Il caporalato è una piaga da Nord a Sud

La notizia è di qualche giorno fa, solo l’ultima in ordine di tempo. Il capo del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione al ministero dell’Interno, si è dimesso a seguito di un’inchiesta sul caporalato in Puglia in cui è risultata coinvolta sua moglie socia amministratrice di un’azienda agricola. La società è tra le dieci della zona di Foggia accusate di aver sfruttato manodopera procurata dai caporali: circa duemila braccianti extracomunitari, provenienti dall’Africa, che vivono in una baraccopoli nell’arcinota Borgo Mezzanone frazione di Manfredonia, in provincia di Foggia.

Ma il fenomeno è ben maggiore e questi casi che emergono periodicamente sono solo la punta dell’iceberg. Secondo le stime di Flai Cgil, in Puglia per la raccolta dei pomodori ogni stagione vengono reclutati 178.000 lavoratori stagionali di cui 45.000 di origine straniera. Sono proprio loro, insieme alle donne, quelli più esposti a forme di violenza e sfruttamento. Ma cos’è il caporalato?

Si usa comunemente il termine “caporalato” per indicare il sistema illecito d’intermediazione e sfruttamento del lavoro da parte di intermediari illegali, i caporali appunto, che arruolano la manodopera, la portano sul posto di lavoro, la “ritirano” riportandola in baracche fatiscenti in cui alloggiano (solitamente anche dietro pagamento). I caporali hanno il monopolio del trasporto. Costringono i lavoratori e le lavoratrici a dover pagare una somma di denaro per il loro spostamento da e verso i luoghi di lavoro. La gestione illegale della domanda e offerta di lavoro e le infiltrazioni mafiose nella filiera agroalimentare muovono in Italia un’economia illegale e sommersa di oltre cinque miliardi di euro. Sebbene oggi ci si vanti di essere consumatori informati non si sa mai davvero cosa si nasconda dietro un semplice barattolo di salsa raccolto magari in Puglia (si spera). Non si sa come e da chi e soprattutto chi tenga i fili di quelle donne uomini - burattini- chini sui campi dalle prime luci dell’alba al tramonto, spesso con pause di qualche minuto sotto il sole a 40°. Pause che a volte non salvano la vita. Qualcuno però vigila e sanziona per fortuna.

Dal 2019 ad oggi secondo l’Ispettorato nazionale del lavoro, le ispezioni effettuate sono aumentate del 400%, passando da 308 a 684 nel 2020 e a 1.455 nel 2021. Una crescita esponenziale che conferma i livelli importanti del caporalato nel mondo del lavoro.

Se si guarda al fenomeno del lavoro nero in generale al Sud i numeri sono da capogiro. Nel biennio 2020-2021, le aziende irregolari scoperte hanno superato quota 68% in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.

Il fenomeno però inaspettatamente non riguarda solo l’agricoltura. A farla da padrona nel grande calderone del lavoro emerso solo a seguito di controlli ci sono altri settori: trasporto e magazzinaggio con un bel 81,68% e le costruzioni con un altrettanto ragguardevole 72,03%.

Ma questa è un’altra storia. Volendosi concentrare solo sui dati, sempre secondo quelli forniti dell’Ispettorato del Governo, nel 2020 in Puglia sono state condotte 1281 ispezioni su aziende e cooperative agricole, grazie a queste sono emersi 530 lavoratori in nero di cui 162 vittime di caporalato.

Ma caporalato non fa rima solo con lavoro nero, fa rima con violenza, povertà e intimidazione.

I braccianti irregolari pugliesi vivono soprattutto nei grandi ghetti. Borgo Mezzanone è la baraccopoli più grande d’Italia, con oltre 3.500 persone solo d’estate, ma ci sono anche Rignano, Borgo Tre Titoli a Cerignola e numerose masserie e casolari diroccati tra Poggio Imperiale, Palmori, Ortanova, tra le tante. Qui si raccolgono pomodori e carciofi e la manodopera che serve è tanta.

Un elemento che accomuna questi luoghi è il sovraffollamento, le condizioni igienico-sanitarie estremamente precarie, il fatto che non ci siano mezzi di trasporto che portino le persone da casa ai campi e viceversa, l’assenza di luce, acqua e gas che in alcuni casi viene colmata con generatori , stufe e cisterne per acqua.

La nascita e lo sviluppo di questi luoghi creano terreno fertile per l’infiltrazione di gruppi criminali che rendono ancora più vulnerabili le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici che ci vivono. Spesso infatti la sistemazione alloggiativa è mediata dai caporali sia nelle baracche che nel pagamento del canone di affitto.

Rispetto all’ampiezza del fenomeno, gli alloggi gestiti da istituzioni pubbliche e organizzazioni del terzo settore rivestono un ruolo marginale. Spesso i lavoratori rifiutano la sistemazione in centri organizzati, sia per la vicinanza delle baracche ai campi sia per i costi da sostenere.

Altro fenomeno che va a braccetto col caporalato è l’immigrazione irregolare.

E a dispetto dei luoghi comuni il fenomeno, come rivela una indagine di Openpolis, è diffuso capillarmente in tutto al Paese e non solo al Sud come si continua a voler far credere. Si tratta di una piaga, ma di una piaga nazionale che, asorpresa, vede in testa allo sfruttamento Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna considerando non solo l'agricoltura come settore sotto esame.

La Puglia ha al contrario un record positivo: il numero più alto di inchieste e processi.

Ma chi sono quindi le vittime “preferite” dei caporali?

Poiché l’agricoltura è caratterizzata dalla stagionalità, è relativamente più facile per uno straniero sprovvisto di permesso di soggiorno finire a lavorare nei campi soprattutto in regioni come: Puglia (16,8%), Sicilia (14,1%), Calabria (9,9%), Emilia-Romagna (9,5%) e Campania (6,4%).

Secondo dati INPS del 2018 oltre l’82% dei lavoratori del settore agricolo sono italiani, mentre l’11,4% è rappresentato da lavoratori provenienti da Paesi al di fuori dell’Unione Europea (soprattutto di nazionalità marocchina, indiana, albanese, tunisina e senegalese), regolarmente residenti in Italia.

Il rimanente 6.5% è costituito da cittadini europei (soprattutto di nazionalità rumena, polacca e bulgara). Per quanto riguarda il sesso è facile fare due stime: la maggioranza dei lavoratori agricoli sono uomini (73.1%), mentre l’occupazione femminile in agricoltura (26,9% del totale dei lavoratori) è in diminuzione.

Sin qui il fenomeno. Ma la legge? Esiste, va solo applicata.

La legge n. 199 del 2016 si caratterizza, in primo luogo, per la riformulazione del delitto di Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, già inserito nell'art. 603-bis del codice penale.

In particolare, la nuova formulazione punisce i caporali con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 500 a 1.000 euro per ogni lavoratore reclutato. Non poco.

Infatti a cinque anni dall’entrata in vigore della legge i risultati ci sono. Comincia a registrarsi l’effetto deterrente dell’attività ispettiva e di prevenzione. Il problema è però più ampio.

Lo sfruttamento finale è un reato-sentinella: dove c’è sfruttamento c’è evasione fiscale, contributiva e assicurativa e soprattutto non c’è sicurezza sul lavoro. Se ti fai male sparisci.

Ma il caporalato non è solo sfruttamento nei campi. Esiste una nuova forma di caporalato detto “urbano" quello dello smercio di volantini a 2 euro all’ora. Anche qui c’è una realtà sconcertante: persone in stato di povertà caricate come bestie a bordo di furgoni malconci, scaricati in vari punti delle città, e costretti, a piedi, a distribuire migliaia di volantini al freddo in inverno e al caldo afoso in estate. Una piaga sociale spesso ignorata, volutamente.


c'è un piano triennale del governo

Per cercare di porre un freno al fenomeno del caporalato l’ispettorato del Governo ha approvato il “Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato 2020 - 2022”. Si tratta di un documento che indica alcuni comportamenti da intraprendere per invertire la rotta. Tre sono i temi cruciali: trasporto, alloggio e reinserimento lavorativo. La questione del trasporto dei lavoratori dai luoghi di residenza ai campi costituisce una delle leve fondamentali per la lotta allo sfruttamento in agricoltura. Esiste infatti un vero e proprio monopolio del sistema di mobilità, che costringe i lavoratori e le lavoratrici a dover pagare il trasporto da e verso il luogo di lavoro. La sfida lanciata è spingere su un aggiornamento dei piani di trasporto regionali predisponendo servizi che tengano in considerazione le necessità dei lavoratori agricoli che hanno bisogno di spostarsi dai luoghi di residenza soprattutto durante i picchi di stagionalità imposti dalla raccolta dei prodotti agricoli.

La nascita e lo sviluppo di baraccopoli poi, creano terreno fertile per l’infiltrazione di gruppi criminali. I caporali scelgono le abitazioni e decidono un canone di affitto. Nessuno può opporsi. Cosa fare? Il Piano suggerisce soluzioni alloggiative in strutture dedicate, che includano la presa in carico del lavoratore per un periodo limitato magari attraverso l’utilizzo dei beni confiscati alla criminalità.

Infine il reinserimento.

L’ideale sarebbe creare un sistema nazionale per il reinserimento delle vittime di sfruttamento lavorativo. Servirebbe a migliorare il coordinamento tra le diverse istituzioni coinvolte a livello centrale, regionale e territoriale.


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