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Fare cultura in sicurezza manca solo il... coraggio

Riguardo all’infezione Covid da fine maggio ci si è lanciati in un “liberi tutti”, proprio allorché la curva è cominciata a risalire con il corollario della crescita del numero dei decessi. L’Italia sembra così comprimaria di un film alla Ridolini, ove la moviola andava alcune volte all’indietro per aumentare l’effetto-gag. Ma nel caso del contrasto all’infezione il risultato del tornare indietro non è uno scoppio di umorismo in più, ma una piaga drammatica. Si sono registrati anche episodi involontariamente comici come l’accorato appello alla responsabilità di una nota e stimata immunologa, pronunciato però (nel ricevere un premio) dal palco di un evento massivo senza protezioni in una delle città costiere a sud di Bari più infettate di Puglia!

La questione degli eventi “massivi” in piena aria (fra cui gli spettacoli “dal vivo”) è di particolare importanza per l’oggi e per il futuro. Che si tratti di un Jova Beach Party o di un concertone della Taranta il discorso non cambia. Il Covid avrebbe dovuto essere uno spartiacque fra la fase “fordista” (per così dire) dei grandi eventi di massa e quella successiva del dopo-Covid, fase che si sperava di innovazione. Però non vi sono stati né spartiacque né innovazione, tutto è rimasto come prima, esattamente come le scuole senza i sistemi di ventilazione meccanica e con le classi-pollaio e i trasporti senza misure decongestionanti.

Eugenio Finardi, definito volta a volta “mostro sacro”, “ribelle”, “extraterrestre”, in una conversazione a Rai Radio 1 nel giorno del suo settantesimo compleanno, si è dilungato su questa questione degli eventi “di massa”. Ha confidato più o meno: “fra noi cantautori ce lo diciamo sempre, ma senza esito. Eventi di 5, 10, 20, 50, 100 mila spettatori e più sono problematici, impediscono la corrente empatica fra artista e spettatori”. E stiamo parlando di musica, ove la trasmissione artistica è diretta non avendo bisogno di ulteriori passaggi. Ugualmente c’è trasmissione diretta dell’opera in molte altre forme d’arte, mentre una complicazione in più presenta l’opera letteraria. Per essa l’evento massivo non solo è pericoloso in sé per l’affollamento, ma gira del tutto a vuoto in quanto non può esservi trasmissione diretta a meno che non vi sia qualcuno che legga l’intera opera, pagina dopo pagina, dinanzi agli spettatori: eventualità irrealistica. Per cui fatalmente moltissimi eventi che trattano di opere letterarie si trasformano “ipso facto” in semplici operazioni di promozione commerciale, che con il godimento dell’opera d’arte quindi con la cultura non hanno nulla a che fare; anzi, di solito sono ancillari del turismo se si svolgono in determinati contesti ambientali (di tipo attrattivo) e periodi stagionali (l’estate).

Bisognerebbe cambiare radicalmente tutte queste modalità se si vuole sul serio “fare cultura” in sicurezza: le idee ci sono ma occorre avere il coraggio di metterle in pratica.



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