I ragazzi fuggono all'estero: perché voi cosa fareste?

Negli ultimi sei anni la percentuale di laureati emigrati dall’Italia verso altri Paesi è cresciuta del 41,8% rispetto al 2013. Giornalisticamente viene etichettata come “fuga dei cervelli”, in realtà è un esodo che comincia ad assumere le dimensioni di quello biblico, fatto di persone giovani, qualificate, che dovrebbero rappresentare il futuro del nostro Paese, le prossime classi dirigenti. Il dato è stato rilevato dalla Corte dei Conti nel “Report sul sistema universitario 2021”. La motivazione principale è legata alle limitate prospettive occupazionali con adeguata remunerazione.

L’Italia è un Paese strano. Da sempre la quota di laureati è al di sotto della media degli altri Paesi dell’OCSE, nonostante sia aumentata costantemente. Tra i 30-40enni si aggira intorno al 27,6%, mentre in Europa è del 40,3%. Nonostante questa scarsità, qui da noi la laurea spesso vale come carta straccia, visto che non offre maggiori possibilità di impiego rispetto a chi ha un livello di istruzione inferiore. Anzi.

È come se frequentare l’università sia quel famigerato “parcheggio” per chi non ha voglia di lavorare e aspira a una laurea come pezzo di carta che spera gli apra le porte di lavori comodi e ben remunerati. E siccome la laurea ha dimostrato i propri limiti, da anni è fiorito tutto un sistema di corsi di specializzazione, master, che allungano i tempi del “parcheggio” con l’illusoria preda di un posto di lavoro quasi garantito. Peccato che alla fine di tutta la giostra, spesso si finisca a fare un lavoro che non piace e che “produce” un reddito annuo medio di 28mila euro lordi, poco più di 1.300 euro netti al mese. Poco appetibili, soprattutto se si considera che un inglese ne intasca oltre 32mila, un francese 35mila, un tedesco addirittura 50mila e uno svizzero 72mila. La dura realtà è che i laureati italiani sono tra i meno pagati d’Europa insieme agli spagnoli e ai polacchi.

Un circuito perverso che vede come primo imputato il cosiddetto “mercato del lavoro”, che in Italia ha assunto la valenza di un “mercato delle vacche”. Le reiterate riforme hanno portato ad un graduale e irreversibile processo di precarizzazione del lavoro, nel nome di una flessibilità che avrebbe dovuto produrre maggiori opportunità lavorative, ma che ha determinato soltanto una distorsione evidente a tutto vantaggio di chi detiene il potere della domanda, cioè gli imprenditori.

L’altro grande problema è la qualità della classe imprenditoriale, che ama definire i lavoratori “risorse umane”, ma in realtà molto spesso li tratta alla stregua di una qualsiasi componente di costo, mettendo il lavoro sullo stesso piano di una materia prima o un macchinario, denudandolo del suo valore intrinseco. Quante offerte di stage a 600 euro, molto spesso anche gratuiti, è facile trovare con la richiesta di due anni esperienza, di possesso di laurea, di master, di abilità informatiche complesse, etc…?

Cosa resta da fare a un giovane laureato che ha voglia di lavorare, caso mai con la pretesa di fare un lavoro per il quale si è formato e con uno stipendio che gli permetta di essere indipendente? Voi cosa fareste?


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