Il Risorgimento barese nacque a Santo Spirito


Il Risorgimento, esattamente centosessant’anni fa: 1861-2021. Cifra tonda quest’anno per l’evento istitutivo del Paese, almeno inteso come momento unificante, giacché l’Italia come idea, cultura e lingua esisteva già. Italia come “una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor”, come l’aveva chiamata Alessandro Manzoni nella celeberrima “Marzo 1821”, opera del 1848. Ma in Italia, specie al Sud, quando si parla di Risorgimento e di Unità, sicuramente si fa una cosa. Ancora prima di celebrare, ricordare. Persino prima anche di studiare. E cioè: discutere, discutere, discutere. Se va bene con civiltà. Non che non manchino le ragioni, anche fondate, anche fondatissime. Domande soprattutto in merito alle modalità di conseguimento del pur atteso esito unitario. Per tacer di tutto quello che ne conseguì. Razzie, violenze, scarsa comprensione del fenomeno del ribellismo contadino. Una sorta di prima “guerra civile” italiana, con molti ‘italiani’ del Sud che, a torto o a ragione, si ritennero occupati, territorio di conquista. Ha scritto del resto Nico Perrone, brillante studioso, storico dell’Università di Bari, ora a riposo: “L’Italia nasce dalle repentine imposizioni di un governo centrale, di interessi e di leggi che hanno avuto l'ispirazione nel Piemonte; nasce con certe incomprensioni e anche con certe discriminazioni. Con un metodo che in tanti casi si manifesta sotto forma di colonizzazione, mediante stati d’assedio, governi militari, esecuzioni sommarie di briganti che in qualche situazione esprimono la resistenza all’occupazione. Procede, questo stato, nel rifiuto di capire le diversità, che si vogliono seppellire sotto un lungo oblio”. Perrone lo scrive nel saggio dedicato alla discussa figura di Liborio Romano (Rubbettino, 2009). Eppure, però, s’impone una riflessione. È cioè vero che il Sud, in una qualche misura, subì l’Unità, anche in senso piuttosto coercitivo. Innegabile. Ma è lo stesso Sud che, certo nelle sue borghesie più liberali e -spesso sedicenti- “illuminate”, quell’Unità da tempo andava propugnando, per cui aveva combattuto, detestando spesso il regnante Borbone. Lasciando adesso stare il giudizio sul governo della casa reale napoletana, questione decisamente non al centro del nostro pezzo (e questione da non consegnare ad una storiografia ideologica, aggiungiamo), non si può negare quanto, già dai decenni precedenti al 1860-1861, serpeggiasse malcontento, in più fasce sociali. Quel ‘sotterraneo’ malumore che poi ha preparato il ‘terreno’ per l’Unità stessa. In riferimento a Manzoni abbiamo citato il 1848. Ecco, quello fu un anno simbolico. Il perché è presto detto: fu l’anno delle rivoluzioni europee e nel Regno delle Due Sicilie venne a gran voce chiesta a re Ferdinando II la Costituzione. Richiesta che arrivò precisamente il 27 gennaio, giorno dell’insurrezione a Napoli, dopo le rivolte siciliane. Un testo che fu concesso e che poi fu smentito nei fatti, anche se non espressamente revocato, con una reazione assolutista figlia anche di proposte ‘massimaliste’ da parte di alcuni settori del Parlamento, dopo le elezioni di aprile. Seguirono ancora nuove elezioni e vari disordini, fino al 1849, quando a marzo è sciolto il Parlamento. E così il re, che concesse la Carta il 29 gennaio dell’anno prima, promulgandola l’11 febbraio, poi si vedrà ‘costretto’ a scelte di chiusura. Fu forse l’inizio di quella lunga “fine del regno” di cui parlerà, in un libro omonimo che restò famoso (1895), un giornalista e storico della vecchia Terra di Bari: Raffaele De Cesare, di Spinazzola. Ma intanto, in quel 1848, il dissenso prese anche la stessa Bari.

Il 2 e 3 luglio avvenne la famosa Dieta di Bari, riunione degli esponenti apertamente dissenzienti verso la Corona. Erano incontri dotati anche di una certa pericolosità per chi vi partecipava. Un'espressione storica, "Dieta di Bari", che è poi diventata anche il nome di una via del capoluogo, nel quartiere Madonnella, ispirando curiosità circa ipotetici e non meglio precisati regimi alimentari cittadini, dubbi che nascono, evidentemente, tra baresi a digiuno (ops!) di storia, verrebbe da dire sorridendo.

Quella riunione, la Dieta appunto, era stata preceduta da un incontro, messo a punto nel borgo marinaro di Santo Spirito, che nel tempo ha generato una molto poco 'storica' fama di "convegno segreto", quando non "misterioso" e "massonico", va da sé. Attenzione, di massoni erano quasi tutti massoni i partecipanti al raduno della notte del solstizio d'estate dello stesso 1848. Ed erano anche antiborbonici, in tempi di massima attenzione verso queste forme di sedizione. Naturale, quindi, che l'incontro, preparatorio della Dieta, avvenisse con tutte le altrettanto attentissime cautele del caso. Ma si trattò di una 'naturale', almeno per quei delicati frangenti, riunione antigovernativa, in momenti particolarmente 'bollenti'. Il tutto nella villa di Marco Cioffrese, a Santo Spirito, allora frazione di Bitonto, all'interno della residenza (oggi purtroppo in stato di completo abbandono), non a caso, di uno dei casati bitontini più politicamente influenti tra '800 e prima metà del '900. Una struttura realizzata su progetto dell’importante architetto Luigi Castellucci. Ci fu un problema, però. La voce si diffuse quasi subito e all'assemblea di Santo Spirito seguì una dura repressione. Hanno parlato di questi aspetti, ormai diversi anni fa, più studiosi, a partire dal mai dimenticato Vito Lozito, cultore delle vicende del borgo di Santo Spirito ed anche docente universitario a Bari.

Da segnalare il volume "Il Sud prima dell'Unità d'Italia tra storia e microstoria. 1848: massoni e carbonari a Santo Spirito", a firma di Antonella Musitano e Adele Pulice, apparso nel 2001 per i tipi della Levante editori di Bari, casa editrice specializzata nella storia del Sud e della Puglia. Come si sa, non esiste la “storia locale”. Esiste semplicemente la storia, magari anche in un piccolo centro indissolubilmente legata a logiche più grandi, a scenari più vasti, dunque sempre figlia della stessa storia. La storia può essere semmai localistica, quando un evento nasce e muore in un dato posto. Ma è cosa rarissima o di corto respiro. Le grandi storie possono aver origine anche in realtà all’apparenza periferiche. Quello della Musitano e della Pulice è un libro ben scritto, espressione della corretta divulgazione storica. Alla riunione di Santo Spirito del 1848, organizzata dal conte Giovanni de Ilderis, bitontino, furono presenti in tanti, tra i baresi i massoni Bozzi, Saggariga, Trizio, Di Giesi. Di cosa si parlò? Malgrado gli animi, i più tutelavano i privilegi di censo, non tutti insomma erano ancora ‘rivoluzionari’. Spaventò la soppressione di alcune libertà e dunque se ne discusse. I congiurati, se così possiamo chiamarli, furono processati due anni dopo. Lozito trascrisse anni fa gli atti dibattimentali. Ventidue gli imputati ma le condanne, in realtà, arrivarono più per un altro processo, quello dedicato alle partecipazioni di molti influenti liberali e massoni proprio alla famosa Dieta di Bari. Tuttavia, non si spiega la Dieta senza quel convegno di Santo Spirito. Anche così la Puglia preparò il Risorgimento: tra “storia e microstoria”.


Bianchi Dottula fu tra i primi oppositori

Ma come mai fu pensata la Dieta di Bari? Quali le origini? Era già dal 1821 che i bollori liberali covavano anche a Bari ed in Puglia, come in diverse aree -specie sociali, specie culturali- del Sud. Ora la situazione si era fatta davvero incandescente. L'attuale capoluogo era completamente dentro questa storia. Qui diverse tendenze in questo senso. Il marchese di Montrone, Giordano de’ Bianchi Dottula, fu tra le figure più importanti tra i baresi oppositori del monarca, in senso anche moderato e razionale. Curioso pensare come Bari sia stata la stessa città che, praticamente dieci anni dopo, nel 1859, avrebbe accolto con un tripudio di omaggi Ferdinando II, a Bari ed in Puglia in un viaggio che al re fu fatale. Morirà subito dopo. Arriverà poi la breve epoca di Franceschiello. E arriverà anche "la fine del Regno".


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