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Il turismo pugliese? È una... favola

Ce la siamo cantata e suonata da soli. Come spesso accade. Magari stavolta un po’ più a giusta ragione di altre volte, ma comunque c’è da sperare che almeno “sottotraccia” si guardi al futuro con un pizzico di lungimiranza, senza farsi abbagliare solo dai numeri.

Anche perché i numeri vanno analizzati e soprattutto confrontati con quelli dei competitori, nel caso specifico le altre regioni italiane o, se si volesse fare cosa buona e giusta, anche con i Paesi al di là dell’Adriatico, che hanno un’offerta turistica spesso più fruibile e praticabile della nostra.

L’estate è andata bene, insomma. La ripresa rispetto agli anni della pandemia c’è stata, peraltro trainata dalla ripresa del turismo nazionale ed internazionale. Ma gli operatori del settore lamentano una serie di problematiche che andrebbero affrontate e risolte, per non vivere su una “improvvisazione organizzata” che consente di fare affari nell’immediato ma che rischia di non “seminare” per un raccolto che sia duraturo.

Per dirla tutta, non dobbiamo essere solo una “moda”; e affinché questo accada serve strategia, organizzazione, pianificazione e offerta omogenea che non faccia del turista il classico “pollo da spennare”. Il… pollo non torna più e, soprattutto, scrive sui social. Per questo l’ospite va fidelizzato e conquistato. Perciò se alla promozione non si unisce la sistematica qualificazione dei servizi, delle professionalità, dell’accoglienza e una definitiva modernizzazione delle infrastrutture, si rischia di vendere fumo e di danneggiare la nostra offerta. Perché se qualcuno non l’avesse ancora capito, il tempo è galantuomo: chi pensa di essere solo furbo, alla lunga paga dazio. Tanto più che la Puglia non ha ancora una legge quadro che regoli il settore.

Ma vediamoli i numeri, resi pubblici dalla Regione alla fiera del turismo Ttg di Rimini: da giugno ad agosto 2022 in Puglia si registrano 2.181.102 arrivi e 10.221.699 pernottamenti con una variazione del +4,2% e del +3,1% rispetto allo stesso periodo del 2019, un risultato trainato dalla ripresa del turismo internazionale.

Bene, ma non basta. Ad esempio il presidente di Federalberghi Puglia e vice presidente nazionale, Francesco Caizzi, commentando i dati sulle presenze e sugli arrivi in Puglia per il 2022, afferma con molta chiarezza, e fuori dai denti, che “non possiamo lasciarci andare a fuorvianti trionfalismi”. Per spiegare si affida proprio ai numeri: lestate 2022 con 2,181 mln di arrivi e 10,221 mln di presenze, significa dati che certificano un buon risultato ma che sono appena il 30% di quelli emiliano-romagnoli e meno della metà di quelli toscani, solo per fare qualche esempio”.

Toscana ed Emilia Romagna non sono citate a caso, perché si tratta di due regioni che hanno una popolazione vicina alla nostra (un po’ meno la Toscana, un po’ più grande l’altra) ma che, per dirne una, non possono certo contare sui chilometri di costa della Puglia.

Nel merito, Caizzi in una nota aggiunge che “la Regione da sette anni ha ridotto le politiche turistiche a semplici provvedimenti centralizzati. Le associazioni di categoria sono state poco coinvolte, la promozione viene decisa centralmente da Pugliapromozione che ha ben finanziato di tutto e di più senza alcun collegamento con il mondo reale del turismo”.

Non solo. Federalberghi entra ancora nel dettaglio dei numeri trionfalistici dati dalla Regione e chiarisce che il risultato è una media: “Se Bari segna il + 55% - scrive - per avere una media del +3% su base regionale vuol dire che qualche altra destinazione ha fatto -40%. Tre mesi di lavoro, infatti, non sono sufficienti per i nostri collaboratori a ottenere neanche l’indennità di disoccupazione. Questo vuol dire che tutto il processo di destagionalizzazione è fallito e bisogna riprogrammarlo”.

Che Caizzi sia ben a conoscenza della situazione reale è testimoniato anche da quanto affermato a metà ottobre da Mario Vadrucci, presidente della Camera di commercio di Lecce, e neo vicepresidente nazionale di Unioncamere. Nel far notare che la Puglia è uno dei punti di riferimento più importanti del turismo nazionale, visto che le imprese pugliesi registrate ufficialmente alle Camere di Commercio rappresentano il 5,6% (35.501) della filiera turistica nazionale ufficiale, Vadrucci si affida all’Isnart (Istituto Nazionale per le Ricerche turistiche), punto di riferimento delle stesse Camere di Commercio italiane per l’analisi dell’economia del turismo. Così fa osservare in una intervista alla “Gazzetta” che “in questo quadro le province di Bari e Lecce rappresentano, da sole, oltre il 60% dell’offerta turistica regionale (Bari 36,4, Lecce il 23,8) e oltre il 65% degli addetti (Bari 41,6 e Lecce 23,8).

Ma secondo la ricerca Isnart, in termini di distribuzione dei flussi turistici all’interno della regione, sono le province di Lecce e Foggia che accolgono circa il 60% del totale degli arrivi turistici (rispettivamente il 30% e il 26,2% sul totale regionale). Seguono la provincia di Bari (25,1%), Brindisi (11,4%) e Taranto (7,3%). C’è uno squilibrio che andrebbe bilanciato in termini di offerta e di servizi. Partendo da questi dati, Vadrucci ha voluto chiamare a raccolta le istituzioni per chiedere gli “Stati generali del turismo”. Perché, a suo modo di vedere, la Puglia e il Salento sono punto di riferimento del turismo internazionale, ma proprio per questo bisogna programmare il futuro per mettere definitivamente da parte quell’improvvisazione di fondo determinata dalle tante componenti fuori controllo che qualcuno spiaccia per “colore” o, peggio ancora, per peculiarità della nostra tradizione turistica.

“La necessità degli Stati generali del turismo in ambito regionale – spiega Vadrucci - deve basarsi proprio sulla necessità di valutare le varie componenti del settore e le varie ‘Tribù del turismo’, come le definisce Isnart.

Ma anche l’indice di ‘pressione turistica’ che misura l’impatto che i flussi turistici hanno sul territorio e sulla popolazione residente nonché sul turista stesso”.

Difficile dargli torto: attraversare la Puglia da un mare all’altro, dallo Jonio all’Adriatico, è praticamente un’impresa. Ed il turista se ne accorge eccome.

La verità, insomma, è che siamo di fronte ad un vero (incomprensibile) paradosso: la Puglia investe 75 milioni di euro in pianificazione e altri 250 in promozione; cioè spende tre volte in più per la propaganda rispetto a quello che servirebbe per migliorare il “pacchetto” complessivo. Il che vuol dire che da una parte vendiamo il meglio mentre da un’altra parte vendiamo fumo.

In sostanza, abbiamo creato un brand.

Ma questo è il punto di partenza, non d’arrivo. Questo brand va difeso e migliorato, anche a muso duro se necessario. Non può esserci posto per chi improvvisa.

Il turismo, la cultura dell’accoglienza, la promozione del territorio, sono una cosa molto seria.

Ma non tutti l’hanno compreso.


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