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Il saccheggio del territorio colpisce ancora

Ormai dobbiamo farci l’abitudine agli eventi climatici estremi. Sono sempre più frequenti, più intensi, più disastrosi, più capillari. Basta dare uno sguardo alla mappa dinamica geolocalizzata dell’osservatorio nazionale “CittàClima” di Legambiente per rendersi conto che l’impazzimento del clima non è roba da cassandre lamentose, né questione che può preoccupare solo gli addetti ai lavori, né attribuibile al fato. Noi distruggiamo l’equilibrio naturale e noi ne subiamo le conseguenze. Come è successo qualche giorno fa a Ischia. Ecco perché gli eventi climatici estremi ci riguardano tutti, per i pericoli che corriamo, per la valanga di denaro pubblico necessaria per metterci una pezza e riparare i danni. L’aggettivo estremo, dice il vocabolario Treccani, “è o rappresenta il termine ultimo, in senso locale o temporale, di qualche cosa”, ma qui si va oltre l’estremo, in una rincorsa che non vede vincitori ma solo perdenti.

Parlano i numeri dell’approfondito rapporto “CittàClima” 2022 realizzato da Legambiente e Gruppo Unipol. Nei primi dieci mesi del 2022 sono stati registrati 254 fenomeni meteorologici estremi, +27 per cento di quelli dell’intero anno scorso. Anche a novembre gli eventi disastrosi si sono susseguiti in tutto il Paese, come documentano le cronache, dal Golfo di Venezia al Tirreno. Va avanti così da almeno tredici anni: dal 2010 al 31 ottobre 2022 si sono verificati in Italia 1.503 eventi estremi con 780 comuni colpiti e 279 vittime. Tra le regioni più colpite: Sicilia (175 eventi estremi), Lombardia (166), Lazio (136), Puglia (112), Emilia-Romagna (111), Toscana (107) e Veneto (101). I casi più frequenti sono gli allagamenti da piogge intense, accompagnate da grandinate ed esondazioni, le mareggiate e le frane. In aumento il numero delle trombe d’aria: ce ne sono state 387, con effetti devastanti.

L’altra faccia della medaglia è stato il lunghissimo periodo di siccità che ha colpito gran parte del centro nord nel 2022. Nei primi sette mesi dell’anno le piogge sono diminuite del 46 per cento rispetto alla media degli ultimi trent’anni. Da gennaio a giugno sono venuti meno circa 35 miliardi di metri cubi di acqua e in molte località è stato necessario imporre restrizioni ai prelievi idrici, mentre sono state fermate le turbine di alcune centrali idroelettriche. Alla siccità si sono aggiunte le ondate di calore, sempre più lunghe e persistenti. La più grave si è verificata nella seconda metà di luglio, con un aumento di mortalità che ha raggiunto il 36 per cento in tutte le aree del Paese. Tra le città maggiormente colpite Torino, con un eccesso di mortalità pari a +70 per cento, seguita da Campobasso (+69 per cento), Bari (+60 per cento). Solo a luglio le morti in eccesso dovute al caldo estremo sono state 733 in tutta Italia.

L’Italia, si legge nel rapporto “CittàClima”, ha speso un’enorme quantità di soldi in questi decenni per rincorrere i danni provocati da alluvioni, piogge e frane, a fronte di poche risorse spese per la prevenzione. Lo Stato impegna in media 1,48 miliardi l’anno per la gestione delle emergenze, con un rapporto di quasi 1 a 4 tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni.

È ormai acclarato che i disastri cosiddetti naturali, nella stragrande maggioranza dei casi, sono provocati dall’uomo. Il territorio, le città, le coste, le campagne, diventano ogni giorno più fragili anche a causa dell’incessante consumo di suolo, in costante aumento negli ultimi 70 anni. Eppure, si continua a costruire troppo e troppo spesso lì dove non si dovrebbe, in zone non adatte e pericolose, come nelle anse dei fiumi, ai piedi delle scarpate, lungo versanti scoscesi o in aree di pianura alluvionale, nelle lame, sulle dune costiere, persino all’interno dei boschi. No, gli eventi climatici estremi non dipendono dal fato. Le macro-cause globali sono strettamente correlate alle micro-cause locali provocate dagli estremisti del saccheggio del territorio e dai loro fiancheggiatori nelle pubbliche amministrazioni. Altro che cassandre.


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