Ho conosciuto Pablito: un campione che era un Uomo

“Inventa calcio con intuizioni fulminee, balzi armoniosi, tiri imprevedibili, impatti frontali con palle al rimbalzo, tocchi rapidi e arguti come i morsi di un aspide…». (Gianni Brera)

«Un impasto di Nureyev e Manolete: aveva la grazia del ballerino e la spietata freddezza del torero. Danzava lieve, fragile, inafferrabile come un folletto in mezzo a difese ribollenti di furore…». (Giorgio Tosatti)

«Guardavo la folla, i compagni, le bandiere dell’Italia sventolare ovunque, e dentro sentivo un fondo di amarezza. “Adesso dovete fermare il tempo, adesso”, mi dicevo. Non avrei più vissuto un momento del genere. Mia più in tutta la mia mia. E me lo sentivo scivolare. Ecco: era già finito». (Paolorossi, alias Pablito).

Ho tra le mani il libro “1982, il mio mitico mondiale”, scritto da Paolo Rossi e dalla moglie Federica Cappelletti. Rileggo gli omaggi di Brera, di Tosatti. Rileggo le parole di Pablito che voleva fermare il tempo. 

Paolo Rossi è morto a 64 anni. Non c’è più come Brera, Tosatti, Pertini e Bearzot. Paolo non è stato il poeta maledetto del calcio come Maradona. È stato un poeta dolce, sensibile, che chiedeva scusa pure al pallone. 

Bari e il Bari lo hanno conosciuto con maglie diverse: quelle del Lanerossi Vicenza, del Perugia, della Juve, del Verona e della Nazionale (Italia-Grecia, 5 ottobre 1983, 3-1, con un gol dell’immancabile Pablito). 

Nei giorni scorsi tutti hanno detto e scritto di tutto: pensieri bellissimi, angeli e paradiso. Straripante affetto. Il calcio, si sa, unisce, è «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo», diceva Pasolini. 

Eccessi pallonari a parte, Paolo Rossi era un signore, persona semplicissima. L’ho conosciuto nel 2012, mese di maggio. Cristò, amico e scrittore, all’epoca responsabile Eventi della Feltrinelli Bari, mi chiamò: «Gianni, il 25 viene da noi Paolo Rossi per il suo libro (“1982, il mio mitico mondiale”, appunto). Ci terremmo che lo presentassi tu. Ci terrebbe anche Rossi». Mi ritenni onorato. Quella sera c’era un sacco di gente. Prima di cominciare, prendemmo qualcosa al bar e ci sintonizzammo sui temi da affrontare. Paolo ci tenne a parlarmi della moglie, Federica: «Senza di lei, il libro non sarebbe mai uscito… è giornalista». La presentazione andò benissimo: Rossi fu diretto nelle risposte. Empatia totale, con me, con il pubblico. Gli chiesi anche dell’accusa di illecito (partita Avelino-Perugia) e della lunga squalifica. «Per salvarmi, avrei dovuto farmi coraggio e accusare Della Martira. Il mio errore è stato tacere, cercare ingenuamente di difendere Della Martira. Ho meditato per settimane di lasciare l’Italia. Mi ha salvato la consapevolezza di essere innocente». 

Era sincero. Sicuro. Era innocente. A me va di ricordare l’uomo che ho conosciuto in quelle tre ore. Un uomo che non conosceva la spocchia. Per lui, i campioni del mondo erano uomini come tutti gli uomini.   


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