Il dissesto degli enti locali: due teorie e l'amara verità

“La libertà è la più bella eredità dell’illuminismo", ha affermato fra le varie esternazioni Emanuele Trevi subito dopo aver vinto lo Strega 2021. Affermazione rimarchevole perché per lui libertà è anche libertinaggio e di certo non il politically correct. Episodio “arioso”, beneaugurante, che ci riconcilia con la vita entro una fase alquanto greve della vicenda nazionale: in cui, fra l’altro, a fatica si sta superando la cappa innaturale costituita dal fatto che i diritti del cittadino (ad esempio ad un processo equo) si pretendeva di conculcarli con norme repressive solo perché lo Stato è inefficiente e incapace di assicurarli.

In questa fase greve c’è un tema (sorta di bomba sommersa) che interessa direttamente il nostro Sud. Mi riferisco al dissesto e “predissesto” degli Enti Locali. La storia è lunga e fortemente intrecciata con le performance di efficienza ed efficacia delle Pubbliche Amministrazioni: tema assolutamente sensibile per la definizione dei range di civiltà di un popolo.

La materia è complicata e trova la sua origine con la introduzione nell’ordinamento del cosiddetto “dissesto” attraverso norme di una legge del 1997 (cosiddetta “Bassanini 2”). Una “spinta” a complicare la problematica è stata nel 2013 un intervento del governo Monti, teso a “sbloccare i debiti” delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti delle imprese (che negli anni ha mobilitato oltre 11 miliardi di euro). Poi c’è stata una recente legge del 2020, che ha consentito dilazioni ultradecennali nel rientro delle anticipazioni finanziarie. Quindi due sentenze della Corte Costituzionale, del 2019 (n. 18) e la più recente del 2021 (n. 80): questa ha posto fine definitivamente alla querelle decidendo l’incostituzionalità del sistema in vigore, che ha consentito finora ai Comuni di dilazionare nei decenni i rientri delle anticipazioni finanziarie contratte per sovvenire ad esigenze spesso primarie. Siccome questo è un editoriale, ritengo sufficienti gli accenni fatti come premessa per una riflessione.

Già con un mio saggio pubblicato negli Annali della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bari (vol. XXXII del 1994), mi occupai analiticamente del caso eclatante relativo al crack finanziario della Regione Puglia, che portò alla contrazione di più di un mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti. Insomma la storia è vecchia e il lupo – per così dire – perde il pelo ma non il vizio: perché la stragrande maggioranza degli Enti Locali in dissesto o pre-dissesto riguarda il Sud? Con Sicilia, Campania e Calabria in testa?

Si fronteggiano due tesi: una buonista e un’altra più cattiva, sulle quali ovviamente bisognerebbe argomentare. Quella buonista imputa tutto al divario socio-economico, quella più cattiva (verso la quale tutto sommato propenderei) alla vasta inefficienza e alla smaccata inclinazione clientelare per lo spreco che contraddistingue le istituzioni pubbliche nel Sud.

Scrivi all'autore