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Droga, spaccio e "modernità": primo ALT

Una delle tante mutazioni che per anni, da queste colonne, è stata denunciata, in seno alla Camorra Barese, dalla scorsa settimana non è più una ipotesi giornalistica, ma una realtà certificata. A chiarirlo è stato proprio il Procuratore Giannella, che ha affrontato la stampa diffondendo tutti gli aspetti della operazione che all'alba di mercoledì 13 luglio ha messo 12 persone agli arresti (tre in carcere e 9 ai docimiciliari) nel'abito di un'inchiesta con 44 persone indagate. Lo denunciamo da tempo, ormai è fatto certo: l'ultimo passaggio dello spaccio di droga i clan lo hanno appaltato all'esterno, selezionando nelle scuole, nei luoghi di aggregazione, nel magma della movida, una schiera di riferimenti esterni all'organigramma delle cosche. A questi riferimenti, questi pierre - public relations - senza remora alcuna, ma pure senza difficoltà, senza paura di un rifiuto, i capipiazza dello spaccio, per ordine dei boss, chiedono di intestarsi "l'ultimo miglio" della sostanza, l'ultimo passaggio, che porta definitivamente la droga al consumatore. Questa volta, nella rete della giustizia, a cadere sono state alcune facce note del panorama criminale barese, tra cui spicca quella di Davide Monti, che dopo la sconfitta, nel 2017, del gruppo Busco a cui si era legato aveva pensato di rimettersi su piazza plasmando una paranza ai suoi ordini e triangolando tra il capoluogo e i comuni del sud est barese - Putignano e Turi su tutti. Aveva pensato in grande, Monti, immaginando una struttura capace di plasmarsi sul modello imposto dalla nuova e ultima mutazione della Camorra Barese. Pochi riferimenti nel mondo criminale - fornitori e vertice - mentre il resto, trasporto, stoccaggio nei comuni destinatari, cessione, creazione della rete clienti, era gioventù dichiaratamente estranea, per tessuto sociale, contesto familiare, provenienza, alle narrazioni criminali. Perché i loro movimenti destassero meno sospetto, perché la loro faccia pulita aprisse con più disinvoltura porte precluse ai pregiudicati, perché, diluiti com'erano nella movida dei loro contesti urbani fosse per loro più veloce e diretto agganciare contatti e mettere su il network e il portafogli clienti.

Aveva messo su un giro interessante, moderno e performante, Davide Monti. Un sistema di spaccio davvero 2.0 in cui tutte le intuizioni criminali dell'ultimo quinquennio trovavano tranquillamente collocazione e ragion d'essere in un preciso programma criminale che era immaginato e progettato per garantire performance altissime e bassissimi livelli di rischio e coinvolgimento. Un cognome di peso, il suo, e una storia umana prima che criminale capace da subito di sprigionare l'aura di irriducibile e incrollabile - un predestinato. La capacità, grazie al suo cognome, alla sua storia e ai suoi contatti personali, sempre saldamente ancorati ai vertici della Camorra Barese, di creare un network capace di garantire linee di rifornimento immediate e di buona qualità. Un know-how acquisito nel tempo che investiva anche e soprattutto capacità gestionali - taglio, oscillazione di prezzi, fiuto per le piazze. A queste caratteristiche irrinunciabili per i nuovi boss che sempre più si educano a recitare il ruolo di broker e di CEO, Monti aveva accoppiato il sapere praticato sul campo nella paranza di Busco, a Japigia. E quindi rete contatti gestita in modo capillare attraverso le app di messaggistica più segrete e crackabili, creazione di un portafogli che più che contatti andava definito riferimenti - non semplici acquirenti ma referenti di gruppi di acquisto - ma soprattutto, e qui c'è il dispiegarsi del nuovo gene mutante, la creazione di un network di riferimenti puntuali, estranei all'organigramma e alla storia criminale della provincia di Bari, ma perfettamente inseriti nei contesti in cui più forte è il consumo di sostanze - movida, mondo universitario, circuiti del mondo vicino alle professioni. Inedito tra gli inediti, ma solo perché è la prima volta che finisce sotto i riflettori giudiziari col crisma di una operazione antimafia, in alcuni di questi ruoli chiave erano posizionate giovani donne inserite in contesti particolari: la studentessa universitaria, la barista referenziata. Alfieri e cavalli, più che semplici pedoni, sulla scacchiera del core business della Camorra Barese: lo spaccio di droga.


La post-modernità continua a investire le nostre vite stravolgendole, il Covid ci ha cambiati dentro senza che ci sia ancora chiaro, la guerra in Ucraina e la crisi economica montante stanno acuendo le difficoltà nelle vite dei singoli e della collettività. E tutto questo enorme stravolgimento sfila lento nel cielo, come il celebre meteorite che costrinse i dinosauri all'estinzione. Non ci aspetta lo stesso destino, nel breve termine. Ma è chiaro sempre più che le condizioni di vita stanno mutando veloci nella nostra società. E che questo crea, come sempre, un sistema di crisi e opportunità. Anche per gli uomini dei clan, proprio come noi attori sociali su un palcoscenico. Tanti sistemi criminali stanno vivendo, in questi anni, crisi molto forti dovute alla incapacità di reagire in modo adattivo alle nuove condizioni; La Camorra Barese no. Levantina? Giovane e più reattiva? Di cerniera e più capace di intercettare novità e stimoli? Ancora presto per dirlo. Quel che deve preoccuparsi è altro.

Deve spaventarci il fatto che da anni siamo di fronte a mutazioni che intercettano istintivamente - perchè di cultura e formazione, conoscendo le storie di ciascuno dei boss, di certo non si può parlare - gli stimoli più performanti che il costante aggiornamento del nostro mondo e delle nostre vite offre per creare strumenti e comportamenti sempre più all'altezza delle sfide. Alla vigilia della guerra in Kosovo, con quello che definiremmo acume politico, i baresi voltarono le spalle al Montenegro e strinsero accordi con l'UCK perché fosse loro garantito un posto al sole nel nuovo stato che nasceva e nell'Albania che si faceva Tigre economica dei Balcani. All'inizio del 2000 gli Strisciuglio di Domenico, quando erano ancora solo un clan, per strutturarsi sul territorio e moltiplicare le sfere di influenza applicarono la dottrina del franchising McDonald - primi in Italia. Per governare quell'universo complesso che ne era derivato si diedero una forma peculiare, fino ad allora sconosciuta alle mafie italiane: quella della Federazione, sul modello USA, con regole ferree che garantivano onori e oneri, diritti e doveri. Alla nuova attenzione delle mamme dei quartieri come Poggiofranco e Murat, che rallentavano o impedivano lo spaccio, i clan hanno risposto individuando referenti nelle scuole superiori, perché lo spaccio avvenisse durante la ricreazione, nei bagni, in luoghi sicuri. Quando la movida s'è fatta protagonista economica - pompando anche i fatturati del spaccio - i clan hanno capito che era l'ora di potenziare gli investimenti nel ramo della marijuana, rimettendo in piedi tutto l'enorme e specializzato apparato logistico del contrabbando di sigarette. E quando il COVID ci ha chiuso in casa e le abitudini dei consumatori sono cambiate, rallentando la mobilità cittadina e inceppando la dinamica pesante delle piazze di spaccio, i clan hanno avviato l'ultima mutazione, intestando l'ultimo miglio della sostanza ai consumatori, ai pierre referenti dei gruppi d'acquisto. Censiti per locale di consumo, piastrella di struscio, circuito di movida. E adesso hanno assestato due colpi micidiali: hanno deresponsabilizzato tanti dei loro, hanno socializzato e diluito lo spaccio, rendendo pezzi interi di questa città, finora con troppa disinvoltura definiti estranei, per-bene, semplicemente complici.

Il problema, con le mutazioni e con gli organismi capaci di reagire in modo sempre così performante agli stimoli esterni, è che si deve scegliere di combatterli senza quartiere. E per farlo, è necessario riconoscerli, ammettere che siano un problema, identificare soluzioni complesse quasi quanto complessi sono quegli organismi. Farlo in una città che continua a definirsi sicura, pur con questo scomodo parassita ben attaccato nella carne, allo stato attuale, appare sfida davvero dura.

Il bimbo

Le cronache restituiscono di lui l'immagine del bambino fondina che nell'estate del 2001, per conto dei Capriati, trasportava una pistola carica col colpo in canna. Due anni prima, Davide Monti, era stato ferito ad una gamba durante un conflitto a fuoco. Figlio di una delle figure più autorevoli e controverse della storia della Camorra Barese - suo padre è Domenico, detto Il Biondo - fino alla maggiore età entra ed esce dalle comunità dove si prova a salvarlo da un destino incontro al quale, invece, Davide corre con caparbietà. All'attivo molte condanne per rapine e sequestri di persona, è uno degli uomini di punta del clan Busco nella guerra di Japigia del 2017 contro il clan Palermiti. Ed è attualmente a processo anche per l'omicidio Gelao e il ferimento del nipote del boss Eugenio Palermiti. Dell'associazione criminale che triangolava tra Bari, Turi e Putignano è il promotore e l'ideatore.

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