Il digitale? Funziona solo per l'effimero

Qual è il rapporto fra gli italiani e il digitale? A leggere alcuni dati si potrebbe dire ottimo: su 60 milioni di abitanti, la nostra nazione conta ben 80 milioni di smartphone, quindi 1,3 telefoni di nuova generazione a persona, con numeri in costante ascesa. A questi vanno ovviamente aggiunti pc, tablet e altri strumenti smart (vedi l’internet delle cose con orologi, frigoriferi e tapparelle in costante collegamento wi-fi), con un’età media di avvicinamento ai device tecnologici che tende a diventare sempre più bassa. Ma la realtà di questi numeri è ben più mortificante e si rimane decisamente sgomenti nel leggere i dati forniti da OpenPolis riguardo alla comunicazione digitale con la pubblica amministrazione. Dunque diciamolo subito: in Italia il digitale funziona bene, ma nel settore dell’intrattenimento. Partite di calcio, serie TV, giochi online, chat di gruppo, VoIP, app di acquisto sono all’ordine del giorno per l’utenza nazionale, ma appena si passa al rapporto con la Pubblica Amministrazione il livello di interazione crolla miseramente.

I principali parametri di analisi sono due, il raffronto fra Italia e resto dei paesi dell’Unione Europea e la comparazione fra le nostre singole regioni. Nel primo caso, la Danimarca risulta esemplare con il 92% di cittadini che comunica digitalmente con la pubblica amministrazione. Seguono la Finlandia (87%) e la Svezia (86%), ma anche altri paesi dell'Europa occidentale come Paesi Bassi, Francia e paesi baltici registrano quote piuttosto alte. Al contrario, gli stati dell'Europa orientale e meridionale si attestano su cifre inferiori, con la Romania a fare da fanalino di coda con 12%. E l’Italia come si posiziona in questa cruciale classifica? Nel nostro paese solo il 23% dei cittadini comunica con la PA digitalmente, scontando ben 22 punti percentuali in meno rispetto alla media europea. Ma non è tutto: rispetto al 2018 il belpaese ha addirittura riscontrato un calo dell’1%, andandosi ad attestare al fianco di nazioni come Romania, Grecia e Bulgaria.

Cartina al tornasole di questa situazione è l’utilizzo dei social media da parte dell’utenza media italiana. Nonostante i big mondiali riempiano quotidianamente le prime pagine delle testate giornalistiche di tutto il globo, i profili su Facebook, Instagram & Co. rappresentano ancora dei meri strumenti di entertainment. Eppure i social sono una cosa seria, una potentissima cassa di risonanza per idee, dibattiti e azioni sociali. Al concetto di pubblica utilità, però, l’italiano medio preferisce quello di pubblica litigiosità. Il rapporto con i propri rappresentanti politici non è quindi al servizio del cittadino, non è votato all’ascolto e al miglioramento. Le pagine social degli Enti Pubblici sono spazi in cui inveire e lamentarsi, offendere e attaccare. Resta dunque la domanda centrale: cui prodest? La risposta è molto semplice ed è venuta alla luce in maniera chiara e lineare con strategie palesemente messe in atto dai guru della comunicazione politica (e "La Bestia" di Salvini e Morisi ne è un tragico esempio). Vale la regola d’oro di Oscar Wilde: «Vi è solo una cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé». Gli algoritmi dei social media, infatti, tendono a dare maggior visibilità agli argomenti che ottengono più “coinvolgimento”. termine ombrello sotto il quale si aggregano azioni come il commentare un post, inserire un like, condividere un elemento, etc. In poche parole, interagire con un contenuto, foss’anche per criticarlo o condannarlo, non fa altro che amplificarne la gittata e aumentare la sua capacità di circolazione. Ecco dunque che le strategie di promozione hanno dunque sorpassato il semplice concetto del “comunicare bene”, in favore di un più remunerativo “comunicare tanto”.

Non mancano comunque delle posittività anche da noi, ad esempio nella digitalizzazione dei processi di aggiudicazione dei bandi, il cosiddetto e-procurement. Il risparmio, secondo la commissione europea, sarebbe di circa 3 mld di euro all’anno, un tesoretto non indifferente che andrebbe immediatamente utilizzato per compiere una rivoluzione necessaria: la creazione di attività di formazione trasversale nell’utilizzo di tecnologia di consumo. Dalle scuole superiori ai posti di lavoro, milioni di persone dovrebbero ricevere quantomeno un’istruzione di base per comprendere il funzionamento delle principali piattaforme digitali, quelle che utilizziamo quotidianamente e che determinano in maniera fin troppo stringente il flusso delle nostre relazioni pubbliche e personali. Come si può pretendere, altrimenti, di stimolare i ragazzi ad implementare l’utilizzo delle risorse digitali con le competenze professionali in via di acquisizione se spesso manca la conoscenza dei processi elementari di funzionamento di questi strumenti? E come si può richiedere di rafforzare il dialogo online fra strutture lavorative e utenza se la maggior parte dei lavoratori over 40 semplicemente ignora il posizionamento di base degli enti privati sul Web?

Ancora una volta, le problematiche convergono sulla consapevolezza dell’utenza, elemento essenziale per essere liberi utilizzatori degli strumenti del nostro tempo. Ed ecco che, anche a livello interno, l’Italia sconta un impressionante digital divide, che colpisce sia a livello territoriale che demografico. Le categorie più penalizzate sono infatti quelle degli anziani, degli immigrati, dei detenuti, dei disabili, di chi ha un basso livello di istruzione e delle donne inoccupate. A ciò si aggiunge il dato sulla quota di cittadini che comunica digitalmente con la pubblica amministrazione, che passa da un 32% per la Provincia Autonoma di Trento a un 15% per la Sicilia. In questa scoraggiante classifica la Puglia si posiziona al 18%, percentuale ancor più mortificante se si pensa che in tutte le regioni del nord e del centro la quota supera il 20%.

In Italia dunque, La comunicazione digitale con la pubblica amministrazione deve ancora macinare molta strada prima di potersi dire efficiente e concreta, ma alla radice di queste inefficienze vi è sempre un indicatore sociale di primaria importanza. L’ultimo Rapporto sul Benessere equo e sostenibile redatto dall’Istat ci indica infatti che un terzo delle famiglie italiane ancora non dispone di computer e accesso a Internet da casa e le parti svantaggiate sono appunto quelle in cui il titolo più elevato è la licenza media oppure i nuclei familiari composti da soli anziani. Come sempre vivere nel Mezzogiorno significa poi scontare una differenza di 10 punti percentuali rispetto al Nord, ma soltanto un Comune italiano su quattro ha dichiarato di offrire almeno un servizio per le famiglie interamente on line. E così, dopo oltre vent’anni dall’ingresso di Internet nelle nostre vite, la transizione digitale è ancora un obiettivo di là da raggiungere.


Perdiamo in velocità e trasparenza

I vantaggi di un settore pubblico digitalizzato sono ovviamente molteplici, ma quali risvolti positivi può immediatamente avere un miglioramento dell’E-government? Innanzitutto vi è un evidente facilitazione nei rapporti tra cittadini e PA, che si riverbera in velocizzazione delle procedure e semplificazione delle pratiche. Non di secondo piano è la garanzia di maggiore trasparenza da parte della pubblica amministrazione, ma diventa anche necessaria una più estesa partecipazione da parte dei cittadini. Al centro delle strategie c’è sempre una parola chiave: interazione, che può avvenire tramite portali online, sportelli pubblici e siti ogni giorno più “user friendly”.


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