale, impiegando 5 ore per trasmetterla in redazione. Oggi invece le testate possono attingere a fonti di qualunque tipo ed è chiaro che proprio l’informazione visiva può essere sottoposta a ogni tipo di distorsione. Molto dipende da come viene letta, si tratta di un racconto che necessita di una didascalia.

Che evoluzione c’è stata nel rapporto con la sede olandese di World Press Photo?

Collaboriamo con la sede centrale ormai da otto anni e abbiamo un rapporto che è sempre in crescendo. Ora da parte loro riceviamo ampia fiducia, siamo diventati il partner più importante a livello europeo e siamo un punto di riferimento anche per alcune progettualità che stiamo sviluppando assieme. Abbiamo un’esclusiva sulle attività in determinate città e regioni e di solito riceviamo il loro invito ad aprire nuove mostre proprio per il consolidato di carattere tecnico. Per esempio abbiamo da poco chiuso una mostra di oltre 3 mesi a Torino, all’interno di Palazzo Madama.

Siete già al lavoro per la prossima edizione? Avete altre attività che state sviluppando?

Dal prossimo anno le sezioni scompaiono e il concorso cambierà radicalmente. Questo innanzitutto perché non esiste una sezione più importante ed anche perché diventa sempre più difficile inserire una foto in una determinata categoria. Ad esempio, il cambiamento climatico significa siccità in un territorio, ma è anche cambiamento economico e sociale, dunque è particolarmente complicato determinare una specifica posizione. Dal canto nostro, stiamo lavorando su World Press Photo in altre città d’Italia e presto porteremo a Bari delle collaborazioni per un festival sulla sostenibilità ambientale assieme al National Geographic.


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