Il cambiamento è la formula per lo sviluppo

Nel nome dell’economia da salvare, in questi mesi di emergenza Covid, si sono susseguiti: misure di sostegno, di assistenza, ma anche placebo, per non parlare di alcuni autentici delitti. In una situazione confusa e, soprattutto, mai verificatasi prima, può andare tutto bene: dalla sospensione dei licenziamenti alla riapertura delle discoteche. Adesso però siamo nella vera fase 2, che definirei matura, cioè dopo l’abbuffata frenetica di provvedimenti, forse è il caso di fermarsi e analizzare quello che è successo. Deve farlo chi governa il Paese ed ha la responsabilità delle azioni da mettere in campo, ma devono farlo anche gli imprenditori.

Il coronavirus ci ha messi a nudo: il nostro vecchio modello di sviluppo non può continuare a funzionare come prima. Bisogna battere strade nuove e immaginare forme innovative di produzione, ma soprattutto organizzare in modo diverso il lavoro. Non si tratta più soltanto di far ricorso allo smart working,  va ripensato l’intero sistema lavorativo: a cominciare dalla quantità di ore per finire ai turni.

Uno studio della società di consulenza Simon-Kucher & Partners, datato inizio luglio e che ha valutato l’evoluzione della domanda dall’inizio della pandemia attraverso l’andamento di vendite e consegne , divideva le imprese globali in 4 categorie, determinate dagli effetti della pandemia: minacciate, sovraccariche, sopraffatte e prospere. Senza entrare troppo nel dettaglio delle definizioni, peraltro intuitive, le aziende messe peggio sono quelle di settori maturi o legati alla mobilità (trasporti, viaggi, automotive, ricettività, beni di consumo non essenziali, costruzioni). Quelle messe male o comunque in sofferenza sono: settore industriale, logistica, pubblicità, servizi alle imprese, chimica, metalli e materiali, produzione di energia, banche, assicurazioni, beni di consumo essenziali. Prosperano invece le imprese dei settori più innovativi: telecomunicazioni, internet, software, media, farmaceutica.

Uno studio che deve far riflettere molto, perché basta guardare i settori in maggiore difficoltà per vedere la fotografia del sistema economico pugliese. Insomma, siamo seriamente a rischio e, aldilà di più o meno efficaci interventi pubblici, ancora una volta toccherà agli imprenditori la maggior parte della responsabilità. 

Non è da escludere che alcuni siano costretti a reinventare la propria attività, rivedere completamente il percorso che porta al cliente finale, trovare nuovi modelli di produzione e di business che siano in grado di convivere per almeno un paio d’anni con il coronavirus.

Tutto questo comporterà di tornare a considerare la forza lavoro come risorsa umana e non come una semplice voce di costo. Coinvolgere i lavoratori nei nuovi percorsi, renderli partecipi dei destini dell’impresa, organizzare il lavoro in turni più flessibili, che tengano conto, ad esempio, delle difficoltà dei mezzi di trasporto pubblico nell’assicurare il distanziamento. E quindi evitare di far entrare in azienda decine o centinaia di persone alla stessa ora, ma scaglionare gli ingressi, organizzando la produzione di conseguenza. 

Infine, potrebbe trovare applicazione il vecchio slogan “lavorare meno, lavorare tutti”. Ci ha provato la premier finlandese, ma il dibattito ha avuto poco seguito in Italia, annegato dalle polemiche seguite all’improvvido “liberi tutti” estivo e alle sue conseguenze. Adesso è l’ora di tornare a valutarne la fattibilità. Perché o rinunciamo tutti a qualcosa e ci rimbocchiamo seriamente le maniche, oppure ci aspetta un lungo e preoccupante periodo di decrescita infelice.


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