Il tramonto del Piano rifiuti

Il nuovo Piano per la gestione dei rifiuti resta nel cassetto dei desideri. La Puglia, dopo quasi 10 anni, non ha ancora il testo che dovrebbe guidare l’azione di governo su un tema delicato, che tocca direttamente le tasche dei cittadini, influisce sull’ambiente in cui viviamo e sulla salute dei cittadini. 

Il Piano elaborato “dal basso”, con il contributo dei pugliesi, è andato ad impigliarsi tra le maglie della politica locale. Le spaccature nella maggioranza hanno impedito che il Piano approdasse in Consiglio regionale per la discussione e l’approvazione, eppure il governatore Michele Emiliano lo presentò pubblicamente ormai due anni fa. Poi, desaparecido. Scomparso. 

L’assessore all’Ambiente Gianni Stea, lo scorso maggio, durante una conferenza stampa, promise che entro giugno sarebbe stato approvato in Giunta e portato in Aula ma, ad oggi, in via Gentile non si è vista nemmeno la bozza del Piano. Difficile che, con le elezioni Regionali alle porte, si possa concretizzare il passaggio del dibattito in Consiglio, considerando che i lavori vengono sospesi 45 giorni prima del giorno dell’apertura dei seggi (20 settembre). I pugliesi dovranno attendere ancora, sperando che il sistema regga senza andare in affanno ed evitando crisi come quelle campane o romane. Nonostante un Piano “fantasma”, l’Ager – l’Agenzia territoriale della Regione Puglia per il servizio di gestione dei rifiuti istituita dal governo Emiliano – va avanti nella programmazione dei nuovi impianti per il conferimento della spazzatura. Rispetto alla previsione iniziale di sette nuovi impianti di compostaggio pubblici, ne verranno realizzati tre o, al massimo, quattro. Verranno edificati a Foggia, Bari e Brindisi. Un quarto, vista la disponibilità data dal sindaco Carlo Salvemini, potrebbe essere attivato a Lecce ma l’iter amministrativo non è ancora partito. Sono “saltate” le ipotesi Pulsano (il sindaco ha ritirato il proprio ok 24 ore prima dell’approvazione in Giunta regionale), Cerignola e Andria. Il primo impianto di compostaggio che vedrà la luce sarà quello di Bari, secondo le previsioni di Ager dovrebbe essere inaugurato entro ottobre: in realtà la sua attivazione era stata calendarizzata entro la fine di questa estate, ma l’emergenza Covid-19 e il lockdown, con blocco del cantiere, hanno fatto slittare i tempi di consegna di 2-3 mesi. Sarà un impianto a gestione pubblica e potrà ricevere sino a 750 tonnellate di frazione organica. 

Per le strutture di Brindisi e Foggia i tempi sono più lunghi, circa due anni: sono stati consegnati i progetti, adesso si dovrà procedere con le gare. Tra veti e litigi, la Puglia aspetta da ormai quasi 15 anni il potenziamento delle infrastrutture, ma quali vantaggi potrebbe portare ai pugliesi una rete di strutture pubbliche? 

Il primo è prettamente economico: oggi i Comuni spendono, mediamente, dai 110 ai 120 euro a tonnellata conferita, un impianto pubblico abbatterà questo costo dai 20 sino a 40 euro a tonnellata. Infatti, secondo i calcoli di Ager, il prezzo scenderà sotto i 90 euro, si potranno sfiorare persino gli 80 euro a tonnellata. 

Poi c’è un secondo beneficio, possibilità di maggiori controlli. Oggi sono sette i centri di compostaggio in funzione e si trovano a Lucera (che può ospitare sino ad un massimo di 178mila tonnellate), Deliceto (11mila tonnellate), Modugno (91mila), Marina di Ginosa (80mila), Laterza (70mila), Manduria (60mila) e Statte (15mila). 

Per completare il quadro dell’impiantistica, la Puglia si doterà anche di tre strutture di selezione: a Foggia verrà inaugurato il centro per il recupero del vetro, a Monte Sant’Angelo quello per la plastica e a Ugento per la carta. A questi si aggiungeranno, inoltre, due impianti per il trattamento del percolato (da inaugurare a Brindisi e Trani) e due strutture per il recupero di rifiuti da spazzamento stradale (saranno attivati a Molfetta e Statte). 

Tra centri da ammodernare e potenziare e altri da realizzare ex novo, in totale sono 21 le strutture che verranno distribuite sul territorio per un investimento pubblico pari a 120 milioni. 

L’obiettivo è di portare la raccolta differenziata al 65% entro la fine del 2020, ma attualmente è ferma al 58% circa (dati Portale Ambientale della Regione Puglia): quindi, nonostante un miglioramento rispetto al 2019 quando non si è andati oltre il 52-54%, l’obiettivo è ancora distante. Arrivare al 65% di raccolta differenziata significherebbe dimezzare la quantità di rifiuto indifferenziato (da 1.109.052 tonnellate all’anno a 647mila tonnellate) e quasi raddoppiare la quota di differenziato (dagli attuali 781mila tonnellate a 1.242.682 tonnellate all’anno). 

Praticamente ribaltare la situazione odierna e portare la Puglia quasi in linea con le Regioni del Nord. Per tagliare questo traguardo la prima mossa riguarda la raccolta: si punta sul porta a porta in tutti i Comuni. Ma non basta, occorrono gli impianti perché, altrimenti, il risultato sarebbe comunque negativo: con una maggiore quantità di rifiuti da riciclare ma una carenza di impianti, alla Puglia non resterebbe che inviare l’immondizia fuori regione, con aumento dei costi. Mediamente, solamente la voce “trasporto” costa 50 euro a tonnellata ai Comuni che devono trasferire i propri rifiuti in impianti fuori regione, in particolare in strutture del Nord Italia. 


Altro record: quarti nell’”esportazione”

Nel 2018 dalla Puglia sono partiti circa 5.800 tir carichi di rifiuti, uno dei peggiori dati, solamente Lazio, Campania e Liguria hanno “esportato” più immondizia fuori dai confini regionali. È quanto emerge dal rapporto “La responsabilità delle scelte: i fabbisogni impiantistici e il ruolo delle regioni” pubblicato da Laboratorio Ref Ricerche. Paradossalmente l’aumento di raccolta differenziata, arrivata nel 2019 al 54% circa e oggi al 58%, ha messo in difficoltà la Regione. Avendo poche strutture, la Puglia si è ritrovata a dover gestire flussi maggiori e continui ed è stata costretta a portare altrove la propria immondizia per il recupero. Succede ancora oggi. Mediamente, solamente la voce “trasporto” costa 50 euro a tonnellata ai Comuni che devono trasferire i propri rifiuti in impianti fuori regione, in particolare in strutture del Nord Italia. A questa spesa, poi, vanno aggiunti altri costi variabili: la distanza effettiva e il numero di chilometri da coprire; il grado di impurità dell’immondizia che viene riscontrato al momento dell’arrivo dei carichi (più è alta l’impurità per errori nella raccolta maggiore è la tariffa applicata, una sorta di sanzione); la tariffa di conferimento che cambia da gestore a gestore. Però, considerando solamente il costo medio di 50 euro a tonnellata per un trasporto dalla Puglia verso il Nord e calcolando che nel 2018 sono state 140mila le tonnellate di rifiuti urbani trasferite, quello che è emerge è che i Comuni hanno speso complessivamente sette milioni di euro, al netto di tutte le altre variabili.

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