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I mangiatori di suolo e le norme ad hoc

In uno dei suoi romanzi meno conosciuti – “La speculazione edilizia” (Einaudi, 1963) – Italo Calvino racconta la deriva di un intellettuale degli anni 50 del secolo scorso che, messi da parte gli scrupoli etici e la sua stessa storia, entra in affari con un improvvisato costruttore locale e partecipa al saccheggio edilizio della città, tra condoni, intrallazzi e permessi rilasciati a occhi chiusi. Il romanzo è ambientato in una città non precisata, ma tutti gli indizi portano alla costiera ligure, a Sanremo, città in cui lo scrittore ha vissuto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Sanremo non è l’unica città ligure devastata in quegli anni dalla speculazione edilizia. Analogo scempio è stato perpetrato a Rapallo, sulla riviera di Levante. Così intenso da diventare neologismo. Negli anni 70 i dizionari introducono il verbo “rapallizzàre” per descrivere come si fa a “ridurre una città o una località in condizioni ambientali deteriori a causa del numero eccessivo e incontrollato di edifici d'abitazione, costruiti per speculazione, senza adeguate opere di urbanizzazione (Zingarelli)”; “Stravolgere a fini speculativi l’assetto edilizio e urbanistico dei piccoli centri urbani, in spregio a ogni criterio di pianificazione e alla tutela dei valori paesaggistici (Treccani)”; “deturpare le bellezze paesaggistiche di una località con uno sviluppo edilizio eccessivo e indiscriminato (De Mauro)”.

Nel corso degli anni altri dizionari hanno espunto il lemma, sia per le proteste degli amministratori locali che per il propagarsi del fenomeno in tutta la penisola. Perché colpevolizzare una singola città quando la speculazione edilizia è dilagata dappertutto, come un vaso di Pandora scoperchiato definitivamente? Da decenni ormai si “rapallizza” ovunque, senza soluzione di continuità. Si dovrebbe coniugare il neologismo all’infinito, aggiungendo “riminizzare”, “napoletanizzare” (ricordate il film “Le mani sulla città” diretto nel da Francesco Rosi? Era il 1963, lo stesso anno di pubblicazione del romanzo di Calvino). L’elenco potrebbe continuare all’infinito.

L’ultimo rapporto sul consumo di suolo a cura del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente-Ispra, aggiornato ad agosto 2022, attesta che la Puglia è tra le regioni che continuano a cementificare e impermeabilizzare come se non ci fosse un domani, come se avessimo un pianeta di riserva: 499 ettari di “suolo netto” consumato in più rispetto all'anno scorso. Al primo posto c’è Taranto, che ha trasformato suolo naturale in suolo artificiale ben 5.337 ettari. Ci sono poi Bari con 5.012 ettari e Brindisi con 4.658 ettari. Le superfici naturali sono ricoperte da capannoni industriali e commerciali, palazzi che sorgono come funghi, infrastrutture spesso non necessarie. Si tagliano alberi anche secolari e si piantano alberelli e arbusti che non compensano il deficit di verde, non si salvaguardano adeguatamente le lame, le coste, le dune.

Negli ultimi anni i mangiatori di suolo si sono fatti furbi. Più che infrangere le norme, fanno in modo che le norme stesse siano modellate in base alle esigenze di chi cementifica e impermeabilizza. Cucite su misura, perché c’è sempre un (presunto) preminente interesse, nazionale o locale, da tutelare. A Bari, per esempio, ci sono il vecchio, ma sempre vigente piano regolatore Quaroni e un pluri-annunciato ma mai approvato Piano urbanistico generale. Sono buoni entrambi o nessuno, a seconda delle convenienze del momento. Chi prova a farlo notare viene liquidato con ostilità e sarcasmo. Sono i soliti esperti e ambientalisti del no a tutto, si dice con scherno e più o meno velate intimidazioni.

Salvo poi piangere per qualche giorno le vittime di un disastro causato dal consumo e dalla cattiva gestione del suolo, come nelle Marche, come a Ischia. Come a Bari nel 2005. E si ricomincia, fino alla tragedia successiva. D’altronde, come scriveva Italo Calvino nel 1958, viviamo “un'epoca di bassa marea morale”. Dobbiamo proprio assistere impotenti alla “rapallizzazione” permanente?


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