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Il Mezzogiorno con il turismo è una risorsa per fiere e Paese

Quarantasette associati, 41 quartieri dove si svolgono oltre 1000 manifestazioni all’anno su una superficie espositiva totale di 4,2 milioni di metri quadrati, e 8 organizzatori. L’associazione Esposizioni e Fiere Italiane (Aefi) senza scopo di lucro, si propone di promuovere lo sviluppo del sistema fieristico nazionale italiano nella sua evoluzione culturale, economica e produttiva, e di rappresentarlo, nei limiti del suo statuto, nei rapporti con le istituzioni, amministrazioni, organizzazioni economiche, politiche e sociali, in ambito nazionale, europeo ed internazionale. Per queste ragioni Aefi intrattiene rapporti con le autorità nazionali, regionali e locali per sviluppare le esigenze del settore con particolare riferimento a trasparenza, partecipate e IMU, e per richiamare l’attenzione delle istituzioni sull’importanza delle Fiere quale leva della politica industriale del nostro Paese. Un mondo, quello delle Fiere, che in decenni di lavoro, ha assunto un ruolo importante nella caratterizzazione delle peculiarità del territorio italiano. Una corsa fermata, però, dalla pandemia che ha messo in discussione una lunga tradizione e che ha costretto a una riflessione più ampia anche in ambito fieristico.

Compito affidato a Maurizio Danese che ha ereditato l’incarico di presidente nel 2020. Imprenditore nel settore del food service, già vicepresidente di Aefi dal 2018 e presidente di Veronafiere Spa dal 2015, Danese ha raccontato a Epolis Week la sua idea di Fiera e i progetti per il futuro..

Presidente, in Italia le fiere sono rappresentate da Aefi (Associazione Esposizioni e Fiere Italiane) che riunisce 40 poli fieristici che organizzano circa 1.000 eventi ogni anno: il “sistema fieristico”, fatto anche di allestitori, architetti, fornitori di servizi, catering, ecc., genera un giro d’affari di 60 miliardi e coinvolge 200.000 imprese. Questo prima dell’emergenza Covid. Oggi che l’emergenza sanitaria è alle spalle qual è lo stato di salute delle Fiere?

Il sistema fieristico italiano è oggi ripartito a pieno regime. Dopo due anni di pandemia, le fiere hanno saputo dimostrare il proprio ruolo decisivo nella generazione di business per le imprese, come testimonia anche il grande ritorno di espositori e visitatori nelle manifestazioni organizzate nei primi nove mesi di quest’anno. Ci stiamo avvicinando ai livelli pre-covid del 2019 e, a differenza delle previsioni dell’Unione internazionale delle fiere, non escludiamo un ritorno a quei livelli già nel 2023.

Come il “sistema Fiera” deve guardare avanti? A cosa deve puntare?

Uscito dall’emergenza sanitaria, il settore deve ora puntare allo sviluppo di nuove sinergie e alleanze strategiche oltre al rinnovamento della propria industria in un’ottica sempre più internazionale. Una maggiore collaborazione tra i quartieri e i player fieristici può da un lato rendere più appetibili all’estero le manifestazioni che si svolgono in Italia; dall’altro consente di creare eventi espositivi di business e di pubblico in grado di competere con quelli che oggi sono organizzate dai nostri principali concorrenti, in particolare dai tedeschi.

Lei crede sia necessario che le Fiere puntino a diventare specializzate? Quali secondo lei sono i settori sui quali l’Italia deve puntare?

Il comparto fieristico è al lavoro per lo sviluppo di fiere sempre più specializzate in grado di diventare un punto di riferimento imprescindibile per gli espositori, gli operatori e gli addetti ai lavori qualificati. A trainare il numero di manifestazioni nazionali e internazionali, sono i settori agricoltura/silvicoltura/zootecna, food/bevande/ospitalità, arredamento e made in italy manifatturiero oltre a quello dell’hobbistica, sport e intrattenimento. E anche per quei settori che oggi contano un numero inferiore di manifestazioni ci sono ottimi margini di crescita.

Tecnologia ed innovazione quanto hanno influito sull’evoluzione delle Fiere?

La pandemia ha indubbiamente accelerato i processi di digitalizzazione – già in essere - anche nel nostro settore. Le fiere digitali sono infatti diventate la naturale e temporanea soluzione durante i lockdown per mantenere i contatti con le aziende e il posizionamento dei brand. Oggi la tecnologia è così diventata un utile compagno di viaggio per le fiere, con la virtualità che rappresenta un supporto importante per il comparto. Con gli innovativi strumenti che abbiamo a disposizione è possibile restare in connessione 365 giorni l’anno con tutti gli addetti coinvolti. È bene ricordare però che le fiere digitali non sostituiscono quelle in presenza: la fisicità resta l’elemento inderogabile per la riuscita delle manifestazioni, oltre che per l’instaurazione di proficui rapporti commerciali.

Il mezzogiorno di Italia che apporto può dare al sistema fiera e secondo lei su cosa dovrebbe puntare?

Il mezzogiorno è una grande risorsa. Lo è per il Paese ed anche per il settore fieristico. Credo che tra i comparti rappresentati quello del turismo abbia un alto potenziale e valore aggiunto, così come l’artigianalità e la creatività.

Veniamo alla Fiera del Levante. Per i baresi resta la Fiera della galleria delle nazioni e dello street food, lei come la immagina? Secondo lei una Fiera può cambiare senza perdere affezione con il proprio territorio e la propria tradizione?

Il territorio e la tradizione rimangono due fattori importanti anche in chiave evolutiva e competitiva. L’innovazione anche di un prodotto fieristico non può non tenerne conto. La sfida è proprio questa: ambire a nuove progettualità che tengano conto della storia e della peculiarità di una manifestazione.

La Fiera del levante può secondo lei conquistare il ruolo di ponte con il

Mediterraneo?

Ne sono assolutamente convinto e spero che il futuro sarà sempre più in questa direzione.

Guardando avanti qual è il più grande obiettivo che si è prefissato per il comparto Fiera in Italia?

Oggi il sistema fieristico italiano è entrato in una nuova fase, quella caratterizzata dalla crescita e dal rinnovamento della nostra industria. Dobbiamo sviluppare un’azione sempre più unitaria e sinergica per portare all’estero più fiere sotto il comune denominatore “Italia”. In questo modo saremo sempre più competitivi anche rispetto alle manifestazioni che sono le nostre principali concorrenti vale a dire le fiere tedesche, francesi e cinesi.

Dal Medio evo a oggi sviluppo prepotente

Circolazione di persone, merci e cultura, ma anche spettacoli, gioco d'azzardo, esenzioni fiscali, amnistie e reliquie di santi in bella mostra. Ecco cosa accadeva nelle fiere medievali e come sono cresciute fino a diventare Expo, esposizione universale.

La parola “fiera” è facilmente riconducibile al latino tardo-antico “feira” che vuol dire giorno di festa. L’origine delle prime fiere risale all’epoca medievale: venivano organizzate all’interno delle città e dei paesini sui piazzali delle chiese. Solo successivamente le fiere vennero trasferite fuori dalle porte delle città. Tra il 1200 e il 1300 secolo le fiere più importanti furono quelle di Champagne e delle Fiandre meridionali. Erano quelli che oggi chiameremmo eventi internazionali: attiravano mercanti da tutta Europa, in particolare italiani e provenzali.


Le fiere hanno attraversato i secoli piuttosto invariate nella forma, almeno fino all’avvento della Rivoluzione industriale, quando si è assistito a una settorializzazione di queste manifestazioni. Nascono quindi fiere dedicate agli ultimi ritrovati nel campo della tecnologia, le fiere della scienza, quelle agro-alimentari. L’Italia, invece, è sempre stata divisa tra fiera ancora intesa come mercato popolare e fiera moderna, orientata a questo o all’altro settore. Generalizzando molto si può affermare che la fiera moderna ha interessato in larga parte il nord del Paese, in particolar modo Torino e Milano, mentre le fiere vecchio stampo sono rimaste un retaggio dell’Italia meridionale.

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