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Il silenzio fa più danni dei botti dei clan

A conti fatti se è vero che i clan baresi non hanno alcun "codice d'onore" (infelice definizione per definire alcuni limiti delle azioni mafiose), è altrettanto vero che la criminalità ha "scritto" un codice per comunicare, celebrare eventi e orientare flussi.

Lo fanno con una tecnologia antica, quella dei codici dei fuochi di artificio, utilizzata in modo innovativo. Un codice che si integra con quelli dei canali social del quale abbiamo già scritto in passato e sul quale sembra indagare l'occhio lungo della polizia giudiziaria.

Il 99% dei cittadini valuta il fenomeno nel suo aspetto... assordante. La puntuale sequenza (in alcune aree divenuta quotidiana) di botti a notte fonda ha finito con l'esasperare i residenti di qualche quartiere. A quanto pare ne nascerà un esposto. E finirà con l'avere il valore che gli esposti hanno dalle nostre parti.

In questo caso, peraltro, c'è poco da "esporre": la notizia di reato è evidente, conosciuta, reiterata e fragorosa. Ogni tanto il politico di turno mostra i bicipiti, ma come accade in alcune gare di bodybuilder l'effetto plastico non è affatto indice di forza, ma solo di definizione estetica.

Dichiarazioni di consumati copioni seppellite dai decibel degli "spari". Un gioco stupido e clamorosamente inefficace che rispetta le metriche di una comunicazione politica che si articola solo con la propaganda, mai con i risultati.

Ma se è vero che il tema ha una prospettiva politica in una visione strategica, è altrettanto vero che sul piano tattico la risposta attesa è risultata del tutto inefficace. Al punto che il fenomeno ha superato la sua episodicità in modo conclamato.

Il che rivela qualcosa che va ben oltre la presunta difficoltà di intercettare luoghi e attori, giacché si tratta di rituali geolocalizzati e persino arcidocumentati dai video dei residenti.

Ad andare oltre è la puntuale sottovalutazione del fenomeno mafioso nella nostra città. Una città che ancora oggi, in larga parte, si illude di essere esente dalla criminalità organizzata che, al contrario, si è impadronita di larghe fette di territorio e si è infiltrata, con ampie e insospettabili complicità, in ogni quartiere cittadino.

È da circa quattro decenni che in troppi raccontano favolette incoerenti con i fatti. Ogni omicidio è stato accompagnato da trame di rivalità passionali o da tentativi di scalate di mocciosi fuori controllo. Le bombe degli anni Ottanta davanti ai negozi ebbero tra gli investigatori negazionisti capaci di far arrossire i contemporanei no vax. E così il racket delle estorsioni e dell'usura si è impossessato o ha soffocato decine di attività commerciali.

Domenico Mortellaro ricorda oggi, nelle pagine che seguono, la Scippolandia di quegli anni. Fu "La Gazzetta del Mezzogiorno" a coniare quella definizione, facendo infuriare molti investigatori preoccupati delle reazioni di comandi generali e dipartimenti di pubblica sicurezza. La tesi difensiva fu quella di fenomeni della microcriminalità (come se quel "micro" potesse attenuare i traumi delle vittime). L'accusa, consueta e anche un po' vigliacca, fu quella di generare allarmismo. Salvo poi scoprire e presentare in pompa magna i risultati di clamorose indagini che svelarono l'esistenza di una "rete legale" che ricettava e riciclava i preziosi strappati con violenza alle vittime.

A ben vedere le costanti in quattro decenni restano due. La prima è che i clan dilagano e imperversano non solo con l'illegalità dei loro business, ma con la sfrontatezza di chi afferma in modo plateale il proprio strapotere. La seconda è proprio la permanente sottovalutazione del fenomeno criminale, attenuata dalle relazioni semestrali della DIA.

Per troppo tempo, dalle nostre parti, si è ripetuto che "non siamo la Sicilia, non siamo la Campania". Alla prova dei fatti, i "pompieri" sono stati smentiti. E a zittire quelle chiacchiere irresponsabili oggi c'è anche il fragore dei botti. Carichi di messaggi inquietanti.


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