I clan baresi fanno scuola. Di innovazione


Non l'ha sconfitta il COVID - che pure ha contribuito in modo determinante a sancirne un periodo di estrema criticità - non l'hanno ridotta all'impotenza le tante operazioni che dal 2018 a tutto il primo semestre del 2021 hanno aggredito le piante organiche di ogni singola paranza cittadina. Lo certifica la DIA - Direzione Investigativa Antimafia - nella relazione semestrale datata primo semestre 2021: la Camorra Barese è una organizzazione ancora viva, radicata in gran parte della città di Bari, capace oggi più che mai di dimostrare acume imprenditoriale, saggezza diplomatica, capacità di risoluzione dei problemi - anche complessi - improntata alla massima efficienza.

Undici, secondo l'ultima cartografia dell'organismo di analisi del Ministero degli Interni, i clan che si contendono il territorio in rapporti di sinergia, guerra aperta, ostilità congelata o fredde comparanze di tipo strategico. Ed a ben guardare, la scelta della DIA di definire la Federazione Strisciuglio un unico raggruppamento rende merito anche alle riflessioni di quanti, negli anni, hanno sottolineato il carattere innovativo, originale e peculiare di quella che è la famiglia che ha segnato -nel bene e nel male - una vera e propria rivoluzione nel modo di fare malavita a Bari. Rivoluzione che, ormai è dato certo, è caso di studio prima ancora che nelle Università o nelle Procure, in carcere, dove i mammasantissima di tutta Italia guardano con curiosità, interesse e spirito emulativo alla intuizione di Domenico Strisciuglio. Una Federazione, quella degli Strisciuglio, che pur con tutte le sue criticità interne si propone a tutti gli effetti come una vera e propria cabina di regia in grado di governare operatività e destini di almeno altri sette clan, ciascuno dominus più o meno incontrastato in un quartiere di Bari. Salirebbe a diciassette, così leggendo il dato, il numero delle paranze presenti e pienamente operative sul territorio. Un esercito di qualche centinaio di affiliati, specchio di decine e decine di famiglie che - piaccia o no - sviluppano le proprie economie di sfarzo o sopravvivenza grazie al malaffare declinato in ogni sua forma.

E se poco appassionante, ormai, è il vero e proprio Risiko della città, con la cartografia divisa più o meno rigidamente in zone di competenza e territori di riferimento, spaventosa è invece la capacità di aggiornamento della cassetta degli attrezzi di queste cosche. E allo stesso modo preoccupante è la loro capacità di mettere sempre e comunque al primo posto le ragioni della cassa e del potere, anche a costo di quelle del sangue e di quelle più arcaiche della guerra, della vendetta, dell'annichilamento del nemico. Con le braci del conflitto che vengono custodite al caldo, finché c'è da fare affari assieme e acquisire o consolidare nuove forme di potere. Braci pronte a divampare di nuovo, lì dove meno ce lo aspettiamo - ed anche questo è un punto interessante e preoccupante dell'ultima analisi.

Andiamo con ordine. Non si registrano, lo dicevamo, grandi differenze territoriali rispetto alla passata annata. La pandemia ha congelato anche i conflitti e i lockdown o le riaperture a colori alterni hanno convinto tutte le paranze a sospendere le ostilità. Nel semestre in esame non si è registrata alcuna particolare fibrillazione. Interessante è però una coppia di dati, doverosi da analizzare. IN due quartieri precise e importanti nella storia criminale di Bari - il CEP San Paolo e Ceglie del Campo - le situazioni che si registrano si fanno giorno dopo giorno più fumose. E data ormai per certa la caduta del Clan Misceo e della costola dei Mercante che ancora resisteva al San Paolo, si registra nella frazione interna di Ceglie la affermazione di un sodalizio che è ancora in fase di attenta osservazione e viene solo per comodità battezzato EX Di Cosola. Come questa paranza si collochi, rispetto al grande dualismo cittadino tra Aristocrazia Criminale dei fondatori - l'insieme dove ci aspetteremmo iscritto un gruppo nato dalle ceneri del clan di uno dei sei Vangeli fondatori - e Rivoluzionari di fede Strisciuglio è ancora fatto da appurare. Anche e soprattutto perchè gli attriti interni alla grande famiglia di sangue dei Di Cosola non si sono ancora completamente sopiti e non sono stati tutti completamente decifrati. Ora come ora, non è chiaro dove si siano ricollocati tanti dei colonnelli di quel clan - tutti affiliati con un seguito ed un ascendente molto forte anche in provincia. Si naviga a vista, insomma, a Ceglie. Come lo si fa al San Paolo, dove l'eclissi di Misceo e la spugna gettata anche da Andrea Montani - tornato in carcere e quasi certamente uscito di scena dopo aver vendicato la morte di suo figlio - lascia il quartiere nelle mani dei ragazzi di Alessandro Ruta e dei fratelli Telegrafo. In merito a questo, interessante sottolineare come la relazione sia datata 2021 e non registri quindi nulla delle criticità emerse nell'ultimo semestre, col pentimento dei fratelli Telegrafo. Una delle braci attese, del resto, stava proprio lì - e non è un caso che da settembre si spari a Bari solo in situazioni collegate a quel quartiere e a quelle vicende. Nel resto della città nulla pare davvero cambiato - riportiamo una cartografia aggiornata.

Altro approfondimento merita invece l'aspetto economico e delle attività. Ormai data per certa la continua attenzione al mondo dello spaccio ed il fatto che, complice la crisi, il settore del racket sia stato congelato in attesa di tempi migliori, quel che interessa registrare è un certo salto di qualità in alcuni settori. Basta guardare, ad esempio, il processo contro Baldasarre D'Ambrogio e tutta un'altra serie di personaggi, lottizzati per famiglie, che avevano messo in piedi una sorta di cabina di regia attraverso la quale imporre in tutta Bari la fornitura di macchinette da gioco. Capriati, Strisciuglio di ogni gruppuscolo, Mercante ed altri, nemici giurati per strada, riuscivano a rimettersi attorno ad un tavolo con il preciso intento di far cassa e mettere due piedi ben saldi nel settore dell'azzardo legalizzato seppellendo o riponendo per tempo le asce di guerra. Il tutto con la prospettiva di entrare e blindarsi in ciascuno degli esercizi che cedeva alla lusinga di condizioni inizialmente vantaggiose sugli agi garantiti dalle vincite. Oltre a questa capacità imprenditoriale chiarissima, spaventa anche la facilità con cui tanti dei clan abbiano investiti sul finanziare la crisi. La DIA è molto precisa nel paventare il rischio di un inquinamento ormai irrecuperabile di parte consistente del tessuto commerciale cittadino. Come preoccupa in modo forte anche la capacità incredibile di esercitare diplomazia, da parte di emissari precisi di ogni clan, nemmeno fossimo tra funzionari della Farnesina. è ormai acclarato, infatti, che oltre Adriatico i rapporti coi narcos albanesi siano saldamente nelle mani del clan di Bari che si propongono come intermediari per tutte le altre mafie italiane, visto e considerato che detengono attraverso il controllo esclusivo della logistica sull'import della marijuana, una posizione di assoluto vantaggio. Impressionate però è sempre più la capacità di replicare questo modello anche con altre mafie internazionali - quella rumena e quella nigeriana su tutte.

Una mafia moderna, incredibilmente al passo con il momento, che gode di troppi vantaggi - una città scucita in cui troppe sono ancora le saghe di marginalità ed una borghesia delle professioni cittadina troppo spregiudicata, a volte miope, a volte ahinoi complice. Una mafia che non si è fermata col COVID - anzi ha fatto affari d'oro. Una mafia che domani tornerà - come fa ormai da quarant'anni - a porgere il conto.


TikTok e Camorra Barese

La Malapianta sbarca sui social Dopo Instagram, con gli influencer di malavita, le collezioni di sneakers e gli orologi di lusso come fermagoccia, la mafia cittadina arriva su TikTok. E non parliamo solo del folklore di alcuni video in vernacolo stretto, dalla cucina di un noto pregiudicato. O delle chiacchierate innamorate di un boss tra i più feroci - ristretto in carcere - e la sua nuova compagna, rimbalzate dal video di un pc a quello dei social. Dopo il pentimento dei Telegrafo, TikTok si è riempito di profili con nomi eloquenti come "collaboratoriSanPaolo" o "pentitidistato". Lì, più che il folklore, va in onda una gogna vergognosa contro "gli infami". E secondo alcuni, oltre al totopentiti che certificherebbe i prossimi che sceglieranno di collaborare con la giustizia, girerebbero anche vere e proprie fatwa - sentenze di morte - motivate con la necessità di punire un delatore o tappargli la bocca prima che sia troppo tardi.

Fenomeni da sottovalutare e derubricare a folklore? Ne siamo proprio sicuri?

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