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Il calcio e la laurea per me pari non sono

Massimo Vitti, imprenditore barese di 46 anni, da trenta a Roma, non si è perso d’animo quando ha saputo che la data per la sua proclamazione a dottore in Economia Aziendale era la stessa in cui il suo Bari giocava a Parma. Non ha voluto rinunciare a nessuna delle due “gioie” e si è laureato in collegamento da un autogrill nei pressi di Bologna, sull'A1. Era partito da Roma circa quattro ore prima insieme agli amici del gruppo che ha fondato nel 2014, "La Bari Capitale".

La notizia è stata ripresa ed enfatizzata dai giornali e dai social. Ci sta. Ma, “pesandola”, non è una notizia solo di colore. In questa società in crisi - tra Covid, guerra, bollette salate da pagare, fabbriche che chiudono, politica malata, giovani senza lavoro, criminalità, droga - si ripropone un vecchio interrogativo: il calcio è l’oppio dei popoli, specie nel nostro Sud?
Il tema è stato sempre dibattuto, con scontro di opinioni, in campo intellettuali, giornalisti, scrittori e politici. Esempi? Nel 1969, Pier Paolo Pasolini, tifoso (del Bologna) e praticante, respinse bruscamente le parole di Helenio Herrera, allora allenatore della Roma, che aveva dichiarato: «Il calcio, e in genere lo sport, serve a distrarre i giovani dalla contestazione. Serve a tener buoni i lavoratori. Serve a non far fare la rivoluzione». Nel 1975 addirittura Enrico Berlinguer disse la sua: «Non penso che l’operaio, se alla domenica va allo stadio, al lunedì sia meno preparato ad affrontare i problemi del lavoro, le battaglie sindacali…». Qualche mese più tardi, Pasolini ritornò sull’argomento, con un’analisi più variegata: «Che lo sport (i “circenses”) sia “oppio del popolo”, si sa. Perché ripeterlo se non c’è alternativa? D’altra parte tale oppio è anche terapeutico. Le due ore di tifo (aggressività e fraternità) allo stadio, sono liberatorie: anche se rispetto a una morale politica, o a una politica moralistica, sono qualunquistiche ed evasive».
Allora? Mettendo da parte con rispetto Pasolini, Berlinguer, Arpino, Carmelo Bene, Galeano e tanti altri grandi, c’è da dire che oggi il calcio potrebbe ritornare a essere l’oppio dei popoli. Un “oppio” a cui arrampicarsi, capace, seppure per brevi parentesi, di cancellare dalla memoria le tragedie dei nostri giorni. Estremizzando, il calcio è l’unica cosa che permetterebbe a molti italiani (una minoranza non tanto minoranza) di identificarsi in una vittoria (l’abbiamo vinto dei tifosi)". Un’ipotesi nefasta, da rigettare con forza. Al Nord, al Centro e al Sud dell’Italia. Soprattutto al Sud. Il calcio deve essere il calcio, una ricreazione, come il teatro, il cinema, la musica, l’arte tutta. La laurea di Massimo Vitti in collegamento dall’autogrill è bella, ma va citata ridimensionandola: il popolo deve essere vivo, deve lottare, deve ritornare a inseguire la politica. Non deve avere bisogno di oppio, pallonaro o di altro genere.

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