Il gaming? Non è un gioco da ragazzi


L’industria videoludica rappresenta un universo in costante crescita, uno spazio in cui tecnica e creatività trovano possibilità quasi illimitate e dove competenze artistiche eterogenee possono scoprire armonie assolutamente sorprendenti. A testimoniarlo non c’è solo l’incredibile varietà di proposte, che trova spazio su piattaforme sempre più diffuse e performanti, ma anche i numeri.

Nel 2019 il settore ha raggiunto il valore di 120,1 miliardi di dollari, con una crescita pari al 3% (fonte: SuperData). Il segmento più redditizio è quello delle app su sistemi in mobilità, che vale oggi 64,4 miliardi di dollari, seguito dai giochi per PC (29,6 miliardi) e per console (15,4 miliardi), ma vi sono anche best seller come il popolare Fortnite che da solo riesce a totalizzare ricavi per 1,8 miliardi di dollari. L’industria del videogame, dunque, è fra le più floride del mondo, eppure in Italia fatica ancora a ritagliarsi il corretto spazio produttivo. Colpa di un tessuto sociale che per decenni ha affrontato le narrazioni multimediali con inaudita superficialità e che per molti versi continua a snobbare le potenzialità del gaming come si trattasse di “roba da ragazzi”.

«In Italia l’industria dei videogame è un settore in crescita, con un giro d’affari di circa 40 milioni di euro» racconta Simona Maiorano, presidente dell’attivissima Game Art Dev di Bari, un’associazione che si occupa di incentivare e promuovere lo sviluppo dei videogiochi sul territorio pugliese e italiano.

«La verità, però, è che la crescita di questo settore in Italia sta avvenendo a rilento, ma soprattutto in ritardo rispetto ad altri Paesi. Il discorso passa sicuramente per la legittimazione dei videogiochi come opere d’ingegno e creatività umane e quindi per la tutela degli autori, degli sviluppatori: si tratta di un percorso difficile e solo di recente i videogiochi sono stati considerati opere multimediali. Nell’immaginario comune, però, si tratta ancora di un passatempo per bambini. In Italia è complicato produrre videogiochi, anche perché mancano adeguate misure di sostegno all’imprenditoria e in questo senso le lungaggini della burocrazia non aiutano. Dal 2014 nel Regno Unito il Video Game Tax Relief consente alle aziende di recuperare il 20% del costo di produzione di un videogioco. Da noi manca un tax credit specifico per questo settore, mentre esiste un credito d’imposta ripartito con l’intero settore del Cinema».

Il risultato di questa situazione è quello a cui ormai siamo abituati: una fuga di professionalità e di talenti, che lasciano l’Italia per trovare altri spazi di crescita personale e professionale, luoghi in cui ignoranza e chiusura mentale non fungano da sistematico metodo di ostacolo.

A supporto di quanti vedono nel videogioco un potenziale da esprimere è dunque nata a Bari, nel 2018, l’associazione Game Art Dev, dinamicamente proiettata verso lo sviluppo di questi talenti sia sul versante formativo che su quello di comunità.

Con oltre 80 tesserati, tutti attivissimi e provenienti non solo dal territorio regionale, l’associazione continua a perseguire un obiettivo di natura propedeutica: «Vogliamo far sapere a tutti che esistiamo, può sembrare una banalità ma non è così semplice vista la quantità di informazioni in rete», spiega la Maiorano.

«Siamo molto concentrati nel portare avanti le nostre attività principali e nel trovare partner sia sul territorio regionale sia nazionale, ma allo stesso tempo consolidiamo la nostra rete di contatti internazionale, che in una community di sviluppatori è una risorsa fondamentale».

Game Art Dev comunica con i propri tesserati tramite i propri canali social e porta avanti numerosi progetti, fra cui i laboratori gratuiti dedicati alla progettazione e la partecipazione alle Global Game Jam, grandi occasioni di networking alle quali partecipano oltre 800 team collegati telematicamente da più di 100 stati.

Gli unici requisiti sono la voglia di collaborare, il desiderio di imparare e la passione per i videogiochi. L’organizzazione di workshop è invece destinata a chi vuole acquisire abilità importanti, come tecniche di pixel art, arte concettuale, game design e programmazione.

La collocazione geografica della Puglia, però, non rende particolarmente facile queste attività, soprattutto in un territorio che presta da sempre scarsa attenzione al mondo del gaming, ma Giuseppe Longo (designer e fondatori dell’associazione) puntualizza: «L’Italia è un paese piccolo ed è facile viaggiare lì dove vi sono eventi o realtà lavorative.

Inoltre l’industria dei videogiochi italiana ha la fortuna di avere la forma di un’enorme famiglia, dove ci si può incontrare e conoscere facilmente, qualsiasi sia la città in cui ti trovi. La dedizione e la passione sono il miglior carburante per questo viaggio, le prime cose che vengono notate da chi questo lavoro lo fa già».

Di recente è stata l’Apulia Film Commission a puntare l’attenzione su questo settore, collaborando non solo alla realizzazione della terza edizione della Global Game Jam ma anche all’organizzazione di incontri e tavole rotonde sulla multidisciplinarietà nei videogame.

«Noi cerchiamo costantemente nuovi partner, soprattutto sul territorio regionale», conclude Simona Maiorano. «Come associazione abbiamo bisogno di supporto per offrire eventi e attività di un certo livello, ma come sviluppatori chiediamo anche di fare insieme un percorso che ci porti a incentivare questo settore produttivo qui da noi, in Puglia e in tutta Italia. Vi è la necessità che le istituzioni sostengano concretamente l’industria con infrastrutture e misure adeguate a un settore, lo ricordiamo, creativo e tecnologico».

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