Fare dell’Italietta l’Italia? Con la storia senza storielle

Ho ascoltato casualmente la dichiarazione di un tifoso di calcio italiano residente in Gran Bretagna che, riferendosi alla partita Italia-Austria valida per i quarti di finale, ha detto convinto: per me la nostra squadra nazionale è il vero simbolo dell’Italia. Da un lato mi sono un po’ rinfrancato perché ho riflettuto al fatto che c’è ancora qualcuno che parla di “simboli” e di “Italia”. Dall’altro però mi sono intristito perché identificare il “simbolo dell’Italia” con una squadra di calcio mi fa comprendere appieno quali siano le vere origini della nostra débacle in Italietta (anzi, del nostro essere ridivenuti Italietta dopo che lo siamo già stati in età umbertina e nel Ventennio).

Perché c’è un enorme problema, del tutto attuale anche nell’epoca della auspicabile costruzione (che però non decolla) di una grande multinazione come l’Unione Europea. Il problema di individuare le radici e quindi la giustificazione etica su cui fondare (e rifondare) i nostri sforzi per diventare sempre più nazione che progredisce, che assiste amorevolmente, che si istruisce, che accoglie chi è in difficoltà o fugge, che afferma la giustizia, che intende così onorare – riconoscente – tutti coloro che si sono anche immolati per farci diventare Italia (a cominciare dai martiri napoletani del 1799).

Lasciamo tutto ciò nelle nicchie dei libri di storia? Ad una scuola che, peraltro, non è stata finora resa obbligatoria fin dai 3 anni, che si è sempre più deteriorata per mancanza di finanziamenti, per condanna degli operatori a stipendi non degni, per assente rinvigorimento degli insegnanti (lasciati quasi senza quella formazione e aggiornamento utili alla pratica), per fatiscenza delle sedi e per caos organizzativo ad ogni inizio d’anno?

L’unità d’Italia si celebra una volta ogni 100 anni, quindi la prossima occasione sarà fra 40 anni, però non sarebbe una cattiva idea rinverdire questa data ogni 20 anni, in modo non celebrativo ovviamente ma problematico, facendone la vera data identitaria e non divisiva della nostra nazione.

Nel 2020 l’editore Viella ha pubblicato un volume curato da due protagonisti della benemerita rivista “Storica” (Francesco Benigno e Ennio Igor Mineo), intitolato “L’Italia come storia”. Sottotitolo: “Primato, decadenza, eccezione”, in cui l’Italia è declinata sotto specie di Stato, Chiesa, Lingua e letteratura, Intellettuali, Risorgimento, Famiglia, Fascismo. Sette categorizzazioni che ovviamente sono “cross-mediate” con la triade del sottotitolo. Come ha scritto Gabriele Pedullà, recensendo il volume sul Domenicale del Sole 24 Ore nell’agosto 2020, forse “una rinnovata storia nazionale potrebbe ancora rivelarsi utile, non fosse altro che per provare a colmare il gap tra il lavoro degli storici e la coscienza del Paese”: anche, appunto, di quella coscienza deterioratasi anno dopo anno, inseguendo futili o parziali narrazioni.


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