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Il bidone offeso, vecchio e malandato cerca consulente

Sono un bidone. Per essere precisi, sono il bidone numero L5223 e mi trovate sempre lì, in corso De Gasperi all’angolo con strada Vassallo. Mi occupo di rifiuti indifferenziati, insieme con i miei colleghi che trattano plastica, carta, vetro e organico. Non faccio (non facciamo) una bella vita. Tutti ci bistrattano. Ci infilano dentro laqualunque, senza rispettare tipologia e orari. Se ci si rompe un pezzo – chessò il coperchio o il pedale – restiamo monchi per mesi e mesi, senza che nessuno ci venga a riparare. E poi puzziamo da morire perché non ci lavano da anni. Possiamo sperare solo nella pioggia, ma ormai piove così di rado. Ci siamo stancati di arrossire dalla vergogna, anche se non è colpa nostra. Purtroppo, quelli che dovrebbero imbarazzarsi non se ne curano. Non è a loro, si dice nella mia città. Anche noi bidoni abbiamo una dignità da difendere, e non è bello essere trattati come se fossimo noi stessi rifiuti maleodoranti. Noialtri siamo orgogliosi della nostra storia e delle nostre origini. Siamo tutti figli di Eugène René Poubelle, il tostissimo Prefetto della Senna che nel 1833 con i suoi decreti obbligò i parigini a dotarsi di contenitori con i coperchi per raccogliere i rifiuti e impedire che il loro lezzo ammorbasse l’aria della Ville Lumière. Quasi due secoli fa monsieur Poubelle introdusse anche la raccolta differenziata: “sono obbligatori tre bidoni, uno per i materiali putrescibili, uno per carta e stracci e un ultimo per vetro, terracotta e gusci di ostriche”. Noi bidoni per la poubelle svolgiamo dunque un ruolo sociale e, parbleu, vorremmo che ci fosse riconosciuto, come ha fatto Italo Calvino in uno dei suoi racconti parigini. Purtroppo siamo vistosi, ingombranti e puzzolenti. Andremmo ripuliti almeno una volta al mese. Meglio, andremmo sistemati sottoterra, così come si fa nelle città più evolute. Vi devo mostrare le immagini? Scrivete “cassonetti interrati” su Google e le vedrete. Che cavolo, la tecnologia ha fatto passi da gigante anche nel nostro ambiente e qui invece non cambia mai niente. In alcuni quartieri ci stanno rimpiazzando con quei piccoli contenitori che chiamano pattumelle, ma il porta a porta è adatto ai centri storici con i vicoli, non alle città con palazzi e condomini di cinque-sei piani e più. Gli effetti venefici delle raccolte differenziate porta a porta a giorni fissi sono evidenti: centinaia di sacchetti abbandonati ovunque lungo strade e aree di sosta. La gente è incivile ma persino noi bidoni ci rendiamo conto che ci vorrebbe un’organizzazione ferrea, capillare, territoriale e condivisa, perché non è possibile che in un Comune si faccia una cosa e in quello accanto se ne faccia un’altra. Certo, bisogna produrre meno rifiuti e differenziare meglio e di più.

Noi bidoni stiamo giusto pensando di ingaggiare un consulente, uno fidato, magari un parente, uno del cerchio magico, per far valere i nostri diritti. Vorremmo vedere finalmente riconosciuto il nostro status di oggetti utili e strategici, da rispettare, lavare, manutenere. Monsieur Poubelle ne sarebbe orgoglioso.



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