Il Bif&st: da undici anni il fallimento va in scena

Nell’anno “orribile” 2020 le manifestazioni culturali massive dal vivo non sono esempio di coraggio, piuttosto di Hybris: che il Treccani online definisce «personificazione della rivolta contro l’ordine stabilito dagli dei o, più propriamente, dell’orgogliosa coscienza di sé»; in sostanza atto della superbia umana e quindi anche un rischio (come scrivo nel mio libro “Katastrofé. L’Italietta nel Coronavirus”). Ad esempio i festival letterari in presenza fisica che si sono svolti in Puglia e anche, da ultimo, il Bif&st barese, festival cinematografico da undici anni. 

Il vero Coraggio (con la C maiuscola) quest’anno è stato espresso in Puglia dai promotori della “Notte della Taranta”, che hanno rinunciato a svolgerla dal vivo tra l’incredulità di molti e il biasimo appena dissimulato di quasi tutti i Media. Ma costoro hanno lanciato così un messaggio sul serio di etica pubblica, checché si voglia elucubrare.

Gli altri no, sono stati per lo più modesti succubi del loro giocattolo e, come tali, non si sono resi conto del messaggio negativo, al pari di discoteche e spiagge. Ciò chiarito (magari in controtendenza rispetto al sentire “comune”), ragioniamo pure del Bif&st: non sarò affatto osannante, come la corte che lo circonda, anche perché chi osanna senza esercitare il pensiero critico non offre un gran contributo di analisi e per migliorare.

Il Bif&st non è mai sul serio decollato in questi undici anni, nel senso che è rimasto sempre schiacciato tra le grandi major festivaliere, specie Venezia, Roma (ultima nata), Berlino e Cannes. Non ha brillato neppure rispetto ad altri festival cinematografici, magari specializzati e trainanti nel loro genere. Questo per ragioni soprattutto strutturali, non certo per imperizia del fondatore (mio amico, con famiglie legate fra loro, concittadino e anche sodale ai tempi del ‘68…): come la perifericità territoriale ha fiaccato le intraprese economiche, così – purtroppo – accade anche nel campo culturale. 

Se invece il Bif&st lo considerassimo, più modestamente, un affollato “cineclub”, allora i conti quadrano meglio, però con due gravi limiti. Anzitutto si svolge da sempre nel Centro “scic” della città, con l’aggravante quest’anno di aver raccolto la consueta pur se ridotta tipologia di avventori con tutt’attorno, nelle periferie, un’umanità precaria e i senzatetto in lotta con l’infezione nei dormitori della Caritas. 

Inoltre è una manifestazione effimera di pochi giorni, senza radicamento territoriale perché nel resto dell’anno non esiste. Non è retorica: intendo sottolineare che un evento così strutturato produce effetti un po’ deleteri da cultura “mordi e fuggi” ed anche un inintenzionale impatto “Elysium” (mi riferisco al film di Neill Blomkamp), cioè aggrava le diseguaglianze impedendo alla cultura di offrire un valido contributo sociale.

Anche per questo nel 2021 si cerca di cambiarne il format e la filosofia di fondo? Si vedrà.


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