I quattro “delitti” perfetti per non godere della pensione

Ci scrive la nostra lettrice G., una signora che ha lavorato quarantadue anni come dipendente pubblico ed è andata in pensione di anzianità il primo gennaio scorso. Le hanno accreditato la pensione dopo quattro mesi, durante i quali ha fatto fronte alle spese quotidiane rosicchiando con un po’ di ansia i suoi risparmi. Non è facile senza reddito, senza pensione, senza paracadute: e se ritarda ancora come faccio? In quarantadue anni di servizio, la signora G. fin da quando aveva vent’anni ha sempre versato i contributi e la quota di accantonamento per avere la liquidazione, che per i dipendenti pubblici si chiama TFS (trattamento di fine servizio) e non TFR (trattamento di fine rapporto). 

Non c’è alcuna differenza di sostanza tra le sigle ma – si sa – i burocrati sono creativi e ne inventano sempre di nuove per confondere i cittadini. Qualche giorno fa la nostra lettrice ha scritto all’INPS per sapere a quanto ammonta il TFS e, soprattutto, quando riuscirà a godere del suo gruzzoletto. La risposta è stata rapida, netta e inequivocabile: “trattandosi di pensione in cumulo, il TFS è esigibile decorso un anno dal raggiungimento del limite di età previsto per la pensione di vecchiaia”.

Più che una risposta – professionale, garbata – per la signora G. è stata una sentenza. Potrà entrare in possesso dei SUOI soldi soltanto fra QUATTRO anni. Già, perché la signora G. ha commesso molti gravi delitti e deve espiare. 

Primo delitto: ha cominciato a lavorare giovanissima, quando ancora andava all’università, e si pagava gli studi con le supplenze e lavoretti precari. 

Secondo delitto: la signora G. ha versato i contributi a più di un ente previdenziale e, per metterli tutti insieme ha dovuto comporre un puzzle di documenti che è riuscita a reperire faticosamente. 

Terzo delitto, che è in concorso di colpa: quando la signora era giovane, i dipendenti pubblici facevano riferimento all’INPDAP, che poi è confluita nell’INPS ma adesso si chiama Inps- gestione ex INPDAP, e per un po’ le banche dati telematiche non dialogavano tra loro…insomma, ci siamo capiti. 

Ultimo e più grave delitto: la signora G. è andata in pensione con il cumulo contributivo. Cioè, durante i quarantadue anni di attività lavorativa, la signora G. ha versato i contributi a due enti previdenziali differenti e, per mettere insieme una sola pensione, ha dovuto farne esplicita e particolareggiata richiesta. Orbene, il cumulo contributivo diventa non più oneroso ma fa scattare la penalità per il TFS a cui fa riferimento l’INPS nella risposta alla signora G.: “…decorso un anno dal raggiungimento del limite di età previsto per la pensione di vecchiaia”. 

È vero, fino a qualche anno fa se si chiedeva il cumulo la pensione veniva pesantemente decurtata. Adesso invece si viene puniti con il ritardatissimo pagamento della liquidazione. 

La perfidia viene consumata in nome del comma 195 della legge di bilancio approvata a dicembre 2016 dal governo Renzi. 

Il codicillo è scritto in maniera così astrusa da costringere l’INPS a più di una circolare interpretativa. Ecco come ho risposto alla lettera della lettrice: gentile signora G., lei ha sbagliato a cominciare a lavorare così giovane e ha fatto molto male a versare i suoi contributi a due enti di previdenza diversi. Inoltre lei pretende di andare in pensione dopo appena quarantadue anni di servizio e – addirittura - vorrebbe adesso la sua liquidazione. In fondo deve attendere “solo” altri quattro anni e il “suo” denaro tornerà ad essere suo, saluti cordiali.


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