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I Matarrese e il Bari una storia capovolta

Conservare la memoria storica dovrebbe essere uno dei punti di forza di tutti noi. Ricordare, ricostruire, rifletterci su, dovrebbe voler dire imparare dal passato; sia quando si è fatta la scelta giusta, per reiterarla, sia quando si è fatta quella sbagliata, per non cadere nello stesso errore.
Ma conservare la memoria storica è in generale un esercizio sottovalutato, a cui non si dà quasi mai il giusto valore e che dunque finisce col farci pensare che qualsiasi nostra scelta sia quella, in fondo, corretta.
Prendete la storia recente del calcio a Bari. Prima dell’era De Laurentiis abbiamo vissuto per 37 lunghi anni (1977-2014, con 11 campionati di serie A, uno solo di C1 e tutti gli altri di B) la gestione della famiglia Matarrese e successivamente la sfortunata parentesi di Gianluca Paparesta e quella, disastrosa sotto tutti i punti di vista, di Cosmo Giancaspro.
I Matarrese sono stati a lungo oggetto di critiche feroci, di accuse, di intimidazioni, di offese. Gran parte della tifoseria per anni li ha ritenuti “responsabili” del mancato salto di qualità della squadra nel calcio che conta. Si voleva una costante partecipazione alle competizioni europee, che non c’è mai stata. Si volevano roboanti e dispendiose campagne acquisti anche quando eravamo in presenza delle prime, chiare avvisaglie che il calcio è un vuoto a perdere. Ovvero, o hai un tornaconto (quasi sempre collaterale) oppure il bilancio si chiuderà inevitabilmente in rosso. Perché tutto il pianeta pallone è talmente sovrastimato (soprattutto a causa degli ingaggi pagati e degli acquisti spesso a prezzi folli) che certamente non basta il cosiddetto “ticketing” – ovvero gli incassi al botteghino dello stadio – né i diritti televisivi, né gli sponsor. Nulla di particolarmente difficile da comprendere, beninteso: bastava leggere, e basta farlo tutt’ora, i bilanci delle società di A e B per capire che la cuccagna è finita da un pezzo. Non a caso sempre più spesso si ricorre alle cosiddette plusvalenze per cercare di far quadrare i conti, finendo spesso nel mirino della giustizia sportiva.
E lo dimostra anche il fatto che a livello europeo i club italiani sono assenti ad alto livello da oltre un decennio e che club storici (Bari compreso) ad un certo punto sono falliti. Anzi, noi siamo perfino fortunati perché siamo ripartiti dalla D e dopo un quadriennio ci ritroviamo nuovamente in B. Altri sono letteralmente scomparsi o sono ancora nelle sabbie mobili delle categorie minori.
Ma il tifoso spesso preferisce vagare con la sveglia al collo e l’anello al naso, “ragionando” col cuore e non col cervello. Così pretende quello che è di fatto impossibile da ottenere. Soprattutto perché per costruire un percorso alternativo (vedi l’Atalanta) servono anni ed investimenti che non siano solo calciatori. Serve lo stadio di proprietà, ad esempio, sul modello dei grandi club europei e grazie al quale le attività collaterali ospitate consentono un costante supporto economico al club.
Ma perché torniamo a parlare dei Matarrese? Perché siamo di fronte ad un paradosso: mentre per oltre un decennio i tifosi del Bari li hanno accusati di “intascare i soldi delle cessioni illustri” (il caso, per chi lo ricorda, di Antonio Cassano è emblematico), in questi giorni un tribunale ordinario li accusa dell’esatto contrario, addirittura rinviandoli a giudizio. Ovvero, avrebbero contribuito a causare il dissesto della società “Salvatore Matarrese spa” (cioè l’azienda di famiglia) per finanziare tra il 2011 e il 2013 la società AS Bari Calcio, controllata prima all’89,99 per cento e poi al 99,99 per cento dalla SM e in stato di crisi già dal 2010. Secondo l’accusa, l’obiettivo era di consentire “il rispetto dei termini e delle condizioni previste dalle norme organizzative interne della Figc per l'iscrizione della squadra al campionato nazionale”.
Che cosa vuol dire, se avesse ragione il tribunale? Che i tifosi del Bari non avevano capito nulla e che forse un minimo “mea culpa” dovrebbero farlo. Non sapevano, o fingevano di non sapere, che ogni anno i presidenti devono ripianare il passivo intervenendo di “tasca propria”, affinché la Covisoc (l’organo di controllo dei bilanci delle società di calcio) possa dare il via libera alle iscrizioni per la stagione successiva. E sempre in quegli anni il Bari, come tutti gli altri club italiani, chiudeva sistematicamente in “rosso”.
Ovviamente sarà la giustizia a fare chiarezza. Di sicuro chi è stato attento alla deriva economica del calcio italiano – e dunque anche del Bari – non può che guardarsi indietro e fare qualche analisi.
La verità è che nei decenni scorsi ci siamo qualche volta coperti di ridicolo. Nel luglio del 2009, ad esempio, abbiamo esaltato due figure, una sorta di Gianni&Pinotto del terzo Millennio, la coppia Tim Barton-Alessio Mora. Dalla lontana Dallas (Texas) Barton atterrò con un volo low cost acclamato come un salvatore della patria calcistica biancorossa, solo un paio di mesi dopo il trionfale ritorno in A del Bari dei Matarrese. Si raccontava fosse interessato a presunti business paralleli legati al fotovoltaico. Con Mora, che aveva il compito del mediatore, finì subito male. Anche perché pare volessero comprare (si diceva) per 25 milioni di euro ma non avevano uno straccio di piano industriale. Una vergogna che il tifoso medio non comprese neanche per un attimo.
Facemmo la figura degli accattoni. Ma quel che è peggio è che a guidare quel manipolo di pseudotifosi con la sveglia al collo e l’anello al naso c’era – di fatto – il sindaco di Bari, all’epoca Michele Emiliano. A Barton venne conferito il “Nicolino d’oro”, come se fosse a capo della Delta Force statunitense che andava a liberare i prigionieri nelle mani di Al Qaeda. E stendiamo un velo pietoso sulla lettera che lo stesso Emiliano scrisse a Barton, il giorno successivo, sulla “Gazzetta”. Un esercizio di elegante zerbinaggio di cui la città avrebbe dovuto e potuto fare a meno.
Prima ancora c’era stata una vicenda simile nel 2007. Una vicenda che assunse toni farseschi ma anche in questo caso supportata dalla voglia della gente di scaricare la gestione “locale” inseguendo un sogno impossibile. Parliamo dell’offerta che la cordata monegasca formata dal trio Stancarone, Vedeo e Cohen presentarono alla famiglia Matarrese per l’acquisto del Bari calcio. I tre fecero come i gamberi; o, se volete, agirono con furia francese per chiudere con la classica ritirata spagnola.
Intanto volevano acquistare la squadra ad ottobre, in barba al buon senso. Qualsiasi imprenditore sa che ad un investimento (?) deve seguire immediatamente un momento di entusiasmo che consenta di partire col piede giusto. Acquistando in quel momento, con la squadra afflitta da tanti problemi di classifica, si sarebbe potuto fare poco. Anzi, meglio: non si sarebbe potuto fare nulla. Disperdendo il vento favorevole della novità.
Ma ad onta della spinta emotiva della solita tifoseria con molto cuore e poco cervello, si ebbe subito la sensazione che non avessero molti quattrini da mettere in campo. Ed era forse anche improprio parlare di cordata perché dei tre personaggi che si affacciarono, Stancarone non metteva denaro e degli altri due quello che poteva realmente intervenire era solo uno. E alla fine la proposta (da 800mila euro…) era di provare la gestione per un solo anno, al termine del quale se le cose fossero andate male, avrebbero restituito tutto ai Matarrese. Insomma, uno sapeva leggere, uno sapeva scrivere e l’altro portava la borsa. Farsesco, appunto.
Eppure, in questa nostra allegra città c’è chi si era esaltato per tutto questo.
Oggi il tribunale di Bari ci dice invece un’altra cosa. Secondo i magistrati che hanno chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Michele, Antonio e Amato Matarrese, (rispettivamente presidente, amministratore delegato e consigliere della SM, e Antonio anche nel suo ruolo di vicepresidente della AS Bari Calcio dal luglio 2010 al giugno 2011) in tre anni la SM, poi ammessa alla procedura di concordato preventivo nel maggio 2016, avrebbe erogato in favore del Bari Calcio, tramite bonifici o accollandosi debiti con le banche, più di 20 milioni di euro. Di questo denaro solo una parte sarebbe stata restituita, raggiungendo una esposizione debitoria per oltre 11,4 milioni di euro al luglio 2013 e, secondo quanto riportato nell’atto di imputazione “a causa dei risultati economici negativi della controllata, soffriva perdite per complessivi 42 milioni di euro”.
Al di là di come finirà la vicenda giudiziaria (i tre saranno processati dal prossimo 5 novembre per il reato di concorso in bancarotta fraudolenta e documentale), da appassionati e tifosi del Bari, vogliamo almeno chiedere scusa – sotto il profilo strettamente calcistico – per gli insulti, le offese e le intimidazioni di quegli anni?



Datò, il fantasma che parlò di Champions

Quello che rimane nella memoria collettiva è una eccezionale scorpacciata di frutti di mare, dal costo esorbitante e poco consona per un…malese. Ma tant’è: l’avventura, brevissima, di Dato Noordin Ahmad a Bari è durata pochi giorni, ma è stata intensa. Come sempre quando il cuore prevale sul cervello.
Ma va anche detto che in questo caso i Matarrese non c’entrano, perché già usciti di scena. Il magnate (?) proveniente dalla Malesia si interfacciò con l’allora presidente biancorosso Gianluca Paparesta. Era l’aprile del 2016 e sembrava che dovesse rilevare la maggioranza delle azioni del club. Datò, sempre supportato dal fidatissimo avvocato Grazia Iannarelli, si lasciò andare ad affermazioni improvvide, che pure infiammarono i cuori della tifoseria. Storica la frase: “Tra 5 anni vorrei portare il Bari in Champions”, pronunciata nel Palazzo della Città Metropolitana, sul lungomare, davanti al sindaco Decaro e all’assessore allo Sport Petruzzelli.
Chiacchiere vacanti, come si dice a Bari. Al momento di “quagliare”, non solo non arrivò mai la caparra, ma il magnate (o presunto tale) scomparve nel nulla.

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