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Gli spaghetti all'assassina icona "culturale" della futilità

La neopremier, bontà sua, nel discorso dell’investitura ha citato Cristina Trivulzio di Belgioioso e Rosalie Montmasson come esempi di “italiane illustri”: chi sono costoro? Suppongo che l’interrogativo sia stato abbastanza diffuso. Sono due eroine del Risorgimento e una editorialista di grido ha subito commentato sdegnata: “la Repubblica non è nata dal Risorgimento ma dalla Resistenza”. Grossa corbelleria naturalmente, perché non tiene in conto almeno il repubblicano ante litteram Giuseppe Mazzini. Semmai quella editorialista avrebbe potuto rimproverare alla neopremier di non aver citato anche Eleonora Pimentel de Fonseca, salita sulla forca dei Borboni.

Ma formulare questo rimprovero avrebbe significato esaltare una eroina che muore per la sua Repubblica (napoletana) mentre oggi la cultura mainstream preferisce parlare solo di pace, costi quel che costi, perché esaltare chi muore per un ideale di libertà è troppo impegnativo e soprattutto squilibria le coscienze (si pensi oggi all’Ucraina).

Lo spirito pubblico dominante, insomma, è divenuto alquanto frivolo, ammiccante, banale, superficiale, non coltiva passioni “foscoliane”, anzi le rifiuta. Se deve proprio parlare dei Borboni, preferisce appassionarsi alla kermesse che ha visto protagonista Beatrice di Borbone nella recente visita a Bari e Barletta, ove fra l’altro ha magnificato gli “spaghetti all’assassina”, cioè un simbolo delle futilità targate Puglia.

Ma l’abbandono delle “passioni” foscoliane è sul serio a largo raggio. Un esempio è la scuola. Si contano ormai sulle dita della mano coloro che accettano il merito come valore performante la scuola: perché riguardo agli studenti il merito viene considerato sinonimo di classismo, mentre riguardo agli insegnanti l’accettazione del merito scardinerebbe gli incrollabili sostenitori del motto “uno vale uno”. Il risultato è che la scuola diventa sempre più debole quale pubblica agenzia educativa e in questo modo proprio i ceti più colpiti dalle disuguaglianze perdono un usbergo.

In campo economico una delle più squassanti banalizzazioni care al mainstream riguarda la stretta sinergia tra turismo e cultura: nonostante un turismo arrembante, selvaggio, desertificante, in Puglia non si riesce a fuoriuscire dal binomio, in cui fatalmente la cultura soccombe. Ennesimo esempio sono i “cammini lenti”, balzati all’immaginario collettivo del Sud grazie al film “Basilicata coast to coast” diretto da Rocco Papaleo (2010). In Puglia si tratta di 15 itinerari che dovrebbero favorire un turismo culturale non invasivo (c’è anche la “rotta dei due mari” da Polignano a Taranto). Ma i margini di successo sono ristrettissimi: perché tutto fa pensare che serviranno solo a rafforzare la ben nota Puglia “di carta” ove le ragioni del turismo attraverso un funzionale storytelling prevarranno e di molto su quelle dei segni culturali che i cammini stessi dovrebbero vivificare.


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