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Gli investigatori svelano la spartizione di Japigia

Arriva a corredo di una ordinanza di sequestro, la pagina più importante nella ricostruzione storica della Camorra Barese nel quartiere Japigia. Il provvedimento è stato spiccato contro valori, immobili e attività, riconducibili a due figure di spicco: Eugenio Palermiti, finalmente a tutti gli effetti riconosciuto come l'altro boss del rione, e suo figlio Giovanni, erede designato. Fondamentale, oltre al fatto di aver aggredito i beni del clan, è che nel provvedimento, per la prima volta e con una impressionante dovizia di particolari, sia stata ricostruita la storia di una articolazione che per troppo tempo, proprio come l'altra faccia della Luna, è rimasta nell'ombra. Spesso sminuita, proprio perchè sconosciuta.

Negli anni, la storiografia criminale ed il censimento portato avanti dalla DIA avevano battezzato Palermiti e i suoi come una costola del clan Parisi. Si è sempre parlato di una struttura riconoscibile, un gruppo di delinquenti cementati attorno alla figura di lungo corso di Eugenio Palermiti, "U Gnor" o "U Nonn" a seconda che si guardasse alla pelle o all'anagrafe, vecchio criminale fidelizzato alla Camorra Barese nei primi mesi di vita dell'organizzazione. Proprio in questa convinzione - in realtà non del tutto corretta - in ogni momento quel gruppo era sempre stato definito e inteso come una servitù di una narrazione più ampia e precisa, un pezzo organico, sottoposto e dipendente dal volere e dalla parola del dominus indiscusso, Savino Parisi. E proprio questa lettura - possiamo ormai dirlo, fallace - aveva portato negli anni enormi difficoltà nella lettura dei fenomeni che interessavano quel quartiere. E nella lotta a quelle organizzazioni, sempre portata avanti con la certezza sbagliata che gli ordini partissero da una sola centrale. Nella sicurezza che si trattasse di una sola "famiglia", negli anni, anche nei momenti di carcerazione del clan Parisi, si era sempre ritenuto che sul quartiere restasse inamovibile il giogo di quello che tutti hanno sempre definito "il boss dei boss". Tanto che, proprio di fronte alla guerra divampata nel 2017 a Japigia, gli analisti si erano trovati impreparati a leggere il rush criminale che, inedito nella storia criminale barese, era divampato proprio nel quartiere in cui meno si era sparato in questi quarant'anni. Fino ad allora, per ordine e autorevolezza propria di Parisi, appunto.

Oggi, forti delle più di trecento pagine dell'ordinanza , possiamo invece raccontare, con la certezza di muoverci nel solco tracciato dalla magistratura inquirente, un'altra storia. Una storia già accennata, con le dovute formule dubitative del caso, quando da queste colonne ci si è occupati di quella guerra. Una ricostruzione che manda finalmente in soffitta l'onomastica del binomio Parisi-Palermiti e scrive a chiare lettere la storia dell'altro clan di Japigia. Da una parte il clan Parisi, dall'altra i Palermiti. E questa ordinanza si presenta salda e ben ancorata, perchè figlia delle lunghissime audizioni di un collaboratore di giustizia di primissimo piano: Domenico Milella, anche lui soprannominato "U Gnor", secondo nella gerarchia della cosca solo al boss Eugenio, da lustri a fianco del Grande Vecchio e per questo al corrente di ogni snodo nella storia criminale del clan.

Proprio Milella, sin da subito, chiarisce che da sempre, a Japigia, ci sono state due narrazioni differenti. Quella mainstream , conosciuta a tutti e da tutti indicata come unica e totalizzante - Parisi - e quella rimasta nell'ombra, più spiccia e se vogliamo brutale, legata a doppio filo alla storia di Eugenio Palermiti. Gruppi distinti, con precisi ambiti territoriali da gestire e controllare in assoluta autonomia. Milella è chiaro su questo, com'è chiaro anche sui rapporti tra i due vertici. A chi chiede lumi sui rapporti gerarchici tra Parisi e Palermiti, a smentita di tanti altri, Milella risponde con una definizione chiara: "Fratuzzi". Figure alla pari. Si spinge un po' più in là, raccontando aneddoti a conferma della non sudditanza del suo Padrino alla ingombrante figura di "Savinuccio": se non fosse stato per Palermiti, Parisi avrebbe avuto più di una gatta da pelare in questi quarant'anni. A cominciare dai primi vagiti di questa organizzazione, quando Antonio "Tetè" Diomede si era messo in testa di sfidare i Parisi e i Capriati. "Si è pure beccato una pallottola, per Japigia" dice Milella, raccontando di un ferimento subito da Palermiti. Eppure, il quadro o dei rapporti tra i due non appare idilliaco. Per una ragione precisa: Parisi, a detta di Milella, ha sempre sofferto il carisma nero del Nonno. Un magnetismo feroce, che derivava tutto dal carattere sanguigno, rozzo e stradaiolo, capace di presa immediata sui giovanissimi aspiranti. E capace di terrorizzare i rivali. Soprattutto, alla lunga, capace di scrivere una narrazione così forte da mettere in ombra la propria. Tant'è che, nei momenti di attrito tra le organizzazioni baresi, quando a tutti appariva che fosse Parisi a portare pace e tenere Japigia al sicuro, era invece Palermiti a garantire per il quartiere. Non tanto per soccorrere un "fratuzzo", Milella è chiaro, quanto per la serenità dei suoi affari. Fino a quando, nel 2017, il tappo finisce per saltare, proprio per colpa di uomini che Parisi aveva accettato a Japigia. Busco e i suoi sono uomini in quota Parisi, quando si scatena la guerra. E i Palermiti - lo racconta Milella - non si fanno scrupoli. "Savino si merita rispetto, ma quando è troppo..." Sei morti in meno di due anni, in un conflitto che divampa prima nel quartiere, per poi spostarsi su Madonnella e Carbonara. Senza pietà e riguardo.Nnemmeno per i cittadini inermi, spesso coinvolti nelle sparatorie.

Droga, soprattutto; ormai non solo al dettaglio, ma anche e soprattutto all'ingrosso, per tutti i clan della città. Non in supplenza, ma come alternativa alla vecchia narrazione Parisi-centrica. E a fianco del core business da narcotrafficanti, anche un identico controllo, pervicace e totale, sul quartiere. Meno raffinato di quello cui ci si era abituati, ma proprio per questo ormai più capace di governare meccanismi sociali importanti attraverso le estorsioni, le assegnazioni degli appartamenti popolari, la vita di interi condomini asserviti ai traffici del clan. Attraverso la feorcia.

Il tutto, sempre ben saldi, nel cono d'ombra garantito da quel faro, in questa città spesso immotivatamente puntato su una narrazione inutilmente mainstream. C'erano e ci sono due clan a Japigia, ma ammetterlo avrebbe messo in crisi una narrazione rassicurante che solo questa ordinanza è riuscita a demolire. Dove nemmeno il piombo e il sangue erano bastati.

Palermiti, il boss cresciuto nell'ombra

Eugenio Palermiti, classe '54, barese. Conosciuto alle forze dell'ordine ed alla magistratura quando ancora è minorenne, per reati contro il patrimonio, ricettazione, furto, spaccio. Da sempre coi piedi piantati nelle storie della malavita cittadina, fa il grande salto assieme ai Vangeli di Camorra, fidelizzato proprio da Parisi, ma da lui mantenuto inizialmente alla pari - Fratuzzo . Più noto per le note di folklore nero che per la sua reale caratura criminale, sempre liquidata a margine del "colore", fino ad ora era ricordato per l'aver ucciso un pitbull a mani nude come dimostrazione di coraggio e ferocia. Oggi sappiamo che era invece dominus alla pari di Savino Parisi sul quartiere Japigia. E sappiamo che il suo clan, negli anni, si era strutturato in modo molto più performante e largo, proprio grazie all'ombra nella quale stava nascosto. E grazie alle note di colore di cui si parlava, soltanto, invece di guardare più a fondo.

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