I nostri giovani? Esclusi dal presente e dalla... storia

La storia siamo noi, nessuno si senta escluso”, ha detto Sergio Mattarella, citando Francesco De Gregori, nel suo discorso alla nazione del 2 giugno scorso, l’ultimo del settennato del presidente della Repubblica. E, rivolgendosi ai giovani, Mattarella ha chiesto loro di prepararsi “a vivere i capitoli nuovi di questa storia, ad essere voi protagonisti del nostro futuro". Un auspicio, un appello che andrebbe però raccolto soprattutto dagli adulti che siedono nei posti di comando della politica, dell’amministrazione pubblica e dell’economia. Perché sta a loro invertire una tendenza che sembra invece inarrestabile.

Dice Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione europea, che i giovani italiani nella fascia tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non si formano per un mestiere sono ormai il 23 per cento del totale, a fronte di una media europea del 13,7 per cento. Siamo all’ultimo posto dopo Grecia, Bulgaria, Romania e Croazia, mentre il nord Europa viaggia su percentuali che sembrano inarrivabili: Malta (7,4 per cento), Svezia (7 per cento), Paesi Bassi (4,3 per cento). Sono i cosiddetti Neet (Not in Education Employment or Training). In Italia la quota di Neet ha raggiunto la cifra record di 2,1 milioni, ovviamente la maggioranza vive (vegeta?) nelle regioni meridionali ed è composta da più donne (24,3%) che uomini (20,2%). Tra gli ultimi degli ultimi al sud ci sono i giovani siciliani, sardi, calabresi, campani e pugliesi.

Il Covid e l’assenza forzata dalle scuole ha accentuato il fenomeno della dispersione scolastica e dell’abbandono degli studi soprattutto da parte di chi non poteva permettersi un collegamento telematico adeguato per seguire le lezioni a distanza. Chi ha abitazioni e mezzi economici e adeguati ha retto, per gli altri la defezione è stata inevitabile. Le roboanti e pilatesche decisioni dei presidenti di regione, senza offerta di alternative tangibili, hanno chiuso il cerchio e la schiera dei Neet si è ingrossata.

Quanto alla situazione in Puglia, ci sono i dati del rapporto pubblicato a luglio dall’”Osservatorio Con i Bambini” nell’ambito del Fondo nazionale per il contrasto della povertà educativa minorile su iniziativa e con il sostegno di Acri, Fondazione Puglia, Fondazione dei Monti Uniti di Foggia e Impresa sociale Con i Bambini. A proposito di Neet, i ragazzi pugliesi tra i 15 e i 29 anni che non studiano più né cercano un lavoro sono quasi il 30 per cento. Molti di più della media italiana che, come abbiamo detto, è la peggiore in Europa. Insomma, quasi ultimi tra gli ultimi per efficacia nell’azione per contrastare il fenomeno.

In Puglia ci sono 629.459 minorenni (ultimi dati Istat). Per ogni cento di loro con una età sotto i tre anni ci sono meno di 19 posti in asilo nido. Nelle “mappe della povertà educativa in Puglia” dell’Osservatorio con i bambini, c’è scritto che quasi 18 ragazzi su cento lasciano la scuola prima di aver ottenuto un diploma. E questo accadeva prima della pandemia, nel 2019, quando la media nazionale era comunque intorno al 13 per cento. A queste percentuali va poi aggiunta la quota di abbandoni “impliciti”, cioè quel 19 per cento di chi in Puglia pur arrivando con fatica alla terza media ne esce con grandissime lacune nelle materie fondamentali, italiano, matematica, inglese.

La sintesi, inequivocabile, è racchiusa in questa tabella: a) Posti Asili nido per bambini 0-2 anni: Puglia 18,9% – Italia 26,9%; b) Abbandono scolastico: Puglia 17,9% – Italia 13,5%; c) Neet: Puglia 29,7% – Italia 22%. La storia siamo noi, ma qui sono in tanti ad esserne esclusi.


Scrivi all'autore