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Energia e clima con le rinnovabili siamo a... cavallo

Le città del diciannovesimo secolo dipendevano da migliaia di cavalli per il loro funzionamento quotidiano. Tutti i trasporti, sia di merci che di persone, erano gestiti da cavalli. Alla fine dell’Ottocento a Londra c’erano 11mila carrozze pubbliche – precorritrici degli odierni “Black Cab” – e svariate migliaia di autobus, ognuno dei quali richiedeva 12 cavalli al giorno nei vari turni. Nelle strade della capitale del Regno Unito circolavano altre decine di migliaia di carri per assicurare la logistica dei rifornimenti e dei servizi. I dati pubblicati dai giornali del tempo stimano almeno 50mila cavalli in attività giornaliera.

Accadeva lo stesso a New York, dove i cavalli impegnati nelle attività fondamentali erano il doppio, circa 100mila. Ogni animale ovviamente doveva mangiare (un cavallo di 300-500 chili va nutrito con una decina di chili di fieno e avena al giorno) ed espellere le feci (più o meno altrettanti chili di letame). Ogni cavallo aveva bisogno di più di tre tonnellate di avena e fieno all'anno. Per produrre il foraggio erano necessari milioni di acri di terra da coltivare e poi fieno e avena andavano trasportati in città, sempre con i cavalli.

Ebbene, nelle strade di New York alla fine dell’Ottocento si accumulavano ogni giorno 114 tonnellate di letame e 38 milioni di litri di urina. A Londra – scriveva The Times – si prevedeva che in 50 anni ogni strada della città sarebbe stata sepolta sotto tre metri di letame. Buona parte del letame veniva raccolto e trasportato in campagna per essere utilizzato come concime, ma a un certo punto l’offerta di fertilizzante superò la domanda e gli escrementi in eccesso si accumularono dove capitava, soprattutto nelle periferie. D’altra parte, non c’erano aree specifiche destinate a discarica e dunque le strade erano un vero e proprio letamaio.

Le autorità di New York noleggiarono attrezzature per raccogliere durante la notte il letame e le carcasse dei cavalli che morivano “in servizio”, ma il lavoro era tale che si riusciva a pulire solo i viali più trafficati. L'accumulo di feci si aggravava con la pioggia. Il puzzolente letame misto all’acqua filtrava negli scantinati e attirava topi, mosche e altri insetti che trasmettevano malattie. Nei quartieri ricchi si assoldavano spazzini privati e gli architetti idearono le case con le scale sopraelevate per accedere ai portoni, le “brownstone” diventate poi icone della Grande Mela. Si trattava comunque di risposte parziali e inadeguate.

Quella che l’economista britannico Stephen Davies ha definito come “The Great Horse-Manure Crisis of 1894” – La grande crisi del letame di cavallo del 1894 – sembrava non avere una soluzione. Nel 1898 si tenne a New York la prima conferenza internazionale di urbanistica. Durò solo tre giorni invece dei dieci previsti, perché nessuno dei partecipanti riuscì a proporre una via di uscita. Che invece arrivò dall’innovazione tecnologica, dall’aumento dei prezzi dei terreni e dei costi di smaltimento del letame oltre che dalle esigenze di salute pubblica. I fattori trainanti furono i tram elettrici, il petrolio a basso costo, le Model T dal prezzo ragionevole prodotte nelle linee di montaggio della Ford Motor Company. Nel 1912 nelle strade di New York ormai le auto erano più numerose dei cavalli e nel 1917 l'ultimo carro fu messo fuori servizio e la crisi del letame di cavallo fu superata.

Oggi siamo di fronte alla madre di tutte le crisi: i cambiamenti climatici. All’inizio del secolo scorso i combustibili fossili ci hanno fatto andare oltre la crisi del letame ma, ben prima della guerra in Ucraina, sono arrivati al capolinea perché hanno messo in crisi l’ecosistema planetario. Questa storia dimostra che quando una qualsiasi risorsa diventa troppo costosa (in termini economici e di sostenibilità), l'ingegno umano riesce a trovare altre strade. Oggi l’alternativa è la massiccia produzione di energia da fonti rinnovabili e di idrogeno verde. Ce lo hanno sussurrato i cavalli.


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