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Energie alternative ma la Puglia ha il vento in poppa?

Non è come segnare un gol a porta vuota, ma poco ci manca. Tutto dipenderà dalla volontà politica e dalla capacità di fare squadra, per una volta senza fare distinguo di bandiera, salvaguardando in primis l’interesse della Puglia e dei pugliesi, e di conseguenza dell’Italia.

Alla vigilia delle elezioni politiche, e al di là di chi sarà in grado di formare il nuovo governo, la Puglia non può e non deve mancare l’appuntamento con il futuro. Lo abbiamo scritto diversi mesi addietro, qualche settimana dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, e quando la crisi energetica non si era ancora mostrata in tutta la sua drammatica emergenza: la Puglia potrebbe essere davvero il fulcro dell’operazione rilancio per la sua posizione geografica, per la storia, per gli equilibri internazionali. Il che vorrebbe dire un ritorno eccezionale di ricchezza, di produttività, di occupazione. Insomma, per essere chiari, esattamente il contrario di quanto abbiamo fatto con il gasdotto Tap.

In questa campagna elettorale si è parlato molto di crisi energetica (sotto forma di…bollette) ma molto meno di Mezzogiorno. Un peccato ed un’occasione persa, perché se è vero che l’obiettivo è renderci indipendenti dal gas russo, solo il Sud d’Italia può essere protagonista in tal senso. Meglio: soprattutto la Puglia può esserlo. Non avere una strategia, una visione organica capace di attivare filiere di produzione, ricerca, innovazione sarebbe non solo una immensa occasione sprecata, ma anche uno storico autogol.

Serve dunque che la Regione reciti la sua parte fino in fondo, senza timore e con il piglio di chi è consapevole del suo ruolo; senza fare il Sud che elemosina, ma il Sud che può, e vuole, essere protagonista. E senza lasciarsi influenzare dal colore politico del nuovo governo. Qualunque sia.

Poi, servono alcuni punti di riferimento, perché non possiamo e non dobbiamo prenderci in giro. Ma fare il massimo possibile. E allora: non dimentichiamo che sebbene lo scenario sia cambiato, l’Ue ha posto un obiettivo di decarbonizzazione al 2050 e uno parziale al 2030. Il governo Draghi si era già allineato, puntando a eliminare prima il carbone, poi il petrolio e infine il gas. Ovviamente la parte del carbone va rivista perché in questa fase serve a tappare le falle per scongiurare un inverno freddo e all’insegna delle difficoltà. Il tutto partendo da un dato di fatto, scientifico e tecnologico: il gas è da considerare una sorta di strategia-ponte nella transizione green.

Va ricordato che nella prima metà di marzo il Consiglio dei ministri aveva sbloccato la realizzazione ed il potenziamento di sei parchi eolici, che dovrebbero assicurare una potenza pari a 418 megawatt (ovvero 0,418 GW). Quattro di questi sono localizzati in Puglia (tutti in provincia di Foggia, a Castelluccio dei Sauri, Cerignola-Ortanova, Sant’Agata di Puglia e Troia), gli altri due in Sardegna (“Nulvi Ploaghe”, in provincia di Sassari) e Basilicata (“Corona Prima” nel Materano). I sei parchi eolici si aggiungono ai due sbloccati lo scorso 18 febbraio, per una potenza di 65,5 megawatt; dalla fine del 2021 sono stati sbloccati impianti di energia per una potenza totale di 1.407,3 megawatt (1,407 gigawatt) da fonti rinnovabili.

Il secondo punto riguarda un dato di fatto incontestabile, che molti ambientalisti dell’ultima ora fingono di non vedere o di non capire: il rinnovabile da solo non basta e lo dicono i numeri. Proprio la Puglia ne è la dimostrazione. Secondo i dati forniti da Terna l’eolico produce 4mila800 gigawat all’ora; il fotovoltaico ne produce 3mila800. Troppo poco rispetto a quanto servirebbe; basti pensare che sempre in Puglia il termoelettrico (le tre centrali di Candela, Brindisi e Modugno) produce da solo 20mila e 800 gigawatt. Quindi, se la matematica non è un’opinione, soltanto il 40% del nostro fabbisogno è prodotto dalle cosiddette energie alternative. Per il resto si deve lavorare.

Noi pugliesi abbiamo una “fortuna”, maturata nel tempo, che in qualche modo ci pone in una sorta di virtuale “pole position”. Da noi c’è tutto o quasi: gas, carbone, fotovoltaico, eolico, perfino l’idrogeno. Attualmente la Puglia è la seconda regione italiana per potenza già installata di energia rinnovabile, dopo la Lombardia. Tanto che a Troia, provincia di Foggia, ospitiamo il più grande parco fotovoltaico del Paese.

I fatti suggeriscono che siamo al centro di molteplici interessi che sono riassumibili nella parola “investimento”. La scommessa è l’idrogeno, uno dei vettori energetici di riferimento per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e il Progetto Puglia Green Hydrogen Valley si pone l’obiettivo di accelerare la diffusione dell’idrogeno verde nel mix energetico nazionale. Il progetto ha una forte rilevanza a livello locale, considerando che la Puglia assorbe per il suo settore industriale più energia della media e rappresenta circa il 6% dei consumi energetici nazionali del comparto.

Non a caso, la Regione si è “portata avanti”: il 6 aprile la giunta regionale ha approvato l’atto di indirizzo attraverso il quale candida la Regione Puglia alla localizzazione del “Centro Nazionale di Alta Tecnologia per l’Idrogeno”, come previsto dal PNRR.

Nella delibera la giunta esprime parere favorevole sia sull’istituzione di un gruppo di lavoro interdipartimentale, dando avvio ai lavori di ricerca e studio finalizzati a pianificare nel merito lo sviluppo e l’utilizzo dell’idrogeno in Puglia con l’obiettivo di tutelare e salvaguardare la storia e la vita delle prossime generazioni.

In questa traccia, Edison e Saipem ai primi di settembre (ad un anno dagli accordi sottoscritti nel 2021) hanno acquisito rispettivamente il 50% ed il 10% della società Alboran Hydrogen Brindisi Srl strumentale alla realizzazione del progetto Puglia Green Hydrogen Valley. Saipem, inoltre, detiene anche un’esclusiva per la realizzazione del progetto.

Il progetto Puglia Green Hydrogen Valley prevede la realizzazione di tre impianti di produzione di idrogeno verde a Brindisi, Taranto e Cerignola, per una capacità di elettrolisi complessiva pari a 220 MW, alimentati da circa 400 MW di energia solare fotovoltaica. Una volta a regime, i tre impianti saranno in grado di produrre complessivamente fino a circa 300 milioni di normal metri cubi di idrogeno rinnovabile all’anno. L’idrogeno verde sarà destinato principalmente all’utilizzo da parte delle industrie presenti nelle aree, anche attraverso l’iniezione – o blending – dell’idrogeno nella rete gas locale di Snam e/o impiegato per la mobilità sostenibile.

Insomma, quella dell’idrogeno è forse la partita più importante ed affascinante, ma non è la sola.

C’è tutta la parte che riguarda l’eolico, con il parco nato nel golfo di Taranto (il primo in Italia, realizzato da Renexia) oltre ai 12 progetti offshore in attesa di autorizzazione dal Gargano al Salento. C’è poi il progetto di un altro gasdotto, il Poseidon, che dal Medio Oriente potrebbe approdare a Otranto. Così come nel mare italiano (fonte Assorisorse) vi sono riserve per oltre 90 miliardi di metri cubi di metano, la cui estrazione costerebbe 5 centesimi al metro cubo a fronte dei 50/70 centesimi che l’Italia pagava per importarlo prima della crisi. Una vera e propria follia in ossequio ad un ambientalismo col paraocchi che sarebbe ora di mettere dietro la lavagna. Il discorso vale ovviamente anche per l’Adriatico, tanto che in Puglia ci sono 11 richieste estrattive.

Pensate che l’Italia nel 2021 ha preso dal sottosuolo marino solo 3,2 miliardi di metri cubi, che ora si punta a raddoppiare.

Per dirla con Jovanotti, potremmo diventare “l’ombelico del mondo”. Speriamo bene…

In Puglia le normative sono molto datate

I numeri dicono che nel 2020 la produzione totale di energia lorda della Puglia è stata di 29.543 GWh di cui: 20.987 (70,7 %) da Termoelettrico e di 8650 GWh (29,3) di energia rinnovabile (eolico, fotovoltaico e idro). La Puglia consuma per le proprie attività abitative ed economiche 17.210 GWh con Superi (+) della produzione rispetto alla richiesta pari a +11.098,2 GWh. In una nota dello scorso aprile Legambiente ha fatto due calcoli: se togliessimo i 20.987 GWh del Termoelettrico i conti non quadrano e dunque la Puglia è ben lontana da coprire il proprio fabbisogno energetico regionale solo con le rinnovabili. Conseguentemente, è ancor più lontana nel contribuire al fabbisogno dell’Italia, in particolar modo del Centro Nord che può vantare meno sole e vento rispetto al Sud.

Quindi, serve realismo e non chiacchiere da bar spacciate per rilievi scientifici.

Sempre Legambiente fa notare che “in Puglia, inoltre, esistono normative datate che non tengono conto dell'evoluzione dello sviluppo tecnologico attuale negando di conseguenza qualsiasi novità legata ai vantaggi dei sistemi rinnovabili. Il Piano Energetico Ambientale Regionale (PEAR) dell’8 giugno 2007, è lo strumento di riferimento di programmazione e indirizzo in campo energetico della Regione Puglia, ma ormai è talmente datato che viene praticamente citato solo per completare il quadro normativo”.

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