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Elezioni: cosa dicono (davvero) numeri sul tonfo del Pd pugliese

C'è chi sostiene che in fondo la politica è come il…pallone: ci sono i numeri, la classifica, chi vince e chi perde; eppure, tutto è interpretabile. Non a caso ci riteniamo un popolo di commissari tecnici e, specialmente dopo le elezioni, un popolo di raffinati politologi.

Per questo vale tutto ed il contrario di tutto, al punto che c’è perfino chi trova il modo di spiegare che in fondo, pur nella sconfitta, si è fatto meglio della…giornata precedente. L’esempio lampante è quello offerto dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, in coro con il segretario regionale del Pd pugliese, Marco Lacarra.

Se dovessimo far ricorso al nostro impareggiabile dialetto, per definire esattamente quanto è accaduto lo scorso 25 settembre al Partito Democratico e al centrosinistra non avremmo che un termine: capabbasce.

In realtà la tesi di Emiliano, sostenuta anche da Lacarra, pur riconoscendo la battuta d’arresto, tende ad evidenziare che il Pd in Puglia non solo ha preso un 3,1 % in più rispetto alle elezioni politiche del 2018, ma addirittura il suo risulta essere il migliore risultato tra le regioni del Mezzogiorno d’Italia. Il che, in realtà, aumenta il valore della definizione dialettale di cui sopra, estendendola.

Va detto subito che la tesi del presidente e del segretario non ha ricevuto il successo che (forse) si attendevano. È soprattutto la base del partito a contestarla (probabilmente perché hanno fatto i conti…). E del resto è anche logico: se tu migliori del 3% ma il tuo diretto concorrente si migliora di oltre il 20% è evidente che esiste un problema. Per tornare alla metafora calcistica, è come se invece di perdere 5-0 hai perso 5-1 e per il gol della bandiera ti ritieni soddisfatto.

Peraltro, i numeri vanno anche analizzati perché la politica ha diverse variabili e sono frutto di situazioni, di scelte, di segnali dati all’elettorato. Ed in questo senso Emiliano si dovrebbe interrogare sul perché la maggioranza di centrosinistra che regge la Regione da 17 anni ne esce a pezzi. Evidentemente i segnali lanciati non sono proprio positivi.

Ma vediamoli i numeri. Anche perché rilasciare dichiarazioni secche su un solo dato senza analizzarlo nel contesto è fuorviante. Può servire solo a dare fumo negli occhi a chi guarda distrattamente a quanto è accaduto e non entra nel merito.

Soprattutto perché, e lo dimostreremo tra poco, per effetto del calo dell’affluenza il Pd in Puglia ha perso oltre 5mila voti. Ma andiamo con ordine, precisando che analizziamo i dati della Camera e non del Senato: infatti quattro anni addietro per votare al Senato servivano 25 anni compiuti e non 18 come questa volta.

Primo punto, di carattere generale: l’affluenza alle urne. Nel 2018 alle elezioni politiche ha votato il 69,07% dei pugliesi; questa volta il 56,56%, un dato assolutamente in linea con quello delle ultime regionali del 2020 (56,42). Il che vuol dire che quasi la metà degli aventi diritto non si riconosce più in chi si candida. Per estensione, non si riconoscono in particolare in chi li governa. E siccome parliamo del 12,51% dei votanti in meno in un quadriennio, sarebbe il caso che chi guida la Regione da 17 anni si ponga qualche domanda. Al di là del modello MinCulPop (il Ministero della Cultura Popolare durante il Ventennio fascista) con cui si gestisce la comunicazione.

Va ovviamente detto che la questione non riguarda solo la Puglia, perché anche il dato nazionale dell’affluenza è risultato in calo: 72,93% nel 2018 e 63,91% stavolta. Sono esattamente 9,02 punti in meno. Ma ben al di sotto del 12,51 della Puglia. C’è qualcuno in grado di spiegare?

Andiamo poi a vedere il dettaglio. Quattro anni fa il Partito Democratico faceva parte della colazione di centrosinistra con altri tre simboli, come il 25 settembre scorso. Ma attenzione: nel 2018 si presentarono da soli Liberi e Uguali e Potere al Popolo. Compagini che, incontestabilmente, non appartengono al quadro politico di centrodestra. Ebbene, i primi spuntarono il 3,5% ed i secondi un 1% netto. Risulta quindi abbastanza evidente che se il Pd ha avuto un incremento (che in realtà non esiste perché non corrisponde ai voti presi…), dovrebbe aver “pescato” quasi certamente tra quegli elettori, che con molta probabilità non hanno scelto certo la Meloni, Salvini o Berlusconi. Quindi, quel 3,1% in più va “letto” con molta attenzione perché difficilmente è frutto dell’impegno di chi in Puglia rappresenta il Pd.

Ma non finisce qui. Perché se guardiamo il dettaglio dei singoli voti, il Pd ha subìto una batosta con l’iniziale maiuscola, che non può certamente essere nascosta dalla percentuale. Eccoli i dati: nel 2018 alla camera il Partito Democratico ottenne 298.710 voti; nel 2022 i suoi voti sono stati 293.188. Ovvero, 5.522 in meno. Altro che 3,1% in più…

E la debacle del Pd va anche misurata in un’altra ottica: l’intera coalizione di centrosinistra, che spuntò 351.664 voti nel 2018 a fronte dei 392.011 di questa volta. Ovvero, la coalizione ha fatto complessivamente meglio (22,46% alla Camera a fronte del 16,1% di quattro anni fa) ma il Pd ha fatto incontestabilmente peggio.

Insomma, quello che sconcerta in questa storia non è il centrosinistra che perde le elezioni, che può risultare assolutamente normale in un Paese democratico come il nostro. Sconcertano certe dichiarazioni fuorvianti e fuori luogo, che rischiano di risultare perfino offensive proprio nei confronti di quanti hanno votato il Pd.

Un pizzico di rispetto in più per gli elettori non guasterebbe. La sveglia al collo e l’anello al naso non sono mai stati indossati…


È triste la retorica sul ''MODELLO PUGLIESE''

“Ripartire dal modello Puglia”, ha avuto il coraggio di sostenere qualcuno all’indomani delle elezioni politiche dello scorso 25 settembre. Ma la domanda è: qual è il modello Puglia? Il riferimento è all’alleanza tra il centrosinistra ed il Movimento 5Stelle.

Solo che non basta sommare i voti per sostenere la tesi secondo cui “si sarebbe giocata tutt’altra partita”. Intanto perché la rottura nazionale tra il Pd e il Movimento nasce dalla (molto) discutibile scelta di far cadere il governo Draghi. Poi il leader pentastellato Conte ha recuperato (erodendo i voti proprio al centrosinistra) puntando tutto sui percettori del reddito di cittadinanza, arroccati a difesa del proprio tornaconto. Una scelta ben lontana da proposte politiche degne di tale nome.

Ed anche sulla situazione alla Regione Puglia ci sarebbe molto da dire: i 5Stelle hanno duramente criticato la prima legislatura del governatore Emiliano, con una opposizione feroce, salvo poi accomodarsi alla tavola imbandita del secondo mandato, grazie a incarichi ufficiali (assessorati) e…virtuali (praticamente di rappresentanza …). Solo la consigliera Antonella Laricchia (nella foto) è rimasta fedele all’idea originaria dell’essere un “5 Stelle”, restando coerentemente all’opposizione.

La Puglia ha smesso da un pezzo di essere laboratorio politico, ammesso che lo sia mai stata. Servono fatti, non autoreferenzialità. E se poi il modello Puglia è quello delle “campagne acquisti” di chi trasmigra da una sponda all’altra in cambio di incarichi, degli scandali, delle vicende giudiziarie, dei nastri tagliati magicamente sotto le elezioni, forse si può fare a meno di definirlo “modello”.

Assomiglia ad altro, francamente…


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