Gli Arditi antifascisti hanno una storia gloriosa a Bari


Il 4 novembre scorso l'Italia ha celebrato la vittoria nella prima guerra mondiale, un conflitto dilaniante. Una guerra che, per noi italiani, fu anche la ‘culla’ del fascismo. Un movimento che vide a Bari, nell’agosto del 1922, una delle sue prime sconfitte, fatto di cui parliamo in questo pezzo. Ma andiamo con ordine. Altro anniversario in questi giorni. L'11 novembre si è ricordata la firma, avvenuta nel 1918, della fine ufficiale della guerra, con la sigla dell'armistizio tra Germania, Francia, Gran Bretagna e Russia. Una guerra portatrice di lutti ed innumerevoli disgrazie, un po' per tutti, al di là di vincitori e vinti, tale da dar ragione alla celebre poesia di Bertold Brecht secondo cui, appunto, ogni guerra genera dolore e miseria, senza alcuna differenza tra chi vince e chi perde. L'Italia ed il Sud, in questo senso, non furono certo da meno, al di là del pur importante e significativo trionfo di Vittorio Veneto. Una specifica e 'mirata' carneficina, verso quel Mezzogiorno che proprio in quei decenni stava ancora scontando le pecche di una unificazione non di rado -e su non poche questioni- oggettivamente svantaggiosa per i nostri territori. Ma quella guerra creò fratture insanabili anche e soprattutto dopo la fine dei confronti strettamente bellici. Si pensi alla nascita del fenomeno degli arditi, estremamente legato - già nella omonima componente militare - alle attività tenutesi al fronte. Quella storia generò un movimento, che fu insieme culturale e nazionalista, alle origini del fascismo. La Puglia ed i pugliesi sono dentro questa storia, sin dai richiami alle questioni irredentiste, pur nella estraneità a certi contesti territoriali. Ed ecco che non pochi furono i pugliesi a Fiume con D'Annunzio: tra questi, l’uomo di cultura Ricciotto Canudo, originario di Gioia del Colle ed anche francese d'adozione, di casa nella capitale parigina ed amico dei maggiori intellettuali dell'epoca. Gli arditi, però, non furono tutti fascisti: non ebbero certo paura di palesarsi, ben presto, anche componenti apertamente socialiste e anarchiche. Non pochi i fedeli di Bakunin costretti ad andare al fronte: da qui poi un arditismo - o comunque un impegno militare - che si tramutò in pacifismo ideologico di stampo appunto anarcoide e, col tempo, apertamente antifascista. Era stata, anzi, proprio la guerra ad aver visto deflagrare la frattura tutta interna al socialismo radicale e rivoluzionario tra chi, volendo - e dovendo - riassumere, rimase a 'sinistra' e chi optò per la via nazionale al socialismo stesso, dando poi vita ai Fasci di Combattimento. Movimento, quest'ultimo, ai primordi dell'ormai prossimo fascismo ed ancora intriso di una retorica sindacalista, rivoluzionaria, libertaria. Ed ecco che anche a Bari, a contestare il fascismo, intervennero gli arditi di sinistra. Una delle prime forme attive di antifascismo che la storia ricordi, storia nazionale e non certo solo barese o pugliese. Un episodio che anche a Bari si cita poco. Ma vediamoli, questi fatti. Agosto 1922, si è detto: novantanove anni fa. Solo due mesi dopo ci sarà la Marcia su Roma. Mesi ed anni decisivi e dirimenti. Da qui le nostre premesse attorno al 4 novembre e all’11 e poi alle conseguenze della guerra, tra cui arditi e fascisti. L'anno prossimo, dunque, sarà ricordato l'anniversario dei cento anni precisi da questi avvenimenti. Siamo in piazzetta Sant'Anselmo, nella città vecchia. Qui una iscrizione sulla pavimentazione menziona questi episodi. Innanzitutto, ecco i nomi degli antifascisti coinvolti, i sindacalisti Giuseppe Di Vittorio, Filippo D’Agostino e Rita Maierotti. Cosa accadde? E perché questa indicazione sulla piazza che era il luogo della vecchia Camera del Lavoro di Bari? Elaborata nel 2012 dall'architetto Arturo Cucciolla, a novant'anni dagli eventi, è lì su iniziativa del Comune di Bari. Il perché è semplice. Così come in tante altre realtà, fu proprio la Camera del Lavoro ad essere stata presa di mira dai fascisti. Da qui la reazione dei cosiddetti Arditi del Popolo, composti anche da comunisti.

"Ciò che nell’agosto 1922 accadde a Bari rappresenta quasi un unicum nel panorama italiano: la formazione di un ampio fronte di resistenza all’ormai dilagante avanzata dello squadrismo, un’azione comune tra diverse componenti in difesa di quelle masse proletarie contro cui, già dal 1920, si era scatenata la reazione fascista al servizio degli agrari": scrive così il ricercatore Francesco Mantovani in una ricostruzione di quei concitati momenti presente online. Ed in effetti il fascismo degli inizi, tanto più in Puglia, abbracciò la causa dei possidenti più che quella sociale, in spregio anche ai propositi dei Fasci di Combattimento prima richiamati. Un po' come se il "fascismo regime", di cui brillantemente avrebbe più tardi parlato Renzo De Felice, prendesse già quota ai primi vagiti mussoliniani, quelli del "fascismo movimento", stando sempre alla famosa distinzione dello storico reatino. "Gli Arditi del Popolo, tra giugno e agosto, fronteggiarono concretamente gli attacchi dei Fasci di combattimento", sentenzia Mantovani. La situazione precipitò il 31 luglio quando l’Alleanza del lavoro proclamò lo sciopero nazionale per il giorno successivo, il cosiddetto “sciopero legalitario”. In questo istante i fascisti colsero la palla al balzo e avanzarono verso Bari, per intuizione del cerignolano (proprio come Di Vittorio) Giuseppe Caradonna. Nei tre giorni successivi arrivarono persino rinforzi da più parti di Italia, a difesa dei seguaci del futuro Duce. A Bari, insomma, si giocò un passaggio assolutamente dirimente per quegli anni. La tragedia ci fu, perirono tre lavoratori tra i manifestanti: Giusto Sale, Giuseppe Passaquindici e Vito Cafaro, anch'essi giustamente citati nella scritta di cui si è detto. Morirono nella strenua difesa della parte vecchia della città contro i fascisti, pronti ad 'espugnarla'. Furono impegnati in questa primissima lotta antifascista tutte le categorie dei lavoratori, con appunto l’appoggio degli Arditi del Popolo e della popolazione. E persino la forza pubblica ebbe difficoltà a farsi strada. Il cordone umano e sociale fu più forte. Così, il 3 agosto sera, Di Vittorio dichiarò al prefetto la cessazione dello sciopero e la ripresa del lavoro per l’indomani.

"Nonostante l’arresto di una trentina di ferrovieri e di molti socialisti, i fascisti avevano subito a Bari una sconfitta umiliante" sottolinea ancora Mantovani. Si rifaranno tuttavia presto, "quando il prefetto Olivieri si farà convincere a intervenire drasticamente contro la Camera del Lavoro: nella notte tra il 7 e l’8 agosto l’esercito regolare, munito di mitragliatrici e autoblindo, entrò nella città vecchia e - ricorda sempre Mantovani - chiuse la Camera, arrestando i suoi dirigenti. Nonostante la scarcerazione dell’on. Di Vittorio pochi giorni dopo e la riapertura della Camera, dopo questo episodio si chiuse anche a Bari la stagione della resistenza attiva all’avanzata fascista. Il 31 ottobre 1922, dopo il giuramento del governo Mussolini, la CdL barese verrà definitivamente chiusa".

Successivamente, fuabbattuta per costruire, nel 1937, la scuola materna tuttora esistente, la Vincenzo Diomede Fresa. "Quasi si volesse cancellare l’emblema visibile e tangibile della débâcle subita dai fascisti", fa amaramente notare Mantovani.


D'Agostino, il ferroviere in prima linea

Merita sicuramente più di un cenno l’esistenza di Filippo D’Agostino, come si è visto impegnato a Bari in quei delicati frangenti. Nato a Gravina in Puglia il 15 marzo del 1885, con la scrittrice, maestra elementare e sindacalista Rita Maierotti, sua moglie, fu tra i primi comunisti pugliesi dopo la scissione di Livorno del 1921. Fu consigliere comunale a Bari e provinciale Psi, prima della grande svolta. Dopo la reazione ai fatti di Bari del ’22, fu messo agli arresti. La sua vita di antifascista fu lunga e coerente, fino addirittura alla morte per mano nazista, in campo di concentramento, nel 1944. “Se almeno mezza Italia avesse potuto resistere, lottare e vincere come Bari, come Parma, come Roma e altre città, il fascismo non sarebbe mai arrivato al potere in Italia”.

Così Giuseppe Di Vittorio nell’agosto 1952, a trent’anni da quei fatti.


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